Riflessioni leopardiane

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7 aprile 2018

Le righe che seguono sono le riflessioni suggeritemi da una discussione tra amici. Che pensare del pessimismo leopardiano?

Ma il pessimismo, che troppo spesso si attribuisce a Leopardi è di fatti solo un’etichetta, Già si avvicinerebbe di più a definire il suo pensiero un concetto come quello di nichilismo – ma in senso filosofico, non emotivo. In questo Leopardi ha compagni di strada notevoli: Nietzsche, che lo conosceva e lo amava, Unamuno, del quale consiglio di leggere “El sentimiento trágico de la vida”, “El Cristo de Velázquez” e il bellissimo romanzo “Niebla”. Uno dei pensieri leopardiani recita: “Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”. Possiamo smentirlo? Possiamo dire che non siamo d’accordo. Ma in questo pensiero è colto il nocciolo che disturba quasi tutti i suoi lettori. La bellezza delle sue poesie e di molte sue prose spingono allora il lettore a cercare un via di fuga, a godere di quella bellezza, respingendone il pensiero che la sorregge. “A Silvia” è esemplare al riguardo. Tant’è vero che quando ero ragazzo in alcune antologie si espungeva l’ultima strofa, non so adesso. E commentando “L’Infinito” Luigi Russo, nella sua bella antologia della letteratura italiana, vi trova un sentimento religioso.

Peccato che, alla luce anche di molte pagine dello “Zibaldone”, quell’infinito in cui naufraga il poeta – e poco prima ha detto di spaurirsi – non è l’infinità dell’universo, ma il nulla. Leopardi resta, infatti, aristotelico: l’infinito si dà solo come potenza, mai in atto, l’unico atto che realizza l’infinito è il nulla, l’annientamento della materia, in natura, il nulla del passato e del futuro, nel tempo. Ecco perché probabilmente sarebbe più giusto parlare di nichilismo. Guardate la battaglia che si sta oggi combattendo intorno a Cappato, per il suicidio di Fabo. Si è mosso perfino il governo, a costituirsi parte civile. L’idea del suicido appare inaccettabile e inaccetabile che qualcuno non solo l’ammetta, ma aiuti qualcun altro ad atturalo. Inaccettabile. che si possa desiderare la morte e che si aiuti a procurarsela chi non può farlo da sé.

Ma, inoltre, ciò che veramente disturba, ancora oggi, di Leopardi, è il suo materialismo radicale, la negazione di qualunque forma di spiritualismo. Disturbava, prima di lui, in Spinoza. Disturbava in Goethe (prima di Giovanni Paolo II, Goethe era ancora tra gli autori messi all’indice). Disturba ancora di più in un paese la cui cultura è spiritualistica anche quando non è cattolica. Questo è il vero scandalo di Leopardi, per gli italiani. E si cerca di ammorbidirlo, edulcorarlo, anestetizzarlo, appiccicandogli l’etichetta di pessimismo. Eh già! lui è pessimista, poveretto, gobbo, malato, senza vere soddisfazioni dalla vita, nemmeno letterarie, gli si preferisce un Capponi. Noi no, la vita l’apprezziamo, la lodiamo, la vita è per noi un valore a prescindere, e dunque questa visione pessimistica della vita non ci riguarda. Godiamoci la sua poesia, ma respingiamo il suo pensiero. I valori della vita sono altri. Anzi, la vita stessa è un valore. Negarlo, e rifiutarla, è un crimine che va perseguitato, punito. Un povero infelice, che si lamenta della sua infelicità.

