Trent’anni suonati per “Time in Jazz”

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21 aprile 2017

“A Berchidda si sente con gli occhi e si guarda con le orecchie”. A parlare così è Paolo Fresu, impegnato nelle scorse settimane in un vero e proprio tour di presentazione della trentesima edizione di “Time in Jazz”, che lo ha portato a Bologna, Roma e Milano, all’interno di un format dinamico fatto di narrazione e dialogo, immagini e identità, e naturalmente musica, suonata sul palco assieme al Devil Quartet, la formazione con cui il trombettista condivide da anni la sua ricerca sul jazz elettrico.
“Trenta! Time in Jazz è un numero tondo, sferico. Numero che sa di trance e di follia. Di pecore munte al suono de sas cadinas e di digitale. Di passato e di presente. Sa di padelle appese a mo’ di scena sul palco e di motocarrozzelle metalliche assurte al ruolo di oggetti d’arte moderna. Time in Jazz sa di gente. Di fuochi e di bande, di fanfare e combo, di soli vertiginosi e di orchestre. Sa di poeti improvvisatori e di rime in limba. Di percussioni, di percussionisti e di bicchieri che risuonano e brillano sollecitati dalla luce del sole appena nato. Sa di amici che non ci sono più e di nuovi arrivi. Sa di incontri e di scontri. Di fidanzamenti e di dispididas. Di bimbi, di giochi e di grandi. Di cibo e di vino. Di dolci. E sa di mandorle amare e di vigne che profumano di vermentino”, scrive Fresu in un testo che ha preparato per celebrare questa ricorrenza.


L’esperienza di “Time in Jazz” resta in effetti una proiezione estremamente fedele dell’estroversione intellettuale del suo inventore. Da un lato potrebbe essere raccontata come il tentativo di strappare la gente alle spiagge della Sardegna per far scoprire l’interno attraverso l’escamotage del jazz. Una forma intelligente di marketing culturale che riporta il territorio alla sua storia precedente all’intervento della Fondazione Rockefeller, senza di cui la Sardegna sarebbe ancora più terra che mare, e dunque il recupero di un’identità rimossa nei luoghi in cui essa si manifesta nelle forme più intense e spettacolari. Scrivo questo ricordando la scoperta del Romanico locale frutto proprio di una delle prime incursioni che “Time In Jazz” tentava con i concerti nelle chiese disseminate nel territorio.

Ozieri, Basilica di Sant’Antioco di Bisarcio

Al contrario della civiltà romanica della Pianura Padana, il Romanico figlio della presenza pisana nell’Isola ha lasciato le sue principali emergenze monumentali nelle campagne, in luoghi solitari, ancora oggi in qualche caso difficilmente raggiungibili. Frequentandoli, il Festival ha scoperto da subito una sua vocazione “silvo-pastorale” (ma per nulla accademica, sia inteso, laddove invece l’elemento ritornante è proprio la sperimentazione), portando i musicisti a misurarsi con luoghi e situazioni in cui il jazz riscopre il versante più emotivo della sua natura improvvisativa. Fresu ha giustamente ricordato uno dei concerti germinali di quell’esperienza, con Antonello Salis al pianoforte, in un oratorio campestre utilizzato per il ricovero di un gregge, tra strame, caldo soffocante e vento che entrava a folate insieme alla luce. Immaginate il suono di Salis, il suo approccio così fisico al piano, gli esperimenti prodotti con la preparazione dello strumento, i passaggi tra Cecil  Taylor e l’uso percussivo dello strumenti “alla Busoni”, e poi i cedimenti lirici indotti da quel luogo straordinario e commovente.

Ogni ricordo che si porta indietro da Berchidda è impastato più o meno di queste cose: il basso continuo mugghiante del Maestrale, i campanacci delle greggi, le strade da trovare che nessun navigatore riconosce, a cui ciascuno poi associa i propri. Io conservo la memoria dei passaggi sul Limbara di notte, tra le sugherete e i barbagianni, un anno che avevo pensato di poter fare ogni sera la spola tra Berchidda e Aggius. Non è quella la maniera migliore di vivere “Time in Jazz”, che è sì diffuso (e qui Fresu ha anticipato la logica della distribuzione degli eventi sul territorio di una ventina di anni) o come si dice ora, con parola orribile, “spalmato”, ma ha poi il suo centro e motore nella Piazza del Popolo, nel cuore della cittadina. É qui che la notte comincia e la musica finisce al mattino, quando già è in programma un nuovo concerto all’alba in qualche luogo impossibile. É la piazza a garantire che il flusso sia praticamente senza interruzione.

“Il jazz è sfuggente, è una musica in perenne divenire”, ricorda Fresu, che rispolvera anche le linee guide del Festival, scritte nel 1988 su di una Olivetti n.32. Un vero e proprio manifesto artistico e filosofico, che dice di aver “perseguito con rigore” sino a oggi. “È il manifesto delle musiche e non della musica. Un festival di jazz, dunque, ma soprattutto un festival che crede nella propensione del linguaggio afroamericano, musica dinamica e in divenire per sua stessa natura, all’apertura verso il mondo con i suoi intrecci geografici e stilistici facendosi portare dai venti del Maestrale, dell’Austro, dello Scirocco… Venti dei quali noi siamo la vela spiegata del loro aquilone. A Berchidda succede che non ci sia un solo paese in festa ai piedi del Limbara ma che questa festa sia contagiosa e coinvolga Comuni vicini e lontani, tra il Logudoro, la Gallura, l’Anglona, la Romangia, la Baronia e il Meilogu”.

