Contro i comici italiani

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8 febbraio 2017

Giuro che non ho nulla contro il comico, contro i comici sì invece. Il riso è salutare, è il sentimento del contrario. Abbiamo letto  il saggio sul riso di Bergson, che fu  scopiazzato da Pirandello (doveva prendere una cattedra la creatura, chessadafappeccampà!), abbiamo letto “Il nome della rosa” e abbiamo avversato il monaco Jorge e la sua rabbia contro il riso.

Il riso è lo sturalavandino delle nostre costipazioni politiche, istituzionali, economiche ecc. Viva il riso, ma abbasso i comici.

Questa voglia di far ridere su tutto e su tutti in Italia ha conformazione, statuti, tradizione molto particolari. Storicamente, risalendo alla commedia dell’arte e forse a Calandrino e alla tradizione della beffa, il riso è da noi soverchieria, pesante manomissione dell’io altrui, una sorta di sopraffazione al limite del manesco. Questa tradizione del ridere a ogni costo era stata già rilevata e accuratamente analizzata dal più grande studioso dei costumi italiani, da Leopardi, nel suo celebre “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani” che invito a leggere.

Leopardi usa tre parole francesi – stranamente ma non tanto se si considera che il francese è la lingua degli intellettuali dell’800 (Manzoni scriveva correntemente  in francese) – per indicare questo riso italiano: “raillerie”, “persiflage” e “pousser à bout”. Si tratta di canzonatura, sfottò e far perdere la pazienza a qualcuno con l’irrisione. Leopardi non analizza il “cazzeggio”, ma se ci pensate bene questa è una pratica tutta italiana dove almeno ci si distribuisce i ruoli e ci si sfotte circolarmente.  Ma il persiflage e la raillerie dominano la scena privata e pubblica italiana. E’ insopportabile, dal mio punto di vista atrabiliare, il (mal) costume che a ogni programma televisivo di informazione si debba affiancare un comico, che non sempre tra l’altro fa ridere.

Che sia stato un comico a conquistare le menti politiche degli italiani non è un caso, perciò. Non ci si dimentichi a tal proposito che Arlecchino è una maschera dotata di un bastone, di uno sfollagente.

Sì, perché il comico è un violento che non avendo a disposizione un esercito si impadronisce del mondo chiudendolo in una battuta.

 

TAG: comici italiani, Giacomo Leopardi
CAT: costumi sociali

2 Commenti

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  1. Bravo! grazie.
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  2. silvius 1 mese fa
    Era ora che qualcuno lo dicesse!
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