Media e prima persona plurale

:
25 febbraio 2017

Le vergognose reazioni al vergognoso provvedimento del “tetto” (vergognoso) stabilito agli stipendi, (da sempre vergognosi) di un vergognoso servizio che, fino a prova contraria, rimane ancora pubblico sono la manifestazione dello stato di inebetimento (vergognoso?) cui ci ha portati un sistema in cui l’informazione è una merce esattamente come tutte le altre.
Rimane ferma, in tutto questo, la stupidità di chi crede che dove l’informazione è venduta e comprata come qualsiasi altra merce si possa ancora parlare di libertà e non, piuttosto, di mercato della disinformazione.
Ferdinande Lassalle scrisse alla metà dell’ottocento: “Nell’epoca della divisione del lavoro, il pensiero stesso è divenuto un mestiere speciale, e questo mestiere è andato a finire nelle mani più miserabili, quelle dei giornalisti”; difficile dargli torto, anche se, a quell’epoca, lui non poteva prevedere che l’evoluzione mediatica ci avrebbe riservato di peggio.
In un momento in cui il diritto degli esseri umani all’uguaglianza e ad una vita degna di questo nome sembra essere diventato una favoletta per bambini scemi; in un momento nel quale sopravvivere è, per moltissimi, un’impresa proibitiva; in un momento in cui esseri umani crepano cercando disperatamente di conquistarsi un futuro che il sistema di mercato gli nega; in un momento in cui persone che hanno lavorato per tutta la vita si trovano, da vecchi, a dovere andare avanti con pensioni da fame ecco che la Rai decide di stabilire, per i suoi dipendenti, un “tetto” alle retribuzioni.
Benissimo.
Qual’è questo tetto? 240.000 euro l’anno.
Tetto fasullo, peraltro, fino al ridicolo perchè non prevede tutti i compensi al contorno che questi “dipendenti” continueranno a percepire, visto che “il mercato” glieli garantisce (pubblicità, partecipazioni ad eventi di ogni genere, sempre profumatamente retribuiti, ecc.).
Qual’è stata la reazione di molti signori dei media?
E’ stata, com’è ovvio, quella di far capire che se ne andranno da chi li paga meglio
Non è forse un loro diritto? Certo: si chiama mercato libero.
Che cosa, allora, c’è di ripugnante in tutto questo?
Proviamo a dare un’occhiata al linguaggio usato regolarmente, attraverso i media, dai privilegiati e, forse, lo capiremo.
Il linguaggio infatti non è soltanto un attrezzo di lavoro, né solo, come si dice di solito, uno “strumento di comunicazione”. Le parole non rimandano semplicemente ad altre parole, in un turbinio di foglie secche che, una volta precipitate sulla strada, lo spazzino scoperà via. Ciascuna di esse è, invece, una piccola porta che si apre sulla verità o sulla menzogna e ci introduce in una dimensione che non è fatta solo di fonemi e di grafemi. Ci sono forme verbali, costruzioni sintattiche che andrebbero perciò usate con particolare pudore e maneggiate con la stessa cura che adoperiamo con un ninnolo di cristallo. I verbi, per esempio, andrebbero coniugati alla prima persona plurale con estrema cautela e il pronome che li accompagna tenuto in uno scrigno di legno di sandalo, come un oggetto prezioso, da indossare solo nelle grandi occasioni. Al contrario sembra che il “noi” sia diventato carne di porco, andiamo, facciamo, lottiamo, consumiamo, soffriamo e sogniamo in branco. Ho sentito, per esempio, una nota imprenditrice plurimilionaria, la signora Marcegaglia, spiegare con abbondanza di argomentazioni, che “Negli anni scorsi noi abbiamo vissuto molto al di sopra delle nostre possibilità”. Oppure un noto comico, il signor Beppe Grillo, anche lui milionario (che ha scoperto ultimamente il senso dell’amicizia e della solidarietà umana nonché il valore del garantismo e del rispetto della privacy) rispondere a chi gli chiedeva quanto avesse guadagnato negli ultimi anni: “Non siamo noi a dover dire quanto abbiamo guadagnato ma loro (?) a dirci cosa fanno dei nostri soldi”. D’altra parte una nota giornalista che piace ai progressisti, la signora Concita De Gregorio (non milionaria, forse, ma certamente benestante) in un articolo intitolato: “Così siamo diventati indigenti” afferma che i dati istat illustrano senza possibilità di dubbio che “Siamo tornati poveri”. Ora tutto questo dovrebbe colmarmi di ottimismo:1) perché è evidente che fino a ieri me la sono spassata insieme alla Marcegaglia e che perciò proprio non mi posso lamentare 2) perché così sono venuto a sapere di avere dei quattrini in comune con Beppe Grillo 3) perché essere povero oggi in compagnia della signora De Gregorio mi fa sentire al sicuro. Al contrario, siccome le parole, come dicevo prima, sono delle porticine che portano sempre altrove l’unica cosa che mi viene in mente è che questa nazione, che non ha mai avuto uno straccio di vocazione comunitaria, ne possiede invece, da sempre, la retorica e che la prima persona plurale qui è la bussola per orientarsi nella disgrazia. Degli altri.

TAG: Cultura, giornalismo
CAT: Eventi, Media

Nessun commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

CARICAMENTO...