Don Milani economista

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13 settembre 2017

Non è certo passato sotto silenzio, quest’anno, il 50esimo anniversario della morte di Don Lorenzo Milani, avvenuta prematuramente, dopo una lunga malattia, il 26 giugno 1967, quando il Priore di Barbiana aveva 44 anni.

Oggi il consenso verso la sua figura e la sua opera, da Papa Francesco in giù, è quasi unanime mentre non lo era affatto allora e nel corso dei suoi 20 anni di sacerdozio.

Probabilmente il suo commento, a tanto incensamento, sarebbe lo stesso che fece dopo la sentenza di assoluzione in primo grado (1966) per la lettera ai Cappellani militari: “Mi danno tutti ragione: devo essermi rincoglionito”.

Si può dire che si è avverato quanto aveva previsto, molto lucidamente, Mons. Gino Bonanni, che era stato suo preposto nel 1947 alla parrocchia di Montespertoli e poi Rettore del Seminario di Firenze fino alla sua destituzione nel 1964, ad opera dello stesso Cardinale che 10 anni prima aveva spedito (o contribuito a spedire) Don Milani a Barbiana.

“E’ morto don Lorenzo Milani- scrive Bonanni nel suoi Quaderni quel 26 giugno – E’ morto in pace. E’ morto con Dio. E’ morto un uomo-prete che si è sforzato di essere vero ed è arrivato fino ad essere crudele con sé e con gli altri. A tanti ha rotto le scatole, a tutti ha dato fastidio. Sarà molto più grande nel futuro. Quando quel che oggi sembra polemico sarà acquisito da tutti, allora capiremo il coraggio e la grandezza di don Lorenzo”.

Su quel “fastidio”, Indro Montanelli (1958) ebbe parole sorprendenti: “appartengo alla razza che poco meno di cinquecento anni fa prese il Savonarola, il don Milani di turno, quello più grosso di tutti, lo legò su una catasta di legno e le diede fuoco, perché disturbava non la quiete pubblica, ma quella privata”.

Nonostante la sua ormai piena rivalutazione, due tratti di Don Milani mi sembra non siano stati messi adeguatamente in luce.

Uno è la sua figura di scrittore, la sua prosa “dura e trasparente come il diamante”, la sua efficacia, la sua immediatezza, l’ironia che spesso vi traspare, l’essenzialità delle parole e l’estrema fiducia nella comunicazione tra gli uomini, intesa come capacità di capire e di farsi capire, cui ha dedicato (e sacrificato) tutta la sua vita, “dalla parte dell’ultimo”.

Una scrittura che ricorda le parole dei profeti: “Quando parlo, devo gridare, devo urlare: ‘Violenza! Oppressione!’. Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno” (Geremia, 20,8).

La forza dei contenuti e la purezza della lingua creano una combinazione che, pur senza volerlo, produce qualcosa che sembra avere un solo nome: letteratura.

Due esempi, scelti quasi a caso.

In una dissacrante “Lettera dall’oltretomba”, messa in chiusura a Esperienze Pastorali (1957), Don Milani scrive: “Cari e venerati fratelli, [….] sulla soglia del disordine estremo mandiamo a voi quest’ultima nostra debole scusa supplicandovi di credere alla nostra inverosimile buona fede. (Ma se non avete come noi provato a succhiare col latte errori secolari non ci potrete capire). Non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito…”

Un altro esempio viene da Lettera a una professoressa (1967), un libro che Pasolini definì “straordinario, anche per ragioni letterarie”, scritto, è vero, dai ragazzi della Scuola di Barbiana, ma con passaggi dell’inconfondibile stile di Don Milani:

“La maestra invece è difesa dalla sua smemoratezza di mamma a mezzo servizio. Chi manca ha il difetto che non si vede. Ci vorrebbe una croce o una bara sul suo banco per ricordarlo. Invece al suo posto c’è un ragazzo nuovo. Un disgraziato come lui. La maestra gli s’è già affezionata. Le maestre son come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta alle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere”.