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una visione un po’ ombelicale, di allargamento del campanile, ma che pur sempre al campanile rimanda. Invece è esattamente il contrario: “A Berchidda accadono cose che neanche alla Scala o alla Carnegie Hall”, ammonisce Fresu, “Berchidda non è una. Perché durante il festival succede anche che Rio Zocculu e Sa Rughe siano i quartieri di una metropoli infinita. Le dodici note musicali ne delineano i nuovi confini, che sono immaginari ma che ne colgono la ricchezza degli incontri, smussando gli angoli di una nuova geografia incerta. Succede che uno spazio come una vecchia casa abbandonata diventi museo e che un caseificio in disuso sia un nuovo teatro o una officina produttiva che trasforma non più latte ma idee. La transumanza di chi si sposta tra basiliche e parchi eolici rappresenta una metropolitana di superficie dove le stazioni sono decine e decine di concerti, esposizioni di arte contemporanea, incontri, proiezioni; e accade che tutti siano ricettivi e aperti verso le problematiche di oggi e che i suoni dell’Africa, del Sud America, dell’Europa, dell’America nera e dell’Asia diventino un presente da portarsi a casa e da consumare nel freddo inverno in attesa di un’altra estate”.

Ho un ricordo personale anche per queste parole. Nell’edizione del 2001 mi capitò di ascoltare un concerto straordinario nella chiesa di Sant’Antioco di Bisarcio, vicino a Ozieri. Sul palco si avvicendarono i Tenores di Santu Lussurgiu e il suonatore tunisino di oud Dhafer Youssef.

Da un lato dunque il canto a tenore, che è una delle espressioni più profonde della cultura sarda, al punto da essere incluso nel Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità riconosciuto dall’Unesco. Qualcuno dice che sia nato dai prigionieri romani che venivano incarcerati nell’Isola. Altri che risale all’epoca nuragica. Altri ancora che rappresenta l’incontro tra la natura e l’uomo: delle quattro voci di cui si compone, su bassu imiterebbe il bue, sa contra la pecora e sa mesu hoche l’agnello, mentre sa boche, ossia il solista, incarnerebbe la voce dell’uomo, che è riuscito a dominare il mondo animale. Dall’altro, la rilettura della tradizione sufi da parte di Youssef, che prova a tenere assieme il lirismo del liuto arabo e l’improvvisazione di ascendenza jazzistica. Sentire all’interno di una chiesa quelle sonorità che rimandano istintivamente all’universo culturale dell’Islam mi aveva lasciato una sensazione molto particolare. Allora nessuno parlava di multiculturalismo, e l’impressione che ne ricavai era anzi quella di una tradizione che era riuscita ad arrivare più intatta della nostra sino a oggi, e dunque era capace di riempire una chiesa con una voce sola, in cui riecheggiavano le sonorità del Muezzin.

Poche settimane dopo, giusto il tempo di tornare in continente, assistemmo all’attentato dell’11 settembre, coincidente con una frattura culturale che non si è ancora ricomposta. “Time in Jazz” e il suo ricordo rappresentano per me anche il ricordo di un mondo che si poteva pensare ancora come un’unità, pur in tutte le sue contraddizioni, e quasi certamente Berchidda è ancora il luogo dove i linguaggi che molti oggi vorrebbero ricondurre al silenzio si parlano liberamente, dando luogo a nuove vulgate mutanti, come nelle intenzioni del jazz, una musica che spesso è rappresentata come una tradizione definita, e invece è più di ogni altra irrequieta e liquida. Nomade è una parola che non amo per rappresentare la musica, perché un suono ha una sua persistenza che lo lega a un luogo, a una terra. Ma indubbiamente “Time in Jazz” è un caravanserraglio, che prende forma stabile nei giorni delle Feriae Augusti e dell’Assunta. Non so se Fresu l’avesse concepita inizialmente come una grande festa di popolo. Ma è anche questo che è diventata, una processione che ha le sue stazioni, fissate nella tradizione, e che però poi è continuamente scompigliata e reinventata dall’anarchia dei celebranti.

Così, l’edizione del trentennale (che andrà in scena dall’8 al 16 agosto), ospiterà vecchi e nuovi amici, dal sassofonista inglese Andy Sheppard al trombettista polacco Tomasz Stanko, ad chitarrista norvegese Eivind Aarset, che ricordiamo giovanissimo in un “Time in Jazz” affiancare il grande Nils Petter Molvaer. E ancora Markus Stockhausen (perché tromba e flicorno recitano pur sempre un ruolo centrale nel palinsesto di Berchidda) e la formazione storica dell’Art Ensemble of Chicago.

Per arrivare a stelle come Uri Caine, Erik Truffaz e Florian Weber. Tra le presenze italiane, c’è sa segnalare che molti artisti oltre a esibirsi nei rispettivi concerti, hanno espresso il desiderio di collaborare come volontari in varie mansioni organizzative: tra questi Ada Montellanico, Dino Rubino, Enrico Zanisi, Gianluca Petrella, Marco Bardoscia, Raffaele Casarano, Giovanni Guidi, che si mescoleranno alle 350 persone che operano nella struttura della manifestazione, prestando il proprio lavoro a “Time in Jazz”. Il dettaglio completo del programma è disponibile qui . Durante l’incontro con il pubblico Fresu ha spiegato di avere un solo sogno: “Non dover chiedere più nulla”. Il Festival costa infatti 500mila euro e ne produce il triplo come indotto, muovendo circa 30-35mila persone. Dopo trent’anni, come accade purtroppo per quasi tutte le manifestazioni culturali che rendono davvero ricco il nostro Paese-le risorse non sono però stabilizzate. Nomadismo va anche bene, ma per quanto lascia sul territorio “Time in Jazz” meriterebbe di essere trattato alla pari di altre eccellenze che vivono senza irrequietezza economica.

TAG: Berchidda, Paolo Fresu, Time in Jazz
CAT: Musica

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