Centralismo democratico? Tessere truccate? Partiti patrimoniali? Italia mia…

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3 marzo 2017

La Costituzione più bella del mondo specie nella prima parte larga e melodica – non altro che una serie di vocalizzi idealistici e ottativi destinati a un popolo cinico e baro che s’è mangiato tutte le foglie e che meno ci crede e più adora le indicazioni alte e solenni -, nel sopracuto dell’art. 49 gorgheggia: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Quale sarebbe il metodo democratico? La formazione libera della leadership, l’elezione dei capi? Ebbene questo articolo non è stato mai attuato. Ognuno fa come gli pare nella prima, nella seconda e forse anche nella terza Repubblica, e nessun partito ha mai proposto una legge attuativa del metodo democratico nella vita dei partiti. Perché? Perché i capi non sopportano le verifiche dei poteri e  gli attivisti non se ne interessano, preferendo la tattica del gregge e dell’affiliazione a un capobastone. Salvo poi partecipare alla prima Direzione di partito e scoprire che il metodo democratico non esiste.

La democrazia nei partiti italiani non è mai esistita se non forse solo nei primi congressi socialisti, agli inizi del secolo scorso, gli unici che erano contendibili,  scalabili, e si svolgevano quasi ogni anno. Tanto è vero che Turati, il leader più sensato e più debole, venne fatto fuori giusto per l’attacco concentrico dei socialismi immaginari, prima quello dei sindacalisti rivoluzionari poi dei massimalisti variamente assortiti.

Gramsci nelle Cronache del Barnum sull’ “Ordine Nuovo”   irrideva la variopinta lotta di fazioni/frazioni del vecchio partito socialista,  e in seguito fondò  un giornale dandogli il nome di Unità,  avendo in mente una forma di aggregazione tra militanti e una vita di partito improntata a una formula che in Russia c’era già: il centralismo democratico.   E  proprio Sull’unità si intitolava una mozione del X congresso del Pcus (1921) il cui settimo paragrafo tenuto nascosto proibiva  per un periodo di tempo limitato che divenne “per sempre” i frazionismi, a favore di dirigismi già  preconfezionati e calati dall’alto, facendo strazio coerentemente con la sua natura illiberale,  proprio del metodo democratico a cui allude sibillinamente il  belcanto della nostra Carta.

Nel secondo dopoguerra, il Pci seguì dunque il centralismo democratico, ossia una “pietra dura”  bolscevica e leninista incastonata nella coroncina di una tentata e stentata (visti i condizionamenti dell’amico amerikano) democrazia occidentale. Il centralismo democratico proveniva direttamente dall’ Unione Sovietica e precisamente da quel X Congresso del Pcus di cui dicevo, il quale a sua volta ereditava la formula dallo statuto del 1907 del partito socialdemocratico russo. Tale Congresso sanciva il partito unico al potere e vietava il circo Barnum dei gruppi interni, nello specifico sia quelli di destra (bollati come opportunisti) sia quelli di sinistra (esecrati come estremisti) essendo il “centro” la giusta linea rivoluzionaria, cioè quella di chi comanda.

Sulla cooptazione e non sull’elezione si fondava il metodo comunista. Un buon principio forse, perché è una forma seppur contraffatta di dispotismo illuminato, al quale nei momenti di smarrimento (davanti alla faccia di Trump e di Grillo)  tutti agogniamo. E un tentativo non so quanto riuscito di evitare l’effetto “Barabba”: di scegliere il brigante piuttosto che il Profeta. Nel Pci, come nel Pcus infatti le nomine dei quadri dirigenti calavano dall’alto, precisamente  dal Comitato centrale, per cui se volevi fare carriera, non valendo i meriti personali,  preferivi le aderenze, le relazioni, il vassallaggio  e l’intruppamento.   Talché il giovane di belle speranze faceva ingresso in una “batteria” (quella di Chiaromonte, di Ingrao, di Tortorella, di Amendola ecc.)  e lì  studiava  da  segretario, all’interno di una di quelle correnti che ufficialmente non esistevano. C’era anche una scorciatoia: iscriversi  direttamente al Comitato Centrale, come disse Pajetta di Berlinguer.

