Le Canzoni della Cupa, disco epocale di Capossela, vince il Premio Lunezia

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3 agosto 2017

Devo dire che me lo aspettavo, ero lì che guardavo le email e me lo aspettavo. Che sbucasse qualcosa, che arrivasse un messaggio, a rinsaldare un legame. Che in questa estate globulare, fatta di tanti ammassi di caldo che si susseguono da fine maggio in poi, arrivasse anche una di quelle piccole notizie che ti fanno saltare sulla sedia e che allo stesso tempo indicano una direzione. E mi è arrivata, mi è proprio appena arrivata. Perché io poi passerò buona parte delle mia vacanze calitrane a raccontare sotto forma di reportage lo Sponz Fest che dal 20 al 27 agosto si celebrerà in Alta Irpinia, e stavo cercando un antefatto, una sorta di anticipazione da mandare avanti a tutte le cose che succederanno in quei giorni della terza decade di agosto tra Calitri e il paese dei coppoloni. E la motivazione con cui riesco ad anticipare tutte le mie prossime scorribande in terra irpina è epocale, come quella per cui a Vinicio è stato assegnato il Premio Lunezia Canzona d’Autore 2017.

E lo ritira il prossimo 8 agosto a Marina di Carrara il premio. E’ un’opera scultorea in marmo bianco.

L’opera musicale “Canzoni della Cupa” è stata definita dalla Commissione del Premio Lunezia «Album epocale».

La motivazione di tale giudizio è quella che segue.

“L’album «Le canzoni della cupa» merita il premio per la capacità di mutare in testi una poetica viva ed essenziale, tenendo alti quei canoni dell’arte musical-letteraria che consacrano la canzone ad opera d’arte. Obiettivo centrato da Capossela che, snodandosi su due binari antitetici ma gemelli – la Polvere e l’Ombra – prende per mano l’ascoltatore e lo conduce in un impegnativo ma affascinante viaggio in terre sommerse e mortificate da un sentire sociale ormai sordo a voci, storie, suoni e culture di un tempo che è radice e sogno. Radice come la terra, la fatica e il sudore raccontati nelle canzoni della Polvere. Sogno come l’onirico, il fiabesco e l’enigmatico narrati nelle canzoni dell’Ombra. Un mondo, quello che l’artista consegna al pubblico dopo una lunga gestazione, partorito dalle immagini del suo ultimo romanzo “Il Paese dei Coppoloni” e supportato da musiche fortemente evocative, capaci di trascinare i sensi in universi magici ma tangibili. Discostata la polvere da una memoria atavica e collettiva, e intravista, finalmente, la linea delle ombre, si disvela ora tutta la poetica di Capossela, quella stessa che già in nuce intravedemmo nelle sue prime composizioni, che cominciò a definirsi in modo più decisamente personale ne «Il Ballo di San Vito», e che qui prende vita finalmente consapevole e piena. Le «Canzoni della Cùpa» sono il risultato di una ricerca appassionata, partita dalle sue radici di terra e tradizioni, di suoni antichi e di ritmi scaramantici, storie e leggende che man mano che si allontanano nel tempo perdono le connotazioni personali e locali e divengono storia di tutti, si immergono in un grande inconscio collettivo da cui Capossela può attingere a piene mani. Vi sono l’incedere terzinato e inesorabile della tarantella, i colpi dei tamburi, le stagioni e i loro riti, la festa e il lutto, il battito scandito del canto di lavoro, l’inspiegabile che si fa paura e religione insieme… Un’opera ambiziosa ma sincera, composita e complessa, certo, ma anche spesso cantabile e ballabile come lo è la musica popolare, fatta e tramandata dagli uomini per gli uomini di ogni epoca e latitudine. Una summa del sentire umano che solo un artista vero come Vinicio Capossela avrebbe potuto sintetizzare in forma di canzone”.

Io volevo scriverci un reportage su questa cosa dell’email che mi è arrivata mentre stavo a guardare la casella di posta, poi ho letto la motivazione del premio e sono rimasto senza parole. Perché io volevo scriverci un reportage, lui però ha fatto un monumento, un’opera scultorea.

“C’è un lago solitario

illuminato dalla luna per me e per te

come nessuno per noi soli…

Là ci nasconderemo e svaniremo,

tutti vanamente al confine della luna,

sentendo che ciò di cui siamo fatti

è stato qualche volta musicale”.

TAG: arte, calitri, Festival, irpinia, Musica, Sponz Fest, tradizioni locali, Vincio Capossela
CAT: Musica

2 Commenti

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  1. evoque 2 settimane fa
    Vabbè, un altro premio. Uff, che barba!
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  2. marco-bennici 2 settimane fa
    Direi meritati, senza voler essere di parte, ma conoscendo quelle terre questa opera di ricavarne una narrazione coerente rispetto alla loro storia recente e alla tradizione che esprimo è indubbiamente apprezzabile.
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