Uscita a destra. Storie di uomini che hanno lasciato la sinistra

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28 febbraio 2017

Questo libro  di Daniel Oppenheimer è una riflessione sul  percorso intellettuale di sei eminenti personalità (intellettuali, giornalisti, politici) del mondo anglosassone  che a partire da un determinato credo politico sono passati  in tutt’altro set mentale-culturale. Nello specifico indica il passaggio   di uomini che, con azzeccatissimo gioco di parole,  left the left, hanno “lasciato la sinistra”, contribuendo  all’ascesa formidabile della destra  nel secolo scorso nel loro Paese. I più noti al pubblico italiano sono Ronald Reagan (da posizioni di centro-sinistra in verità), James Burnham (un trotzkista diventato uno dei padri fondatori dei  neocon), Christopher Hitchens (brillante giornalista ateo anch’egli trotzkista che sposa le ragioni di Bush jr. nella seconda guerra del golfo). Gli altri tre sono Whittaker Chambers, Norman Podhoretz, David Horowitz a me del tutto ignoti, sicuramente non ai lettori più informati.  Ma il libro ha l’ambizione,  anche se in basic level (perché in verità  l’ardimento intellettuale per simile intento a un livello più alto sarebbe veramente per spiriti magni) di spiegarci  essenzialmente “come crediamo”, come entriamo in un certo ordine di idee, e come ne usciamo.

Vi sono molte risposte ovviamente. Le cito disordinatamente. Una è l’età: il classico  motivo che traduco nella pittoresca espressione italiana del  “si nasce incendiari e si muore pompieri”.  Ma non è questa l’unica “dialettica” della crescita. In realtà è vero che l’età reca responsabilità e maturità, ma talora anche acquiescenza, adattamento linfatico, senso di resa, tutte movenze psichiche che finiscono tuttavia con l’allontanarci  dalle  calde e fantasiose utopie giovanili ci siano esse  mai state (perché è vero altresì  che c’è chi è nato “ragioniere” e calcolatore e ha saputo sempre come comportarsi con la parte desiderante di se stesso, e non ha commesso mai l’errore di scoprirsi nelle idealità).

Può accadere anche che acquisendo posizioni sociali agiate sviluppiamo ansia e sensi di colpa, o al contrario rabbia e rancore. Man mano che il nostro corpo  erompe dalla sua forma acerba contestualmente  diventiamo ansiosi  e “angry” come suggeriva Jobs o viceversa  compassionevoli, saggi, rinunciatari. «Sposiamo un attivista di cui ammiriamo l’impegno, e ne divorziamo quando non sopportiamo più il suo narcisismo».

Oppenheimer suggerisce perlopiù di osservare i fenomeni di cambiamento con empatia e rispetto mentre sappiamo che  è facile indulgere alla pigrizia di vedere nei nostri simili solo dei  girella e dei voltagabbana. Certo c’è poi la ragione meno ideale. Oppenheimer suggerisce come nei gialli di “seguire i soldi”. Il denaro è talora la chiave di volta di repentine folgorazioni  sulla strada di Damasco. L’opportunismo fa parte della natura umana  ed è presente in maggior  o in minor grado in molte  storie  biografiche raccontate in questo volume. Ma  l’opportunismo non aggredisce le coscienze solo in questioni di credi ideali e di orientamenti politici. È un po’ la moneta con la quale volentieri scambiamo molti rapporti umani. Ora, nessuno di questi sei uomini diventa qualcosa di totalmente diverso di ciò che era. “Pezzi” della loro personalità permangono nella nuova posizione di arrivo e altri “pezzi” arretrano, si indeboliscono, flettono.

Molto probabilmente alcuni di noi ci troviamo in questo stato. Siamo tutti degli “ex” qualcosa. Ci portiamo pezzi di noi, della nostra giovinezza, totalmente intatti, e altri  stentiamo a riconoscerli tanto sono mutati. Sicuramente ci spaventeremmo  se dovessimo fare all’improvviso dietro un angolo  un incontro con il noi stessi di una volta e come se fossimo  un’altra persona  non esclamare “Quantum mutatus ab illo”!

