Il boia è sempre più caro: sarà questo a far cambiare idea agli americani?

13 gennaio 2016

Da settanta anni la pena di morte in Georgia, stato meridionale degli Stati Uniti, era solo questione maschile. A fine settembre però Kelly Renee Gissendaner è stata uccisa, mentre aspettano la morte un’altra sessantina di donne in tutto il paese, soprattutto negli stati campioni olimpici di uccisioni di stato, come Texas e Oklahoma.

La notizia ha fatto più rumore del solito non solo per il tempo trascorso dall’ultima esecuzione di una donna, questione che del resto non riguarda altri stati – poco più di un anno fa, in Texas, la condanna a morte di Lisa Coleman era stata regolarmente eseguita – ma soprattutto perché nella sua ultima visita papa Francesco si era di nuovo espresso contro la pena di morte: «Ogni vita umana è sacra – ha detto il Pontefice romano – e la società può beneficiare dalla riabilitazione di coloro i quali sono condannati per crimini. Recentemente i miei fratelli vescovi qui negli Stati Uniti hanno rinnovato il loro appello per l’abolizione della pena di morte. Io non solo li appoggio, ma offro anche sostegno a tutti coloro che sono convinti che una giusta e necessaria punizione non deve mai escludere la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilitazione».

Sempre meno economico

Ma il dibattito sulla questione negli Stati Uniti è lungi dall’essere fermo, con o senza gli appelli del Papa. A metà settembre Usa Today, il quotidiano più diffuso in Nord America, titolava a tutta pagina “Is the death penalty dying?”. Ma è un po’ presto per cantare vittoria. Intanto dai sondaggi non è del tutto chiaro quanto gli americani abbiano davvero smesso di amare il boia. Secondo un sondaggio Gallup, alla domanda piuttosto diretta “siete a favore della pena di morte se una persona è condannata per omicidio?” il 63% continua a rispondere di sì, il 33% di no, e solo il 4% non sa/non risponde. Grandi passi in avanti rispetto al picco dell’80% del 1994, ma certo non sembra di poter dire che vi sia un consenso contro la pena di morte, e soprattutto se si guarda ai dati degli anni Sessanta, magari meno affidabili, si scopre che all’epoca soltanto circa un americano su due rispondeva di sì. A maggio di quest’anno, il 60% degli americani pensava che la pena di morte fosse moralmente accettabile. E al “perché sei a favore”, sempre per condanne per omicidio, ben un terzo rispondeva con risposte nell’orbita del “occhio per occhio/perché hanno tolto una vita/adatto a quel tipo di crimine” (questa volta il sondaggio è di un anno fa). Ma è presto per cantar vittoria, anche perché le ragioni per un calo di popolarità potrebbero essere economiche oltreché etiche. Nonostante un 14% degli americani sia convinto che costi di più mantenere un detenuto che ucciderlo, uno studio californiano del 2008 nota come lo stato spenda annualmente 137 milioni per supportare la pena di morte, mentre ne spenderebbe soltanto 11.5 se la abolisse (dati riportati da Usa Today del 14 settembre). E poi, in Kansas la difesa dei processi dove si chiede la pena di morte ammonta in media a $400.000, rispetto ai $100.000 dove non si chiede la pena capitale, mentre in Maryland il costo medio di un caso che di pena di morte che arriva alla sentenza è di circa 3 milioni di dollari, che significa circa 186 milioni spesi dai contribuenti dal 1978 al 1999 (dati citati dal Death Pentalty Information Center). Si potrebbe andare avanti, ma il concetto è chiaro: il boia non conviene. E se per anni non sono bastati gli argomenti etico-morali a convincere i legislatori a fermarlo, che abbiano più successo quelli economici?

