Il nemico del Lavoro? Sono le rendite

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1 maggio 2017

Purtroppo me lo sono chiesto molte volte e, ancora, non ho trovato una risposta. Perché gli italiani che si confrontano quotidianamente con il giudizio del mercato, accettino che molti altri vivano, in parte o totalmente, protetti dai suoi effetti?
Dovrebbe essere un fatto di giustizia che quando alcuni sono esposti, allora, lo debbano essere tutti e solo i più deboli eventualmente protetti. Quello che accade, invece, è che molti, troppi, vivano di rendite e privilegi; una vera malattia economica e sociale.

Essere esposti al giudizio del mercato, ad esempio, dovrebbe significare avere dei meccanismi che consentano di riconoscere adeguatamente il talento, la capacità e l’energia che le persone esprimono nel proprio lavoro. Una cosa che è, tra l’altro,  necessaria alla collettività per produrre più ricchezza e quindi benessere. Insomma il MERITO individuale, se riconosciuto, innesca un sistema virtuoso, utile a tutti. Il comunismo, che non lo ha mai riconosciuto, è la prova storica di quanto sia fallimentare, per la società intera, non riconoscerne il valore.

La rendita ed i privilegi sono nemici, temibili, del progresso. La rendita è un prelievo netto, una “tassa” sul prodotto sociale ed economico: un prelievo a cui non corrisponde alcun contributo alla produzione di ricchezza e di benessere e per questa stessa ragione costituisce un potente freno alla crescita. In quest’ottica sembra, quindi, auspicabile un patto tra «produttori» e cioè tra lavoratori e imprenditori, perché si creino, per loro, le migliori condizioni per operare efficacemente e con il giusto riconoscimento.

Ma la redistribuzione della ricchezza, di un paese, deve anche rispondere a principi di giustizia sociale e tutelare i più deboli. Non si può rinunciare all’obiettivo di combattere la povertà e garantire la mobilità sociale, offrendo a tutti opportunità paragonabili. Non è tollerabile avere persone sotto certe soglie di reddito, quando la ricchezza prodotta è sufficiente a garantire a tutti un dignitoso livello di benessere. Questo, ad esempio, si potrebbe ottenere con l’introduzione di un’imposta negativa, che integri il reddito individuale (di chiunque, lavoratore dipendente, P.IVA….) se al di sotto di una soglia minima.

Se consideriamo valide queste premesse, si possono identificare due gruppi sociali contrapposti: i produttori -  lavoratori, dipendenti e imprenditori, o COALIZIONI PRODUTTIVE, che operano in condizioni di libero mercato  –  e i percettori di rendite – o COALIZIONI DISTRIBUTIVE.

In Italia, a mio modesto parere, uno dei più grandi problemi sociali è la dimensione delle “coalizioni distributive”. Apparentemente godono di una maggioranza schiacciante tra gli elettori che, seppur diventati particolarmente mobili, sembrano chiedere sempre e comunque, alla politica di ogni colore, la difesa dei propri privilegi e delle proprie rendite, o combattono, con accanimento, per conquistarne. E’, probabilmente, anche il motivo per cui, da decenni, qualsiasi tentativo di ridurre e riqualificare la nostra spesa pubblica, è fallito.

Ma chi sono, oggi, concretamente i privilegiati? Chi sono i percettori di rendite, piccole o grandi? Chi è parte della “coalizione distributiva”?
Molti statali sindacalizzati e alti burocrati, il ceto politico e della sotto politica, molti ceti professionali organizzati intorno ai loro ordini, quelli che vivono di ricchezze ereditate pagando poche tasse, i baby pensionati, i beneficiari di pensioni retributive,  i commercianti evasori, i finti invalidi, gli addetti ad un ordine giudiziario intoccabile, i tassisti a numero chiuso, i farmacisti contingentati, i concessionari pubblici a tariffe di favore, gli impiegati e gli amministratori parassitari delle spa degli enti locali, i dipendenti protetti della grande industria, le banche, le assicurazioni, l’industria petrolifera, gli imprenditori in nero, gli imprenditori beneficiari di elargizioni pubbliche, i cooperatori fiscalmente privilegiati, le schiere di elusori fiscali, i beneficiari di condoni……… e così via per infiniti altri segmenti sociali e altri settori del Paese. In totale, una massa imponente di italiani.

Considerando solo le rendite cosiddette “classiche” – derivanti cioè dalla proprietà di risorse scarse – le considerazioni, però, si complicano. Si dovrebbe, ad esempio, far valere la distinzione tra rendite derivanti da capitale accumulato con reddito da lavoro e quelle, ad esempio, derivanti da capitali ereditati. In questo secondo caso il prelievo fiscale potrebbe essere più incisivo, a beneficio dei “produttori” e del sistema di welfare, ad es. usando la leva della tassa di successione. Si dovrebbe evitare, così, una doppia imposizione a chi produce e accumula ricchezza. In sintesi, si dovrebbe creare un sistema fiscale “meritocratico” dove, chi produce, gode di imposte basse sia sui redditi che sulle rendite dei propri capitali e invece l’imposizione sarebbe più forte sulle rendite di chi non produce. Certamente dovrebbe essere evitato che, per i capitali, vi sia un significativo vantaggio a migrare verso paesi con fiscalità più vantaggiosa, limitando le opportunità di crescita economica del paese. Questo richiederebbe un compromesso, non sempre facile da trovare.

Sarebbe dunque nell’interesse economico e sociale della collettività e certamente di chi lavora e lo fa a mercato, che il prodotto sociale non sia taglieggiato  -  senza fatica e senza nessun merito  -  dai percettori di ogni tipo di rendita. Quindi i privilegi dovrebbero essere aboliti o limitati nel loro impatto negativo attraverso l’uso della leva fiscale. I benefici, di tali politiche, dovrebbero essere utilizzati per ridurre drasticamente il carico fiscale che grava, oggi, sui “produttori”. L’Italia, temo, non potrà reggersi ancora a lungo sui privilegi.

TAG: Lavoro, politica
CAT: macroeconomia, Partiti e politici

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