Le cose cambiano. La gente cambia. Alcune persone cambiano, altre restano costanti. “Una identità politica è sempre una negoziazione tra ciò che essa comanda o impone, e ciò che noi siamo”.

 

Daniel Oppenheimer, Exit right. The people who left the left and reshaped the American century, Simon & Schuster , 2016.

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Dopo il  resoconto  molto sommario  del libro di Oppenheimer, più che altro una segnalazione, vorrei dare qualche nota di “impaesamento” nel panorama ideologico-politico italiano. Anche perché si leggono i libri delle suocere per parlare alle  nuore. L’Italia non è un Paese di secondo piano sul terreno politico, tutt’altro. È dopotutto la patria di Machiavelli e “maneggia” la politica come pochi Paesi al mondo, spesso  funzionando da “laboratorio” mondiale. Dal fascismo, al berlusconismo, al grillismo, per dire, fornisce  al mondo modelli “chiavi in mano” di macchine politiche, o di follie collettive secondo i punti di vista.  Non a caso uno di questi “sinistri” americani poi passati a destra, ossia l’ex trotzkista  Burnham, dedicò un libro ai tre “machiavellici” italiani, ossia Mosca, Pareto, Michels (quest’ultimo tedesco di partenza e italiano d’arrivo) (The Machiavellians: Defenders of Freedom 1943).

Nel dettaglio, se guardiamo al nostro  panorama politico-ideologico vi troveremo  pochissimi passaggi da destra a sinistra (il caso di Mario Melloni, ex deputato democristiano che si trasforma nel caustico corsivista dell’Unità, Fortebraccio), ma invece molti di uomini che left the left. Nel nostro Ottocento molti mazziniani passarono da posizioni di sinistra da sbarco sulle coste,  alla Allonsanfàn  dei Taviani per intenderci, qual era il garibaldinismo e il pisacanismo,  alla destra più istituzionale, autoritaria e illiberale. I più famosi furono  Francesco Crispi e Giovanni  Nicotera, calabrese quest’ultimo, ex mazziniano diventato ferreo ministro dell’Interno, una figura che potrebbe essere accostata, per fuggevoli affinità,  al nostro Minniti, se non fosse che quest’ultimo, se   raccordato,  come caldamente suggerisco, alla tradizione togliattiana e non a certa  Nuova sinistra  imbratta-muri che venne su con il Sessantotto, parrebbe perfettamente in linea con una idea di law and order che non fu per nulla estranea alla sinistra bolscevica, la quale, dopo aver cacciato i soldati che s’erano ubriacati nelle cantine dello zar,  auspicava  dopotutto un “Ordine nuovo”, nuovo sì ma ordine, non certo l’happening  variopinto e perenne del Leoncavallo antagonista  che più che altro ha dato luogo ai Salvini.

Nel primo Novecento, in questa rassegna di uomini che  left the left, vi troviamo nientemeno che Mussolini (molti dicono: mai stato “di sinistra”, ma un sovversivo, un anarchico individualista, un blanquista, un soreliano o un allievo della rivolta ideale del conterraneo Alfredo Oriani: ma ci fu un periodo, tra il 1912 e il 1914,  in cui Gramsci guardò a lui addirittura)  e socialisti massimalisti come Bombacci (sua l’idea del transplant del soviet  in Italia) per non tacere della pletora dei sindacalisti rivoluzionari,  la maggior parte di essi confluiti nel fascismo.

Nel secondo Novecento l’ascesa di Berlusconi trascinò con sé fior di intellettuali di sinistra (Melograni, Colletti, Vertone, Ferrara), come quella di  Renzi altrettanti ( e per costoro ci sono le cronache e le risse sui media a parlare).

Insomma non ci siamo fatti mancare nulla in tema.  Libri italiani che possono essere affiancati a questo di Oppenheimer sono il classico Il lungo viaggio dentro il fascismo di Ruggero Zangrandi e I redenti di Mirella Serri che però  illustrano il passaggio in senso  contrario, un exit left. Ma manca uno studio generale su questi passaggi di fronte o un suo aggiornamento alla cronaca dei nostri giorni. Sarebbe  interessante farlo.

TAG: Daniel Oppenheimer, destra, Francesco Crispi, Giovanni Nicotera, Lucio Colletti, sinistra
CAT: Partiti e politici

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