Il pulpito e la predica. Rousseau contro Rousseau

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30 marzo 2017

“Contraddisse e si contraddisse”,  era il motto che Sciascia avrebbe voluto inciso sulla propria lapide tombale. Ma la ridda delle contraddizioni, se viste in un intellettuale come Rousseau (che ho molto amato in giovinezza), diventa davvero imbarazzante. Rousseau scrisse contro le arti, le lettere e le scienze sostenendo che il loro sviluppo “corrompe” gli uomini e allo stesso tempo scrisse commedie musicali, romanzi e saggi. Stilò un trattato di pedagogia e abbandonò (letteralmente) i propri figli; un saggio di politica ove tutti pensavano di leggere le fondamenta della democrazia diretta e invece si trattava delle prime avvisaglie teoriche della democrazia totalitaria, ossia del totalitarismo vero e proprio.

Quanto al processo dell’incivilimento che alla sua epoca illuminista tutti credevano poggiasse proprio sullo sviluppo delle lettere, delle arti e delle scienze, Rousseau esordì al mondo delle idee col suo primo Discorso sostenendo invece controintuitivamente che più l’uomo si incivilisce più si corrompe, più avanza sul terreno del mediato (letteratura, spettacoli, arti ecc.) più perde nell’immediato, più scrive versi ornati più la deboscia e la corruzione si instillano nel suo animo. Meglio Sparta che Atene (e ad Atene fortuna che c’era Socrate che predicava l’ignoranza!), e se possibile meglio la Persia che la Grecia. E poi.  Quanto innocente, semplice e virtuosa era Roma quando viveva nella povertà e nell’ignoranza! Ma anche: vedete gli italiani del rinascimento, alle prese con occupazioni “oziose e sedentarie”, così colti e così molli, così sapienti e così poco marziali. Più l’uomo si allontana dalla natura più crede di progredire, ma nei fatti regredisce secondo Jean-Jacques. Le conoscenze rendono più perversi.   L’uomo moderno è come la testa di Glauco marino, piena di concrezioni e di incrostazioni. Meglio per l’uomo sarebbe combattere nudo la battaglia dell’esistenza piuttosto che con gli inutili, dannosi e corrotti  rivestimenti delle lettere e delle arti. La catena viziosa è questa: il lusso (che corrompe tutto, il ricco che ne gode e il povero che lo brama) comporta la dissoluzione dei costumi e questa quella del gusto.  Il sommo della civiltà è il sommo della barbarie.

L’intellettuale che troppo frettolosamente è stato annesso nel novero degli illuministi era un anti-illuminista della più bell’acqua. Egli riteneva che l’umanità giunta al sommo del rischiaramento (Lumi) è persa e dispersa nell’oscurità della corruzione della propria sensibilità. Per agire con snellezza, sincerità e autenticità deve tornare a essere pura, semplice e incontaminata. Allontanatasi dal grado zero dei rapporti societari (stato di natura) dove regna l’ignoranza, l’innocenza, la semplicità, la purezza, ed entrando in società, l’umanità non guadagna ma perde se stessa. Questo è il nucleo di partenza del “regressivo di sinistra” Rousseau. (Nota a parte: Guy Debord e la sua critica della società dello  spettacolo ha una evidente origine rousseauiana).

Ah come aveva ragione Jean-Jacques! diremmo tutti noi gemendo in fondo all’inferno della comunicazione massmediale di internet, della follia dei social  e della colluvie più che sudicia di spettacoli che ci inondano a partire dalle immonde serie televisive che distorcono il nostro rapporto con la realtà. Siamo sicuri che vedendo Gomorra non diventiamo tutti gomorriti? Che la magnificazione spettacolare del crimine non ci induca se non alla criminalità a un’anestesia della coscienza? Che con l’esplosione della pornografia non modifichiamo per sempre  il nostro rapporto con quella “scienza individuale” che è l’eros?

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Ma com’è come non è, l’intellettuale che un giorno scriveva quegli anatemi contro la civiltà dello spettacolo, al suo tempo ancora in nuce, in un altro giorno si abbandonava a scrivere musical (“L’indovino del villaggio”, “Le muse galanti”), e l’uomo che scriveva in esordio del suo romanzo “La Nuova Eloisa”  «Occorre dare spettacoli alle città e romanzi ai popoli corrotti» proprio un romanzo si accingeva a scrivere! Jean-Jacques che voleva spegnere l’incendio della civiltà portava legna alla sua combustione? Jean-Jacques contro  Jean-Jacques?

