L’esperienza di sé come Europei e i nostri politici

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12 febbraio 2017

Vorrei proporre una breve riflessione sul tema dell’inadeguatezza dei ceti politici odierni a rappresentare, spiegare e difendere l’Europa come comunità unitaria. La tesi è che il cursus honorum richiesto per fare carriera politica è incompatibile con la possibilità di fare esperienza della propria identità Europea in quanto tale. Pertanto, chi ha seguito tale cursus honorum si trova a dover “gestire” un ideale a cui non corrisponde alcuna esperienza concreta. Di conseguenza non sorprende che, indipendentemente dalla simpatia o antipatia che prova per l’ideale Europeo, il politico di carriera odierno sia impreparato al compito di rappresentare, spiegare e difendere l’Europa come comunità unitaria.

 

Se c’è una cosa preziosa che la fenomenologia mi ha insegnato, è che la validità delle idee non dipende dalla loro coerenza con altre idee ma dalla possibilità di riferirle con rigore ad esperienze concrete.

 

Applicando questo insegnamento all’idea di Europa come comunità unitaria, occorre dunque chiedersi a quale esperienza concreta essa corrisponda e soprattutto quali siano le condizioni perché questa esperienza sia possibile. Partendo dalla mia storia personale, posso dire che ho fatto esperienza di me stesso come Europeo (quindi, non come Italiano o Lombardo, ma proprio come Europeo) grazie ai tanti anni passati prima in Germania e poi negli Stati Uniti. Vivendo in Germania non potevo che notare le diversità culturali con il mio Paese di origine, eppure una volta spostatomi negli Stati Uniti sono rimasto profondamente colpito da quanto mi fosse più congeniale, più vicina culturalmente la società tedesca rispetto a quella statunitense. Al variare delle condizioni di vita sono venuti in rilievo, per così dire, i tratti unitari Europei che mi facevano sentire spiritualmente affine, malgrado tutte le diversità con quella italiana, la società tedesca: la valorizzazione di spazi di aggregazione spontanea, la solidarietà sociale articolata nei dettagli quotidiani, l’attenzione ad una scansione dei tempi della giornata rispettosa delle esigenze fisiologiche e spirituali di ciascuno, il rispetto del riposo e delle giornate di festa, il gusto di immedesimarsi con altre culture, il livello imparagonabilmente maggiore di uguaglianza salariale e civile. Questi tratti non sono tedeschi o italiani ma Europei. Sono come sepolti e sovrascritti da usi e costumi locali che risultano distanti a livello superficiale, ma vengono a galla, per così dire, in filigrana grazie all’effetto ‘controluce’ generato dall’immersione in un contesto culturale radicalmente diverso. Ritengo che se vale la pena tenere in piedi un’Europa unitaria (indipendentemente dalle decisioni di dettaglio, tutte da discutere, in merito all’Euro, ai confini, etc.)  è per coltivare e sviluppare insieme questi tratti comuni che ci definiscono. Per meno di questo, l’Europa unita è soltanto l’insieme di regole odiose che i nostri politici amano spesso evocare, capitalizzando così sulla mancanza di “esperienza di sé come Europei” che caratterizza sia loro che i loro elettori.

 

Affinché l’effetto ‘controluce’ si generi, tuttavia, è necessario passare molto tempo ‘fuori casa’ e non soltanto per qualche viaggio estivo. Questo ovviamente non è alla portata di tutti e sarebbe arrogante anche solo auspicare che un semplice cittadino debba vivere all’estero per potersi scoprire Europeo. Quando il cittadino in questione si impegna in politica, però, le cose diventano un po’ più problematiche. Per poter rappresentare, spiegare e difendere un ideale occorre aver sperimentato l’esperienza a cui quell’ideale corrisponde. Saremmo certo disposti a dare più credito a un politico che si esprime su questioni ecologiche se egli ha potuto sperimentare sulla propria pelle il valore del rispetto ambientale (ad esempio, avendo vissuto in un territorio inquinato). Ci troviamo invece a dover dare credito a politici che si esprimono su questioni europee senza che essi abbiano mai sperimentato sulla propria pelle il valore dei tratti culturali Europei (e qui lascio ai lettori il piacere di inserire una carrellata di nomi e cognomi esemplificativi).

 

Questo accade per una ragione strutturale e non per ‘colpa’ dei politici in questione: per fare carriera politica all’interno di un partito occorre inevitabilmente rimanere ancorati ad un certo territorio e non andare via. Il famoso ‘radicamento nel territorio’, fattore più che legittimo di credibilità, genera così un’aporia irrisolvibile con le condizioni che metterebbero l’aspirante politico nelle condizioni di fare esperienza di sé come Europeo e vivere così sulla propria pelle il senso dell’ideale di un’Europa unitaria.

 

Di recente parlavo con un caro amico tedesco che da giovane aveva militato con successo tra le fila della CDU di Colonia. La decisione di frequentare l’università ad Amburgo gli aveva poi fatto abbandonare temporaneamente la politica cittadina ma una volta ritornato fresco di laurea in giurisprudenza a pieni voti lo aspettava una spiacevole realtà. “Probabilmente puzzavo di pesce!” mi raccontava ridendo (l’allusione è al porto di Amburgo sul mare del nord e al pesce affumicato ivi prodotto). In sostanza, cinque anni lontano dalla realtà di partito locale erano stati sufficienti per venire irrevocabilmente estromesso. Notare che in questo caso si trattava “appena” di uno spostamento da Colonia ad Amburgo! Ho in mente decine di storie analoghe in Italia. I ragazzi con cui ho condiviso l’esperienza della rappresentanza studentesca negli anni dell’Università, che ora siedono in consiglio comunale e in parlamento non si sono mai spostati di un centimetro da Milano. La carriera politica è una guerra di posizione e chi se ne va ha perso. Nota bene: non intendo giudicare in positivo o in negativo questa dinamica. Mi preme soltanto insistere che, se la mia analisi è corretta, essa è incompatibile con le condizioni per fare esperienza di sé come Europeo e dunque forma inevitabilmente politici impreparati a rappresentare, spiegare e difendere l’ideale Europeo.

 

In conclusione vorrei fugare un possibile sospetto. Qualcuno potrebbe pensare che quanto scritto costituisca un’apologia implicita dei politici ‘non di professione’, cioè quelli si paracadutano in politica dopo anni di esperienza lavorativa, magari internazionale. Non è questo il punto. Personalmente ritengo che così come esigiamo professionalità in tutti gli altri ambiti della vita, occorre che chi si occupa di politica sia un professionista e non uno sprovveduto armato di bei sentimenti e belle esperienze. Quindi non è detto che la disciplina di partito e la necessità di abbarbicarsi alle realtà locali per fare carriera politica siano necessariamente un male. Tuttavia, se l’analisi proposta è corretta, esse richiedono un prezzo da pagare altissimo in termini di capacità di rappresentare, spiegare e difendere l’ideale di Europa come comunità unitaria. Ci troviamo così di fronte a un problema strutturale di rappresentanza di cui non è facile intravedere una soluzione. Il segreto sarebbe creare contesti che rendano l’esperienza di sé come Europei senza doversi per forze spostare. Come questo sia possibile, tuttavia, mi sfugge e spero che menti più creative della mia siano in grado di formulare ipotesi a riguardo.

 

 

TAG: europa, identità, politica, rappresentanza politica
CAT: Istituzioni UE, Partiti e politici

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