Un po’ di storia

In Italia nelle chiacchiere da bar la pena di morte viene sempre additata come uno degli esempi principali, insieme alla vendita (quasi) libera delle armi da fuoco, del perché gli Stati Uniti d’America sarebbero un paese poco civile. Anche se come abbiamo visto la pena di morte non è più viva e vegeta, ma piuttosto vegeta in uno stato di progressiva disintegrazione, indubbiamente il boia di stato continua ad uccidere così come in un ristretto numero di altri paesi al mondo (Cina in testa). Ma vale la pena anche notare come nella molto più civile Europa il boia non si è fermato secoli fa. O meglio, si è fermato secoli fa in alcuni stati, come l’allora Granducato di Toscana che il 30 novembre (adesso festa regionale) del 1786 attraverso il Codice Leopoldino fu il primo stato al mondo ad abolire formalmente la pena di morte.

Ma non è così ovunque. Una vecchia canzone anarchica d’inizio Novecento, l’Inno individualista, diceva «Francia all’erta, sulla ghigliottina 
tronca il capo a chi punirla vuol; 
Spagna vil garrotta ed assassina». E in Francia la ghigliottina, che fece rotolare le teste a fine settecento, è stata attivata l’ultima volta nel febbraio del 1977. Nella Spagna franchista, la garrota, proprio quell’atroce strumento medioevale che uccideva per strangolamento, ha funzionato fino al 1975, per mettere fine alla vita dell’anarchico Salvador Puig Antich. Nel Regno Unito l’ultima esecuzione è sì del 1964, ma è stata abolita solo nel 1998. Dipende anche dove si stabiliscano i confini europei, dato che in Bielorussia, meno di 1.500 chilometri dall’Italia, la pena di morte è ancora applicata (tre le esecuzioni nel 2014). E naturalmente nella maggior parte degli stati europei è ancora presente quella forma di pena di morte diluita nel tempo che è l’ergastolo. E va detto anche che ci sono stati degli Stati Uniti quindi dove la pena di morte è illegale ma ben di più che in molti paese europei: Michigan e Wisconsin, dalla metà dell’Ottocento, Maine e Minnesota la abolirono invece tra otto e novecento, mentre tra sei altri stati hanno abolito la pena di morte dagli anni Cinquanta ai Settanta. Ma mentre Francia e Spagna eseguivano le ultime condanne, gli Stati Uniti riattivavano la pena di morte nel 1976 dopo un quinquennio di pausa.

Meno esecuzioni, più ergastoli

Probabilmente è solo una questione di tempo, la pena di morte verrà abolita, gli indizi ci sono tutti – mentre non ci sono, per esempio, per quanto riguarda una seria regolamentazione della vendita e soprattutto della circolazione delle armi da fuoco. Nel frattempo, però, si continua a morire: a metà ottobre la condanna a morte del 33enne Licho Escamilla è stata eseguita in Texas. Tornando alle ragioni della diminuzione delle esecuzioni, Usa Today sembra indicare come quella principale il “fine pena mai”, cioè la sempre maggiore attuazione dell’ergastolo più violento e meno emendabile. Una storia è in questo senso esemplare. Quando Michael Naylor, sceriffo texano, è stato ucciso da Daniel Higgins sembrava che l’esecuzione sarebbe stata l’unica soluzione. Ma la vedova Naylor non avrebbe sopportato anni di appelli e processi, e così Higgins se l’è cavata, si fa per dire, con il fine pena mai (life without parole, si chiama nell’ordinamento americano). La lunghezza dei processi, peculiarità soprattutto ma non solo italiana, lo stress che comportano, è un’altra delle cause per questo calo di popolarità – processi che, come abbiamo visto, costano anche molto.

Il calo delle esecuzioni è dunque oggettivo. Secondo il Death Pentalty Information Center, la non-profit più affidabile sull’argomento, nel 2014 sono stati uccise 35 persone rispetto alle 98 del 1999, anno record dell’era moderna, e per il 2015 siamo a 24. Le condanne a morte sono scene da 315 nel 1996 a 73 lo scorso anno, quasi tutte provenienti dagli stati più carnefici. Sono numeri aridi, e che vanno confrontati con il sovrappopolamento delle carceri americane e le condizioni spesso invivibili, ma che denotano comunque un’inversione di tendenza storica. La lenta ma presente rinnovata presa di coscienza del razzismo verso i neri ha sicuramente avuto un ruolo in alcuni ripensamenti, visti gli innumerevoli casi di condannati neri o appartenenti ad altre minoranze condannati su basi risibili. Già, perché bianchi o neri, capita non raramente che i giudici si sbagliano, e dal 1973 ben 150 sono stati rilasciati dal braccio della morte perché si sono rivelati innocenti.