Diversamente andava ai tempi della prima repubblica nella Dc, la quale faceva ricorso a veri congressi e non nascondeva il circo Barnum delle correnti. Ma anche lì, occorre prestare attenzione: prima si riunivano le correnti nei conventi delle Dorotee o alla Domus Mariae, quindi si telefonavano i capicorrente e la somma  delle correnti, su cui si erano accordati i capicorrente, determinava la vittoria al Congresso, il cui esito si sapeva già in anticipo, oppure poteva costituire una sorpresa solo per effetto dei conciliaboli che si svolgevano in tutta segretezza ma sempre tra i capicorrente durante il Congresso. Congresso che determinava il Segretario, che era stato determinato dai capi corrente, che facevano incetta nei giorni precedenti il congresso di tessere compravendute, che determinavano a loro volta un maggior numero di delegati “targati” esattamente come sta avvenendo in questi giorni nel Pd di Napoli e altrove.

Venendo ai giorni nostri.  C’è forse democrazia nel M5s, governato da una azienda commerciale,  al di là delle chiacchiere della democrazia diretta, del “decide la rete” e dell’appello a Rousseau? Forse in Forza Italia, partito personale e patrimoniale? In SEL o come si chiama adesso? Nello stesso partito radicale? Non abbiamo avuto di fatto un Pannella leader a vita come Kim Jong-un nonostante l’alternarsi alla segreteria di bei giovani fotogenici? Tutto ciò si  chiama “ferrea legge dell’oligarchia” ed è stata studiata a fondo da Roberto Michels nel suo saggio sui partiti politici (1911). È una sussistenza del principio aristocratico, verticale e top down, rispetto al principio democratico, orizzontale  bottom up. È la legge di chi (fondatore, padre padrone, segretario a vita) si impossessa di un’organizzazione complessa e tenta di volgerla ai propri  scopi di potere. La legge del capo. Che c’è anche nei partiti più democratici e rivoluzionari: spesso proprio in quelli.

S’è tentato disperatamente, da parte del Pd, che è il “più” democratico oggi, di introdurre principi nuovi ispirati al metodo democratico. Con l’istituto nuovo delle primarie per esempio, copiate anche dai francesi. Ma queste hanno mostrato subito delle gravi falle.  Se le fai tra gli iscritti al partito, il rischio è quello delle tessere gonfiate; se le fai aperte a tutti può succedere, com’è  avvenuto,  che vengano assoldate carovane di  filippini che non hanno diritto di voto alle elezioni amministrative, ma che, votando  alle primarie del Pd, hanno determinato il sindaco  per esempio nel comune in cui vivo. Oppure che siano gli avversari degli altri partiti a votare il segretario da loro ritenuto più debole o più battibile.

Il  metodo democratico è un metodo infernale ahimè .

A meno che non si scriva una legge che lo regolamenti rigorosamente. Magari una legge bellissima, che riesca come qualche articolo della Carta costituzionale: un gorgheggio ottativo. Inattuabile o subito piegato ai voleri dei  furbissimi “cittadini” cinici e bari.

TAG: antonio gramsci, Costituzione Italiana, Filippo Turati, Partiti politici
CAT: Partiti e politici

3 Commenti

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  1. ferdy 7 mesi fa
    come la giri,la giri,la frittata prende sempre odore di bruciato.
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  2. giancarlo-anselmi 7 mesi fa
    Riflessione molto bene documentata, realistica e spietata, ma siamo alle solite: trovare cosa non funziona siamo capaci quasi tutti, trovare le soluzioni a ciò che non funziona nessuno. Mi aspetterei una proposta per dare senso e vita all'art.49 della Costituzione.
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  3. giancarlo-anselmi 7 mesi fa
    Riflessione molto bene documentata, realistica e spietata, ma siamo alle solite: trovare cosa non funziona siamo capaci quasi tutti, trovare le soluzioni a ciò che non funziona nessuno. Mi aspetterei una proposta per dare senso e vita all'art.49 della Costituzione.
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