Il centrodestra sente la vittoria in tasca, Maroni dice anzitutto questo

7 gennaio 2018

“Se sono trent’anni che sono in giro, e tutto sommato me la cavo ancora bene, vuol dire che un po’ intuito ce l’ho”. Chi conosce Roberto Maroni racconta che, in varie forme e vari contesti, lo ha sentito dire parole come queste. Ed è da queste parole che si può partire, forse, per capire un po’ meglio il comunicato che oggi, nell’ultima domenica post-natalizia, ha agitato appassionati, cronisti e professionisti della politica.

Eccolo qui: “Sulle regionali la coalizione conferma che si presenterà con candidati comuni e condivisi. Per quanto riguarda la Lombardia, se davvero il presidente Maroni per motivi personali non confermasse la disponibilità alla sua candidatura, verrebbe messo in campo un profilo già comunemente individuato“.

Il comunicato congiunto esce del vertice del centrodestra ad Arcore, quello che ha visto riuniti con Silvio Berlusconi anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Avrebbero trovato la quadra su tutto, a cominciare da qualche scellerata idea programmatica (la cancellazione della Legge Fornero messa nel programma, chissà per sostituirla con cosa, e con quali risorse) e si sarebbe discusso anche di collegi, candidature e, appunto, elezioni regionali. E qui, appunto si sarebbe posta la questione lombarda. Questione “personale” del presidente della Regione, che annuncerà la sua decisione dopo una notte intera di trattativa. Ma, si sa, il personale è politico, e in attesa che la riserva venga sciolta possiamo sicuramente mettere a fuoco gli ingredienti tutti politici della vicenda.

Maroni, si diceva, rivendica il suo intuito. Niente da dire. È stato tra quelli che ha visto l’onda del Nord montare, negli anni Ottanta, fino a diventare movimento politico. Vi è entrato “da sinistra”. In tutti i governi di centrodestra ha avuto ruoli chiave: ministro degli interni nel 1994; ministro del lavoro nel 2001 quando – ironia della sorte – firmò una riforma delle pensioni che la sinistra avrebbe poi smantellato; di nuovo agli interni nel 2008 fino alla fine (evidentemente provvisoria) del ciclo berlusconiano. A inizio 2013, quando il centrodestra sembra una nave che imbarca acqua da tutte le parti, con una giunta regionale di fatto rasa al suolo dalle inchieste della magistratura e dal crollo del consenso, con il suo partito infiltrato fino ai vertici dal malaffare si fa candidare a presidente della Regione Lombardia. E vince.

Maroni ha intuito e sa, scommette sul fatto che, il centrodestra si prepara a vincere le prossime elezioni politiche. A vincerle quanto basta da poter esprimere presidente del consiglio e presidenti delle camere. Sono tre posti che richiedono esperienza, equilibrio, un tasso discreto di gradimento (o di non sgradimento, diciamo) da parte degli avversari. Uno che ha fatto quattro volte il ministro e per una volta il presidente della regione più ricca d’Italia, secondo voi, non ha il profilo giusto? E poi, aggiungiamo un’altra domanda: quanti sono, nel centrodestra italiano di oggi, candidabili ed eleggibili, ad avere le stesse caratteristiche? E nel suo partito, la Lega che Salvini ha portato lontano simbolicamente dal nord e parecchio a destra? Pochini pochini. Maroni sarebbe al posto giusto e al momento giusto per giocarsi un ruolo da presidente della Camera o, addirittura, da premier: a patto di non essere inchiodato a Palazzo Lombardia.

L’intuito di Maroni comprende ovviamente, anche, la capacità di leggere i tempi. Sa bene che i sondaggi (quelli veri) lo danno in vantaggio abbastanza sicuro sullo sfidante Gori, ma più in forza di una differenza tra blocchi politici e sociali, che non in forza della propria popolarità. Inoltre, sa bene che dalla presidenza della regione nessuno (nemmeno il suo lungamente celebrato predecessore) è mai riuscito a uscire per giocarsi partite di potere a livello nazionale. Ora o mai più. E ora è un buon momento perché Berlusconi non è candidabile; Salvini è in teoria suo segretario ma di fatto suo acerrimo nemico, data la notoria distanza umana e politica che divide i due leghisti; e Berlusconi sa bene che promettere un posto importante a un leghista di rango come Maroni significa indebolire Salvini da un lato, e metterlo nella posizione di non potersi mettere di traverso dall’altro. Portare un leghista alla Camera o, ancor di più, a Palazzo Chigi, sarebbe per forza di cose un successo da rivendicare per Salvini, nonostante tutto.

Brilla, sullo sfondo, la capacità di Silvio Berlusconi di giocare nel ruolo di regista. Anzi, per usare una parola che lo infastidirebbe un po’, di fare bene il segretario di partito.

I lettori, infine, ci perdoneranno questo piccolo affondo politicista. Ora, dopo questa divagazione, possono tornare ad appassionarsi della politica fatta di proposte concrete come la stiamo vedendo in queste prime emozionanti giornate di campagna elettorale. Se a qualcuno non piacesse, si ricordi sempre che il tempo vola, e i prossimi due mesi non faranno eccezione.

TAG: matteo salvini, roberto maroni, silvio berlusconi
CAT: Partiti e politici

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