Naturalmente anche le questioni etico-morali c’entrano qualcosa, specie quando si arriva ad abomini come quelli degli ultimi anni. Joseph Wood, per esempio, non voleva morire. Dopo essere rimasto chiuso in carcere più di 25 anni, a luglio dello scorso anno ci ha messo 117 minuti a morire: in teoria il cocktail di farmaci dovrebbe fare l’effetto sperato dopo 10 minuti, ma questi farmaci sono nuovi dopo che alcune case farmaceutiche europee si sono rifiutate di continuare a vendere strumenti di morte. E non funzionano, visto che era il terzo in un anno a morire lentamente, troppo lentamente. Ci sono modi alternativi per uccidere, in tre stati degli Stati Uniti per esempio va bene, almeno in teoria, la camera a gas, mentre gli Utah nel 2012 e 2013 hanno rispolverato il buon vecchio plotone d’esecuzione. D’altra parte però, vale la pena sottolineare come nessuno degli esecutori dei più recenti massacri che guadagnano le prime pagine dei giornali, da quello del cinema Aurora in Colorado fino all’attentatore della maratona di Boston, sia stato per ora eseguito.

Geografie della pena di morte

Se si guarda alla mappa di dove si continua ad usare il boia, un dato salto all’occhio: il Sud e il Midwest la fanno da padrone, con rispettivamente 1152 e 117 esecuzioni. Si potrebbe aprire una lunga parentesi su cosa siano queste due enormi e poco definite regioni reali e dell’immaginario americano (come in parte abbiamo fatto in un altro articolo). Ma forse non è questo il punto, visto che lo stato che ha, di gran lunga, messo a morte più persone dal 1976 è quel Texas che molti considerano qualcos’altro rispetto al Sud, un mondo a parte, quasi un paese all’interno del paese. Qui, in questi ultimi 40 anni scarsi, la pena di morte è stata portata a termine 530 volte, su  un totale per tutti gli USA di 1418: più di un terzo. In questa funerea classifica, il secondo stato (l’Oklahoma) rincorre a 112. Per avere un’idea, in tutto il liberal nordest (per intenderci, la zona di Boston, New York, del New England, dove si trovano alcune delle università più importanti università del paese e i democratici sono spesso più forti) solo quattro persone sono state messe a morte in questi anni, anche se in molti ancora stazionano nel braccio della morte visto che molte abolizioni, come quella in Connecticut, non sono retroattive. Sembra difficile che il piccolo stato tra Rhode Island e New York porti a termine queste condanne, ma per ora rimangono attive. Ma anche nel Sud e nel Midwest qualcosa sembra cambiare. Da ultimo, la pena di morte è stata abolita in Nebraska – anche se, è notizia di questi giorni, una petizione firmata da 143mila persone, finanziata e supportata dal governatore dello stato Pete Ricketts, ha chiesto un referendum sull’argomento che si terrà nel 2016, quando i cittadini dello stato potranno decidere che cosa fare.

Da qua, dall’Italia, sembra tutto lontano, esotico, un po’ barbarico. Da qua, la maggior parte di noi si augura probabilmente che gli Stati Uniti si uniscano al più presto possibile a Suriname e Fiji (gli ultimi due paesi ad aver abolito nel 2015 la pena di morte) per porre fine a questa shoccante anomalia, un paese occidentale – anzi, il Paese occidentale – che ancora mette a morte i suoi cittadini. Qua, c’è stato anzi storicamente un certo attivismo contro la pena di morte, basti vedere le iniziative che si sono tenute lo scorso 10 di ottobre, per la Giornata mondiale contro la pena di morte indetta da Amnesty International. Tra queste però, anche un sondaggio di Skuola.net – che magari non sarà Gallup ma è molto seguito tra gli studenti – che ha evidenziato come circa la metà dei rispondenti sia a favore della pena di morte.

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TAG:
CAT: America, diritti umani

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