C’è, poi, un secondo aspetto di Don Milani che mi sembra sia da rimarcare.

Accanto al profilo (assai discusso) di pedagogista ed educatore, la lettura dei suoi scritti mostra una abilità evidente e insolita, per un giovane prete, di fare statistiche, studi sociali, analisi economiche.

La lettura della sua opera principale, quelle Esperienze pastorali uscite nel 1957 e subito messe al bando dal Sant’Uffizio, rivela una capacità di osservazione, di valutazione, di misurazione quantitativa che appaiono straordinarie se paragonate all’ambiente culturale, ai mezzi tecnici e alla formazione di base di Don Milani.

Anche qui possono bastare pochi esempi, presi dalla seconda Appendice.

“A Prato tra i tessitori, coi libretti [cioè l’assicurazione sugli infortuni] non ne lavorerà 10 su 100. Ma questa cifra non è precisa. Non ho ancora trovato il verso di stabilirla meglio. Ma credimi che è prudentissima e se ne vuoi la prova, prova a chiedere udienza dal direttore di una qualsiasi fabbrica un po’ grossa e domandagli che t’assuma un tessitore. Te lo dice in faccia: ‘Telai non ne teniamo più. Abbiamo visto che non ci conveniva’. E fuori hai letto bene: Lanificio. Hai visto entrare montagne di colli in filatura e hai visto uscire di rifinizione montagne di pezze già imballate. E’ un miracolo che si rinnova ogni giorno: in Prato i fusi di cardato son 295.000, quelli di pettinato 37.000 e d’un tratto si trasformano in stoffa, non si sa come, anche in fabbriche che di telai non hanno che quei pochi per far campioni. Alla Mutua o all’Ispettorato forse credono nella magia, ma gli altri, quelli che stanno sulle strade e nelle case e perfino le mamme che non mettono piede fuor di cucina e non leggono il giornale, lo sanno tutte. A voler essere prudenti son 10.000 i tessitori che lavorano a Prato dai ‘terzi’. E’ una marea che scende ogni giorno dai monti, risalendoli perfino dal versante di Bologna. Che si raccoglie dalla piana fin da Pistoia e Firenze. Due ragazzi che ho conosciuto io, sono d’Abruzzo e dormono nello stanzone sulle pezze. A casa torneranno d’agosto. Una marea senza nome e perfino senza peso nelle statistiche perché lavora senza libretto.”

E più avanti: “Si usa dire che nelle grandi fabbriche le infrazioni alle leggi sociali non ci siano. Non è vero. Dal Baffi si lavora con contratto a termine. Ognuno firma per due mesi e rinnova alla scadenza per altri due mesi e così via. Non si può. Ma al Baffi non glie ne importa. Si dice poi che nelle fabbriche grandi son tutti assicurati. Ma non è vero neanche questo. Dal Baffi so di moltissimi che non lo sono. E Mauro mio e Danilo li ha assicurati una settimana innanzi al licenziamento, come un ultimo spregio”.

Poi considerazioni sul cottimo, il lavoro minorile, la discriminazione antisindacale, la disoccupazione.

A metà degli anni ’50, non male per un’analisi di quello che solo vent’anni dopo sarà chiamato distretto pratese e trent’anni dopo vedrà cambiati i volti dei “nuovi schiavi” ma non i metodi, le situazioni e il degrado umano e sociale.

Luigi Einaudi, in una lettera riservata indirizzata al Priore (1959), ebbe parole di grande apprezzamento per il libro e le sue osservazioni economiche e sociali ed Elémire Zolla (1959) così ne sintetizzò metodo e risultati: “Ha studiato la sua parrocchia e gli è bastato per capire l’intera struttura del mondo moderno”.

 

TAG: Lavoro
CAT: macroeconomia

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