Tecnologiche e umanistiche, ecco le aziende creative del futuro

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17 marzo 2017

Michele Barbera è il CEO di SpazioDati, startup dietro Atoka. Questo post è sponsorizzato da:

 

Startup. Nella mentalità collettiva italiana questa parola, sino a qualche anno fa relativamente poco conosciuta, è ormai sinonimo di tecnologie avanzate quali i big data, le nanoparticelle, l’IoT o la VR, e soprattutto di attività (tendenzialmente) all’avanguardia come la produzione di software, o la R&D nel campo delle biotecnologie.

Grancassa (social)mediatica a parte, in realtà esistono anche startup che, pur essendo ad alta intensità di innovazione, operano in contesti apparentemente più tradizionali, ma super-creativi, come la moda e il cinema. Contesti che, quasi superflua la precisazione, rappresentano da sempre dei cavalli di battaglia del Made in Italy, e sono pilastri dell’identità italiana moderna, sia a livello culturale che industriale.

Questa testata si è già occupata, tempo fa, di un fenomeno eloquente: quello dei tecnodesigner, cioè di quei designer che coniugano gli aspetti formali con quelli non solo funzionali ma anche tecnologici. Tuttavia i tecnodesigner non sono che la punta di un grande iceberg, che va dalla moda alla prototipazione rapida, dal cinema al tessile, e include centinaia di startup innovative.

Chiariamolo: si tratta di un fenomeno in corso non solo in Italia, ma in tutto il mondo, e spesso in modo ben più accentuato. Pensiamo ad esempio ad Hollywood: l’ormai secolare mecca del cinema non è solo lo star system, i grandi studios o gli sceneggiatori nevrotici, ma anche un arcipelago di aziende che usano tecnologie sofisticate nella creazione di effetti speciali o nelle operazioni di ripresa. Ancora, nei distretti creativi del Regno Unito si fa largo uso di nuove tecnologie, e l’inclinazione all’innovazione è forte.

Abbiamo avuto modo di conoscere un po’ di più il fenomeno a novembre, quando fornendo qualche dato sul tema a una prestigiosa testata di innovazione ci siamo imbattuti con i nostri algoritmi nelle cosiddette startup tecnocreative. Ossia startup innovative (e quindi contraddistinte da un forte elemento tecnico e tecnologico) ma operanti in settori creativi quali quelli citati prima: la moda e il tessile, l’artigianato, il design, il cinema ecc…

Prima di entrare un po’ nel dettaglio, vorrei spendere alcune parole su questa dimensione emergente dell’innovazione italiana. Le startup tecnocreative sono inclini all’esplorazione visionaria e al melting pot di saperi, competenze e discipline. Multiculturali (nell’accezione letterale del termine), meticciano idee, sono intellettualmente spregiudicate, e anche se si concentrano soprattutto nel Nord Italia, le si può trovare tanto nella zona di Porta Genova a Milano che in un paesino del profondo sud.

Potremmo dire che non sono né carne né pesce, nel senso che non sono né la “classica” startup focalizzata esclusivamente sullo sviluppo di nuove tecnologie, né la solita agenzia di creativi o la piccola boutique dove la tecnologia ha un ruolo secondario, quasi marginale. Sono UFO del sistema produttivo italiano, lontane anni-luce dalle schematizzazioni. Tecnologiche e umanistiche allo stesso tempo, queste startup nel loro piccolo sembrano (sul serio) ispirarsi alla filosofia di Steve Jobs, che diceva: «It’s in Apple’s DNA that technology alone is not enough – that it’s technology married with liberal arts, married with the humanities, that yields us the result that makes our hearts sing».

E così c’è l’agenzia pubblicitaria che produce contenuti multimediali mozzafiato, l’impresa ICT che fa gamification di sfondo storico e civile, il negozio online dalla grafica curatissima che vende bici su misura, e così via. Nel complesso, operano in 4 grandi ambiti: le arti grafico-visive, il settore del design e della moda, il settore delle ICT e il manifatturiero. Ecco una tabella riassuntiva, con dati che abbiamo estratto alcune settimane fa:

Ed ecco qui una mappa che mostra la relativa trasversalità geografica del fenomeno (cliccare l’immagine per poter navigare la mappa):

Naturalmente spetta ai sociologi, agli economisti e ai giornalisti specializzati approfondire il problema, non a una startup come SpazioDati. Tuttavia mi sembra evidente come qualcosa (di grande, e nuovo) stia effettivamente nascendo. Incrociamo le dita!

 

Michele Barbera, autore di quest’articolo, è il CEO di SpazioDati.

TAG: aziende, creatività, futuro, stampa 3d, startup
CAT: Innovazione, Startup

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