Andrebbe obiettato che Leopardi non parla mai di valori, ma se mai descrive condizioni di fatto. E a chi lo accusa di lamentarsi perché sofferente controbatte con un argomento inconfutabile: fosse pure vero che solo io soffro cone soffro, e che tutti gli altri uomini siano felici, non è un mondo felice quello anche solo una creatura soffre quello che io soffro. In chiave ironica lo aveva già espresso Voltaire in “Candide”, e drammaticamente nelle riflessioni sul terremoto di Lisbona, un pensiero simile, è probabile che Leopardi lo tenga presente. Come sia possibile, perciò, distinguere la poesia di Leopardi dal suo pensiero, non lo so, perché la sua poesia si nutre di quel pensiero. Eppure è un’operazione che si compie continuamente: la poesia è sublime, ma il pensiero inaccettabile. Si è detto per secoli anche di Lucrezio.

L’operazione di distinguere poesia e pensiero riesce molto bene a Benedetto Croce, con il metodo di distinguere la poesia dalla non poesia. Lo fa con Dante, con Goethe. E’ un’operazione ben riuscita, come si vede, che ha successo. Fu, mi sembra. più onesto De Sanctis, quando ammette senza veli la negatività del pensiero leopardiano, ma v’immette poi l’entusiasmo dell’emozione, addirittura contrapponendo a Schopenhauer, che invece indurrebbe allo sconforto. E adduce anche motivi politici, in una confusione dei piani tipica della cultura italiana, si condanna un pensiero, un comportamento, non per ciò che dice e dimostra, ma per l’appartenenza politica che denuncia. Proprio Leopardi che ha deriso ogni idea di progresso e sbeffeggiato le “magnifiche sorti e progressive” diventa per De Sanctis campione del Risorgimento e della Nuova Italia. Laddove Schopenhauer sprofonderebbe nelle regressive nebbie nordiche.

Naturalmente le cose non stanno così. Ma poi Croce incolla a Leopardi la propria derisione filosofica: quasi a dire che il generoso salvataggio desanctisiano non ha fondamenti filosofici seri. Croce liquida, infatti, Leopardi dicendo che era uno che non aveva mai superato la crisi dell’adolescenza, e che si pone pertanto domande adolescenziali, non filosofiche: chi sono io, dove vado, che cos’è la vita ecc. … In realtà Croce sputa il suo veleno su Leopardi perché irritato dal fatto che qualcuno quel pensiero – totalmente opposto al suo, incentrato sulla dialettica dello Spirito – sembrava prenderlo sul serio.

Il caso Leopardi non è comunque isolato: in musica vi corrispondono, in parte, e in maniera simile, Wagner e Mahler. In Wagner, soprattutto nel “Tristano”, ma anche nel religioso “Parsifal”, il non essere viene indicato come uscita desiderabile dall’essere. “Il crepuscolo degli dei” ci fa assistere al ritorno all’elemento originario dell’acqua, che aveva fatto partire la lunga saga. L’unità originaria, spezzata dall’avidità dell’oro, dall’egoismo dell’individuo, è ristabilita, con un atto d’amore, dal sacrifico di Brunilde e dal crollo del Valhalla. In Mahler è tutta la realtà, considerata in blocco, che leopardianamente – o piuttosto nitzscheanamente – è male. L’annientamento del tutto è invocato come una liberazione nel finale dell’ultimo Lied che chiude il Canto della Terra: ewig, ewig … eternamente, eternamente …

Ma è sbagliato usare il termine pessimismo per costoro, come per Leopardi. La visione leopardiana della realtà, come quella di Wagner o di Mahler, è più complessa dello schema in cui le si vuole incasellare. Basta leggere lo “Zibaldone”. Pagine come quella che comincia: “Tutto è male”, sono difficilmente conducibili a una visione lieta della vita. Eccone la prima parte:

“Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro buono che quel che non è; le cose che non son cose; tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi non esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone dell’infinità vera, per così dire, del non esistente, del nulla.

