Fenomenologia del fallimento: Tra Beckett e Gianni Bella

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19 novembre 2017

Se il nostro amore è
un altro fallimento
non me la prenderò con te, con lui
né con il vento

Gianni Bella Non si può morire dentro

L’invito è quello di fallire, di provare a fallire perché ci aiuta a crescere.
Lo leggiamo dappertutto, una specie di mantra religioso.
Ma di che tipo di fallimento si parla? Quello amoroso (che fa soffrire), quello terapeutico (che magari fa morire), quello delle aziende (che fa perdere molti posti di lavoro), quello imprenditoriale (che fa sprecare molte risorse), quello sportivo (che fa incavolare ma poi passa) compresi i rigori in finale (che ti fanno perdere Baresi, Massaro, Baggio) e quelli che ti fanno vincere (Grosso).
Difficile, davvero, riuscire a capirci qualcosa.
Chi non fa niente non fallisce mai,lo sappiamo. E i rigori li sbaglia solo chi li tira, quindi ovviamente bisogna darsi da fare e perseguire i propri sogni e tirare la carretta tutti i giorni. Dire, però, che il fallimento fa bene, che serve, forse è un tantino esagerato. Soprattutto nei confronti di chi ci sta provando, ma non ce la fa, tipo chi non arriva alla fine del mese o ha la minima.
Stringendo lo zoom, poi, si vede bene, chi sono coloro che sostengono queste tesi, semplice quelli che ce l’hanno fatta, soprattutto i miliardari della Silicon Valley e i presidenti degli Stati Uniti. Gli autori di libri di management e di mental coaching. Ovvero l’industria del fallimento, quelli che guadagnano dal fallimento altrui.
Chi diceva che il lavoro nobilita l’uomo? Quelli che lavoravano o quelli che li guardavano lavorare?

Ma non tutti sono McEnroe o Bobby Fischer, Maurizio Pollini, Maradona, Albert Einstein o Barack Obama.
E così se non diventi miliardario o non vinci il pallone d’oro, hai fallito.

Ovviamente non è così, però non sfugge quel cinismo d’accatto per cui se non ce l’hai fatta è colpa tua, sono sempre in tanti a fartelo notare.
Persecati tira una boccata dal sigaro spento.
“come sei messo coi ragazzi?
“I ragazzi?”
“Gli esuberi”
“Ancora uno e ho finito.” Da una cartellina tiro fuori una lista di nomi.
“Comoli Alessandro, lo butto fuori domani mattina, prima cosa”.
Persecati allunga le gambe sull’altra poltroncina. “Avresti già dovuto farlo”
“Ho pensato di aspettare domani, è il suo compleanno, la sera poi esce a festeggiare e si distrae, una piccola attenzione mia.”
“Aiutami a ricordare, Giuseppe. Quand’è che abbiamo deciso di essere sensibili? Mi sono perso qualche e-mail?”
Federico Baccomo, La gente che sta bene.

Il povero Alessandro non lo sapeva, aveva fallito. E il suo capo, il Sobreroni era uno che, invece, ce l’aveva fatta.

Dietro i fallimenti ci sono molte cause e in tanti, nel novecento, si sono occupati della materia da Gianni Bella a Samuel Beckett.

Gianni, pur scavando nell’animo umano, non si dà pace e sceglie di autoflagellarsi e di incolpare se stesso del fallimento, portandosi dentro il senso di colpa. Ben sapendo Che non si può morire dentro Samuel Beckett (il più grande di tutti) è invece un teorico del fallimento e ne ha fatta una categoria del pensiero, facendo capire come stanno veramente le cose e, ovviamente, merita l’ultima parola.
“Ho provato, ho fallito.
Non importa, riproverò. Fallirò ancora, fallirò meglio.”

TAG:
CAT: Filosofia

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