Tutti a dirsi femministi sui giornali, questa settimana, ma la realtà è diversa

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8 marzo 2017

Questa storia è iniziata un anno fa, quando ho incontrato per la prima volta le donne dei pomodori. Non è stato facile trovarle, ho dovuto cercare per giorni, aspettare, incassare ritardi e disdette, inseguire associazioni, sindacati, attivisti che mi dicevano: dopo, anzi no, forse sì, però guarda che non parlano, hanno paura, ma chi sei tu, ma qui non è come si pensa. Poi finalmente ce l’ho fatta. E ho conosciuto Elena, Dana, Ana, Cristina, Tulipa, Nadina, Julia, Petra, Vittoria, Aneta: le lavoratrici dei campi, le donne che seminano, curano e raccolgono la frutta e la verdura che mangiamo. Le ho ascoltate per giorni, la voce fiera, consapevole, stanca, a tratti rassegnata, a raccontarmi di questi padroni che chiedono sesso in cambio di lavoro, che vogliono sesso in cambio di uno stipendio, che pretendono sesso quando scende il buio, che allungano le mani, che usano pistole, anche, per minacciare, e stuprare.

Molte di queste donne si sono ribellate, come hanno potuto, e l’hanno pagata sempre, più o meno cara. Perché è così che funziona. Per altre la violenza è stata inevitabile, perché erano sole, con i figli da proteggere, perché non avevano scelta, e le denunce, con tutto il coraggio e la forza che potevano richiedere, sono servite a poco: pacche sulle spalle o nessun luogo a procedere.
Ho fotografato le lavoratrici di schiena, di profilo, coperte da tende, perché non dovessero, un giorno, subire la conseguenza delle mie foto. Il patto era: vi faccio una foto, ve la mostro e la approvate. Qualcuna l’abbiamo cancellata, molte sono rimaste.

Sono stata in Sicilia, e poi in Puglia, lo scorso novembre. Il primo viaggio l’ho rischiato: mi sono autofinanziata. Per il secondo ho vinto la borsa della fondazione americana The Pollination Project e sono stata aiutata da una donna di gran cuore, che preferisce l’anonimato. Così funziona il giornalismo 2.0 per i progetti a lungo termine: bisogna trovare i soldi.
Una volta tornata, ho mandato la proposta del reportage ad alcuni giornali italiani (scegliendo tra quelli che pagano più di 30 euro lordi a pezzo), ma molti non hanno nemmeno risposto, anche se ho visto che hanno letto le email e aperto il link (ho un programmino ad hoc). Altri mi hanno spiegato che la storia era risaputa e un direttore mi ha fatto sapere che sono brava ma “troppo femminista” (inteso in senso dispregiativo, evidentemente, tanto che poi non mi ha più fatta scrivere). È perché non uso la retorica delle donne in ginocchio, picchiate o sanguinanti? Oppure il – solito – problema di non fare parte della cricca giusta?
Tutti a dirsi femministi, sui giornali, questa settimana, ma la realtà è ben diversa.

Dopo mesi, ho fatto un nuovo giro di proposte. Le foto sono uscite su Vice news (il reportage è stato scelto tra i migliori articoli del 2016). All’estero il reportage è stato pubblicato negli Stati Uniti, in Svizzera e ha vinto delle menzioni speciali a dei concorsi, arrivando anche finalista (trovate i dettagli qui).

 

TAG: diritti delle donne, diritti umani, donne, giornalismo, Lavoro, violenza contro le donne, Violenza sulle donne, women, women rights
CAT: diritti umani, Questioni di genere

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