Cervelli in fuga – Mario Sechi, Hombre Perpendicular

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4 settembre 2017

Non si può dire che questo giornalista non possieda il suo à plomb. Pende dal soffitto giornalistico italiano come una salsiccia affumicata e punta verso il basso per semplice forza di gravità ragion per cui le parole gli escono fuori dalle tasche per caduta, senza alcuno sforzo. Siccome ha il senso della perpendicolarità ed è un uomo d’ordine le mette in fila come se si trattasse di una collezione di farfalle poi, con lo stesso sadismo entomologico, ce le infilza nelle orecchie una per una. Precisa, puntualizza, focalizza, motiva e delucida ogni cosa con argomenti che dimostrano, ragionevolmente e al di là di ogni dubbio, che o tutto quello a cui si riferisce è inspiegabile oppure che la spiegazione la otterremo solo rivoltando come un calzino ognuna delle  sue pensate. Perché lui sostiene l’insostenibile con l’aria soddisfatta di chi sta facendo contabilità ordinaria. E i conti gli tornano sempre. Sechi è un fiore di serra di questa italia stracciona ma endemicamente professorale, uno che ha fatto carriera prima di sapere scrivere e, una volta arrivato alla poltrona di direttore di giornale, s’è dimenticato che doveva imparare a farlo. Perciò i suoi articoli sembrano intercettazioni telefoniche: il vocabolario ha la stessa entità, la grammatica è un po’ meglio, la sintassi un po’ peggio (visto che deve trattare argomenti un poco più vari di fica e mazzette con lo stesso numero di parole) ma il risultato finale è identico. Quando vuol fare prosa d’arte va fuori controllo e diventa un pericolo pubblico. Ecco, per dire, cosa riesce a concepire in tema di corride: “Sei intabarrato nel traje de luces, l’abito d’azzurro e oro. Il tuo fido mozo de espadas ti ha aiutato a indossare la chaquetilla che avvolge il tuo petto, e la taleguilla che esalta la forma delle tue gambe. Hai chiesto alla Vergine della Macarena di Siviglia di esserti accanto, le hai affidato il tuo destino, come sempre. Manca poco, la banda suona il paso doble. L’amore. La vita. La morte.” Cose da pazzi. Perfino D’Annunzio morente sul catafalco del Vittoriale, davanti a questo retablo da telenovela prodotta a Bollywood, si strapperebbe il catetere e glielo lancerebbe addosso come Enrico Toti lanciò la stampella contro il nemico. E’ difficile immaginare che questo eroe non si renda conto delle fesserie che dice ma bisogna ammettere che, forse proprio perché se ne rende conto, le dice in modo pulito e ordinato, mettendole in fila indiana e chiamandole per nome una per una. Contrariamente a chi le spara a raffica lui le proietta sul bersaglio una per volta prendendo la mira. Poi, nelle pause tra una stronzata e l’altra, china la faccia di bronzo sul calepino e si appunta in ordine alfabetico quelle che deve dire appena il suo interlocutore avrà smesso di pronunciare le sue. E perciò, purtroppo, non se ne dimentica neanche una. Mai.

TAG: italia
CAT: Media

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