Referendum: scelte discutibili e occasioni mancate

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17 aprile 2016

Come era stato annunciato, non si è raggiunto il quorum. La giornata di oggi, con milioni di italiani che andavano a votare, è stato il degno coronamento di settimane in cui il comportamento delle varie parti in campo non è stato degno di un paese civile e maturo anche se, come si dice, “il pesce puzza sempre dalla testa”.

Abbiamo infatti dovuto assistere a segretari di partito e premier, nonché ex-presidenti, che incitavano all’astensione. Mischiandosi a chi per incapacità o indifferenza non sarebbe andato a votare. Come ha spiegato bene Michele Ainis venerdì sul Corriere della Sera per il nostro ordinamento costituzionale il voto è un dovere civico (articolo 48) ma anche un diritto, che ognuno è libero di esercitare se si è un semplice cittadino. Fare i profeti dell’astensione non si addice alle cariche istituzionali.

Qualcuno ha definito questa tattica un mezzuccio, ben diverso dalle libertà democratiche a cui sembra appellarsi, “…Il referendum, infatti, prevede un quorum – a differenza delle elezioni generali – per evitare che una minoranza nei fatti troppo esigua decida per tutti su cose puntuali e limitate…. “ ma  “..Se c’è la possibilità realistica che il 50% delle persone vada a votare, questo renderebbe legittimo il risultato del referendum, e democraticamente giusto il suo risultato. Chi invita a non andare a votare per paura di quel risultato diventa corresponsabile di un fallimento, non di un successo, e alimenta una delle due grandi fragilità della democrazia (l’altra è la scarsa informazione): la scarsa partecipazione.”.

Lascia quindi l’amaro in bocca che chi ha adottato questi mezzucci sia il governo, quelli della disintermediazione che rispondono ai tweet e vogliono i like su instagram ma quando sono davvero #cosedilavoro allora è meglio che gli elettori stiano a casa.

Il governo, e il suo partito di maggioranza, con l’invito all’astensione ha boicottato nei fatti ogni tentativo serio di approfondimento e di informazione. Ha ostacolato la partecipazione dei cittadini sminuendo la rilevanza del quesito, esagerandone la tecnicità e denigrandone i sostenitori definendo il referendum un #marediballe e una bufala (senza dimenticare il #ciaone arrivato in extremis a urne aperte). Ha sostanzialmente detto che scegliere non è importante, e come messaggio politico è, secondo me, un bel fallimento.

Il risultato di questo rifiuto del dibattito è che io non ho mai sentito, in queste settimane, un esponente del governo (che ha messo la fiducia sulla legge di stabilità di cui uno dei commi era oggetto di possibile abrogazione) che difendesse la norma in oggetto. Non mi è stato spiegato perché le concessioni per la coltivazione di idrocarburi all’interno delle 12 miglia non debba essere fissata, a differenza di tutte le altre concessioni statali incluse quelle per l’estrazione di idrocarburi oltre le 12 miglia. Questo era l’oggetto del referendum, ma si è discusso poco di questo.

Quando un attore politico così rilevante rifiuta il confronto e, nei fatti, attua moral suasion sui media mainstream perché non se ne parli, favorisce il linguaggio fatto per slogan che è l’unico a fare breccia nel muro del silenzio. Perché di slogan e argomenti poco precisi sono stati in molti a riempirsi la bocca, ed è stato difficile scovare ragionamenti pacati e fondati su normative e dati. C’erano, ma serviva buona volontà per trovarli. Io l’ho fatto e ho imparato un sacco di cose, sono comunque più informata che due mesi fa. Nel mio piccolo ho cercato di spiegare, anche a chi era scoraggiato dall’apparente tecnicità del quesito (sorpresa: lo sono sempre! le leggi sono astruse), di che cosa si parlasse e quali erano le motivazioni che mi spingevano a votare in un modo.

Penso si sia persa una grande occasione, l’occasione di informare e spiegare un argomento che ci riguarda davvero tutti. Ed è paradossale, molto di più che l’aborto o la fecondazione assistita (per i quali si è sempre potuto fare un viaggio all’estero, oppure non ricorrervi anche quando sono stati permessi). Perché le risorse di idrocarburi sono di tutti, le royalties pagate (o non pagate) sono di tutti, i rischi ambientali (bassi ma non inesistenti) sono di tutti, le scelte di politica energetica sono di tutti.

Il governo poteva evitare di mischiarsi a chi non si interessa, a chi non capisce, a chi vuole lo sfascio. Si sarebbe andati a votare in serenità, su una norma precisa e si sarebbe visto chi prevaleva. E come ha detto Francesco Cornelli, un politico che stimo molto,  “Si può essere favorevoli o contrari, ma il risultato di ogni referendum indica sempre un orientamento politico-culturale più ampio rispetto al quesito proposto. ” e un sereno svolgimento del referendum in cui i NO non si mischiavano ai Me-Ne-Frego avrebbe potuto “rappresentare l’occasione perché una collettività esprima chiaramente la necessità di un cambio di passo in tema di politiche energetiche.”.

P.S. non ho usato le parole trivella o piattaforma, ma la foto di una concessione per la coltivazione di idrocarburi non l’ho trovata. Perdonatemi.

TAG: referendum 17 aprile 2016
CAT: Partiti e politici

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