Contro le elezioni, per salvare la democrazia

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17 marzo 2017

Sempre più spesso si parla della democrazia in senso negativo, come se le elezioni degli ultimi mesi avessero confermato l’incapacità di trovare soluzioni efficaci ai problemi più importanti. È davvero così? La democrazia è in pericolo, ma non per colpa del populismo che avanza.

Kamaluddin è un contadino afghano che vive in un villaggio a pochi chilometri dal confine con il Turkmenistan, nella provincia di Herat. Tutti i giorni si alza al mattino, prima dell’alba, per far pascolare il bestiame e iniziare le faccende. Quando è nato, il suo paese era un emirato che affondava le sue radici nell’impero che Ahmad Shah Durrani creò con le regioni della Persia più orientale. Forse Kamaluddin ignora tutto ciò: lui ha conosciuto i sovietici che invasero il paese nel 1979 e i talebani che lo governarono fino all’arrivo degli americani nel 2001. Forse negli ultimi ha conosciuto anche qualche militare italiano. Kamaluddin però non ha mai amato gli stranieri e possiamo immaginare che sovietici o americani per lui non facessero molta differenza.

In questa vita abbastanza monotona, nel 2014 ha finalmente un’opportunità: può scegliere il suo presidente. Dopo tredici anni, il presidente uscente Hamid Karzai non può ricandidarsi: è arrivato il momento di affidare l’Afghanistan a un nuovo leader. Kamaluddin può scegliersi un candidato, non gli importa se vincerà, intanto avrà fatto la sua scelta. Dopo aver votato, come spesso succede, il suo indice viene immerso nell’inchiostro, per evitare che questa scelta la esprima più volte. Torna nel suo villaggio, a Rabat-e-Sangi, dove incontra una banda di talebani che spesso girano da quelle parti. Non gli hanno mai dato fastidio, ma questa volta è diverso: il suo dito mostra che ha votato, che ha scelto, il significato è chiaro a tutti. Non esitano ad amputargli il dito, dopo averlo tenuto prigioniero per qualche ora. Non è l’unico: nello stesso villaggio sono una dozzina le persone ferite per lo stesso motivo.

Questa storia è perfetta per spiegare la democrazia come una bellissima scelta di libertà. Eppure c’è da dire che la situazione è un po’ più complessa. La nostra costituzione, all’articolo 48 precisamente, definisce l’elezione come un “dovere civico”. Ma se è un obbligo (anche solo morale), è davvero una libertà?

Nel 2014, nello stesso anno in cui Kamaluddin perde un dito, il giornalista belga David Van Reybrouck scrive un saggio, Contro le elezioni. Il libro spiega che le nostre democrazie hanno due problemi: efficacia ed efficienza. I parlamenti sono ingolfati, spesso non rispondono con facilità alle richieste di chi li ha votati e i sistemi elettorali sono così arbitrari da non avere alcun senso (pensate agli effetti del gerrymandering). Van Reybrouck ci fa una domanda interessante: se in un’elezione l’affluenza è al 60%, perché assegniamo tutti i seggi? In una vera assemblea rappresentativa, quel 40% di elettori assenti dovrebbe corrispondere ad altrettanti scranni vuoti. Questo perché il concetto di rappresentanza può avere interpretazioni diverse: è il motivo per cui due sistemi elettorali – proporzionale e maggioritario – sono entrambi legittimi ma diversi nel risultato. Dunque la democrazia rappresentativa non è una strada unica, ma una direzione da prendere.

Nello stesso libro, Van Reybrouck ricostruisce anche la storia della democrazia, con alcuni risvolti curiosi. In Italia il suffragio universale è arrivato nel 1946, quando anche le donne partecipano al referendum istituzionale tra monarchia e repubblica. Ma anche l’elezione è roba degli ultimi anni (secoli, diciamo). In età medievale rappresentavano le famiglie nobili che legittimavano il potere del sovrano, poi con la nascita della borghesia industriale questa rappresentanza si è allargata al di fuori dei nobili (che a loro volta erano scelti dal sovrano). Questo discorso è ancora valido per la camera alta di alcune monarchie, come il Regno Unito e il Qatar. Cosa succedeva prima di queste monarchie medievali? La nostra definizione di democrazia affonda tra le rovine delle poleis greche: Atene, Sparta e tutte le altre città del Peloponneso dove nel VI e V secolo a.C. alcuni politici – forse ricorderete un certo Pericle – diedero forma ai concetti fondamentali delle nostre istituzioni. Tra questi fondamenti però ne è scomparso uno: il sorteggio.

Per quasi tutta l’epoca classica, ad Atene, le magistrature – cioè gli incarichi pubblici – venivano o assegnati per sorteggio. I cittadini tra cui scegliere non erano molti (solo chi poteva armarsi o aveva un certo numero di terre poteva esserlo), ma avevano comunque un limite di due mandati. Ciò garantiva una spartizione equa degli incarichi, cercando di diminuire la corruzione e la nascita di un’aristocrazia (con scarsi risultati, diciamo). Il sorteggio in realtà è sopravvissuto in una nostra istituzione: sono nominati per sorteggio i giudici popolari delle corti d’assise, quelle per i reati più gravi. Oggi, realisticamente, non si può pensare di avere un Parlamento oppure un Governo di persone estratte a sorte (anche se qualcuno ci aveva provato sul serio o per scherzo).

Insomma, perché andiamo a votare? La democrazia rappresentativa non funziona e non si è sempre fatto così, anzi. Votiamo perché il sistema che abbiamo è quello che più si avvicina al nostro desiderio di essere tutti rappresentati. Non lo fa la democrazia diretta, che piace tanto a un non-partito con aspirazioni di governo: la democrazia diretta è la negazione della rappresentanza. A cosa serve un parlamentare, se tutti i provvedimenti ce li votiamo da soli? Rischiando di dover galleggiare sull’emotività di un elettorato già poco informato.

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora.
Discorso alla Camera dei Comuni di Winston Churchill, 11 novembre 1947.

La democrazia rappresentativa ha molti problemi, soprattutto in Italia, ma cercando sistemi alternativi – e forse pericolosi – si rischia di buttare l’acqua sporca con il bambino dentro: invece di migliorare il profilo dei candidati, la struttura e la trasparenza dei partiti, l’efficienza della macchina pubblica, qualcuno propone di ribaltare il sistema, curiosamente a proprio vantaggio (certe democrazie dirette vogliono passare solo per un blog senza proprietario). In questi anni le scelte popolari sembrano essere disastrose, dalla Brexit a Trump,  ma non facciamo granché per migliorare la proposta alternativa. I progressisti si lamentano dei successi di Marine Le Pen e di Beppe Grillo, senza cercare di agganciare – anche per una questione di strategia politica – i temi di una larga parte dell’elettorato.

Kamaluddin è un contadino che vive nell’Afghanistan rurale e nel 2014 ha fatto il suo dovere civico, esprimendo una preferenza alle elezioni, informato o meno. È giusto mettere in discussione le elezioni e il sistema rappresentativo, se non funziona come dovrebbe. Ma cosa offre la politica italiani ai suoi nostri prossimi elettori? In molte occasioni la stampa ha rinunciato a offrire buona informazione ai propri lettori: sarebbe pericoloso se anche la politica rinunciasse al proprio compito.

Foto di Niccolò Caranti/Commons. CC BY-SA 3.0.

TAG: antipolitica, democrazia, elezioni, movimento 5 stelle, parlamento
CAT: Legislazione, Parlamento

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