Com’è possibile tutto ciò?

Nessun intellettuale fu cosciente come Rousseau delle proprie aporie. Anzi, spesso  la melina inscenata della lotta di quest’ uomo con se stesso, con le proprie contraddizioni, lascia il sospetto di una drammatizzazione (teatralizzata nel suo caso)  dell’io che, se è inscritta nella tradizione francese della filosofia autobiografica alla Descartes o alla Pascal, è ignota a filosofi come Kant o Hegel di cui si può trascurare tranquillamente ogni tratto biografico essendo la loro filosofia, pura, disincarnata, e non  “ragione imbevuta di sangue” come pur sosterrà il tedesco Feuerbach.

Rousseau fu più che cosciente delle proprie contraddizioni. In uno scrittarello minore, la prefazione al “Narciso” – una pièce teatrale tanto per non farsi mancare nulla nella frequentazione delle corrotte lettere –   il nostro affronta la questione del divario davvero lampante, nel suo caso, tra scrittura e vita, tra teoria e pratica, tra principi e condotta, tra il dire e il fare, tra pensiero e azione.

Riassumo i punti dell’autodifesa di Rousseau,  non solo perché sono un capolavoro di retorica argomentativa, ma perché di solito sono le controdeduzioni in difesa di se stessi  che vengono esibite, certo in maniera meno elegante rispetto a Rousseau, da tutti coloro che vengono colti in simili contraddizioni.

1)  Mi accusate di condurmi difformemente rispetto ai miei principi. Può darsi che sia così, ma sono in buona fede; 2) Così fan tutti.  Mi si mostri qualcuno che agisca conformemente alle proprie massime e io procederò a condannarmi; 3) La ragione indica lo scopo, ma le passioni ce ne allontanano; 4) Quand’anche fosse vero che non agisco secondo i miei principi, non mi si può accusare solo per questo di parlare contro i miei sentimenti, né di accusare i miei principi di falsità.

Insomma i principi restano veri e saldi anche se non ci adeguiamo  ad essi per varie ragioni: perché sviati dalle passioni o perché, distolti  dai pregiudizi del nostro secolo, non abbiamo sempre avuto l’agio di pensare come sappiamo.

Questa in estrema sintesi l’autodifesa di Rousseau.  Nella tradizione cattolica (Rousseau entrò e usci ben presto da questa confessione religiosa rimanendo di fatto nel deismo seppur nella sponda protestante) la distinzione tra il pulpito e la predica, tra la dottrina morale da tenere necessariamente distinta dal predicatore che per conto suo può anche essere peccatore, è abbastanza salda. Rousseau in fondo resta dentro questo solco argomentativo per tutta la sua vita. Il perfido Voltaire periodicamente lo attaccò con l’accusa di aver abbandonato i figli, e non è da escludere che il ginevrino abbia alla fine pagato in termini psichici dolorosissimi le sue contraddizioni.

Quanto a noi la domanda resta sempre sospesa. Ci resta tuttora difficile staccare totalmente la predica dal pulpito e di fronte ad alcuni leader di sinistra  che per decenni si sono battuti a difesa del proletariato, ci chiediamo come sia stato possibile che abbiano esibito stili di vita sibaritici. «Se è consentito di trarre dalle azioni degli uomini la prova dei loro sentimenti, occorrerà dire che l’amore della giustizia è bandito da tutti i cuori e che non c’è un solo cristiano sulla terra», avrebbe risposto  a loro difesa Rousseau.

Ma forse: contraddiciamo e ci contraddiciamo tutti. Ed è meglio così. I danni più severi, mi fa notare l’amico Giulio Savelli, derivano dalla inflessibile coerenza. «Più preoccupante è il caso opposto  – scrive Savelli in calce al mio intervento sulla pagina Facebook – di coloro che non solo predicano bene ma si attengono strettamente ai loro principi, da Savonarola a Robespierre: mettendo così in dubbio la bontà stessa della predicazione. Insomma, meglio tenere distinti predica e pulpito, occupandosi di quest’ultimo solo quando si esamina se stessi e in casi ben definiti di pubblico interesse (perché un conto è l’incoerenza privata e un altro l’ipocrisia politica)».

 

TAG: contraddizioni, illuminsmo, Jean-Jacques Rousseau, lettere
CAT: Filosofia

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