Questo sistema, benché urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibniz, del Pope ecc. che tutto è bene. Non ardirei però estenderlo a dire che l’universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all’ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?” (Zibaldone, 4174, Bologna, 22 aprile 1826)

 

Credo, però, che al fondo resti un problema mai esplicitato: Leopardi disturba, come pensatore e come poeta. E molte delle prese di posizione nei suoi confronti assomigliano a una difesa del proprio benessere. Leopardi ci butta in faccia il malessere di vivere. Si può dire che non è vero, ma non si può negare che lui lo affermi. Succede con Leopardi quanto succede anche con pensatori e scrittori meno grandi di lui, per esempio con Sartre. Il filosofo francese, si è arrivati addirittura ad accusarlo d’ipocrisia, perché poi la vita gli piaceva godersela. E dove starebbe l’ipocrisia, la contraddizione? Sartre non afferma che nella vita non esistano piaceri – e non li nega nemmeno Leopardi – ma dice, più semplicemente, che l’esistenza in sé non è un piacere, né tanto meno un valore: esiste, e basta. Ma forse è proprio questo che disturba, soprattutto oggi che valori, veri e presunti, si sbandierano in tutte le piazze del mondo. Non è questo lo spazio per discuterne. Non basterebbe un breve saggio. Tanto vale ricorrere alle fonti: leggere, cioè, Sartre, Leopardi. Ma anche Camus, Borges, Musil. E andare alle fonti: per esempio: Baudelaire.

Ma temo che un’epoca rozzamente edonistica come la nostra si senta sempre disturbata da chi la mette in guardia sull’esistenza del dolore nella vita. Ricordatevi che Darwin perse la fede quando gli fu chiaro il meccanismo dell’evoluzione. Nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, Leopardi si avvicina molto all’idea evoluzionistica di Darwin. E, altro dato significativo, Leopardi è tra i pochissimi poeti e scrittori e pensatori italiani che riserbi un posto privilegiato alla scienza: in questo è, come poi un Gadda, un Calvino, un Primo Levi, il meno letterato, il meno accademico, dei nostri scrittori. E’ di fatto più un filologo che un letterato, e l’impostazione mentale di un filologo è più vicina a quella di uno scienziato che a quella di un letterato.

Di solito si associa la poesia di Leopardi alla musica di Chopin. Io la vedrei, se mai, più vicina a quella di Schubert. Anche per impostazione culturale. Ma qualcuno ha fatto anche l’accostamento di Chopin con Catullo! Di fatti un certo spiritualismo unisce Chopin a Catullo (Si qua desideranti …) più che a Leopardi.

Leopardi afferma un materialismo irriducibile, di radice insieme tardoilluministica (D’Holbach) e scientifica (è l’epoca in cui nasce la chimica, la fisica moderna, la matematica moderna, la medicina moderna, l’antropologia), e questo materialismo radicale riesce ostico a moltissimi. Più che il troppo citato “pessimismo”, a disturbare dunque l’uomo di oggi, e soprattutto l’italiano di oggi, tutto proiettato ai godimenti della vita, al consumo immediato del consumabile, è questo materialismo integrale, per il quale perfino la memoria è un’attività della materia (del cervello) e non dello spirito. Leopardi si avvicina in questo a Spinoza, che però riserba all’attività intellettuale un certo stigma spiritualistico. E la sua materia, la sua sostanza, ha qualcosa di divino, è di fatto Dio. Se mai, Leopardi si richiama piuttosto ai filosofi e scienziati antichi, Democrito tra i tutti. E al grandissimo poeta Lucrezio, guarda caso anche lui tenuto a distanza da tutti i sostenitori dello spirito, da secoli di prevalere delle religioni sul pensiero libero da condizionamenti religiosi e spiritualistici. Piuttosto che discutere se Leopardi sia o no pessimista, mi sembra assai più importante, oggi, per gli italiani, cittadini di uno Stato ancora non perfettamente laico, riflettere se mai sulla decisiva funzione di un pensiero integralmente materialistico, che guardi alla terra e non al cielo, e affronti, senza illusioni, i tanti e ancora non risolti problemi della società terrena.

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CAT: Filosofia

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