Foodora, chi pedala non piglia pesci

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14 ottobre 2016

Consegnare cibo direttamente a casa del cliente non è certo un’idea rivoluzionaria. Una semplice descrizione del modello di business di Foodora non basta a spiegare come da un’idea apparentemente semplice e banale le aziende di questo tipo siano riuscite a raggiungere in breve tempo valutazioni di mercato vicine al miliardo di euro. L’innovazione rappresentata da una compagnia come Foodora è infatti duplice: una parte di questa innovazione è chiara e abbastanza semplice da cogliere, l’altra è più complessa e nascosta.

Il successo di Foodora e altre compagnie simili nel mondo è in gran parte dovuto al semplice fatto che abbia reso più semplice ordinare cibo da asporto, andando precisamente incontro alle specifiche esigenze degli abitanti di grandi città, tipicamente impegnati sul lavoro e/o spesso pigri. Con alcuni clic sulla app, chiunque può confrontare vari ristoranti, ordinare, pagare, e ricevere del cibo in meno di un’ora. Eliminando così alcuni passi intermedi: dover telefonare al ristorante, dover contare i contanti per pagare il conto e, grande dilemma del cliente, decidere quanta mancia lasciare. Il sistema che adotta una compagnia come Foodora risulta molto utile anche per i ristoranti, dal momento che essere inclusi nella lista di locali sull’app permette di accedere ad un numero più ampio di potenziali clienti.

Un beneficio particolare di cui i ristoranti godono nell’unirsi ad una piattaforma di consegne online è la rimozione del rischio di incorrere in perdite se non si effettuano consegne. Senza l’uso della app, i ristoranti dovrebbero assumere dei corrieri e sarebbero obbligati a pagare loro un salario completo, indipendentemente dal numero di ordini ricevuti durante una giornata. Invece, grazie ad un servizio di consegne online, i ristoranti pagano la consegna solamente nel caso di un ordine.

La piattaforma online si assume tutto il rischio nel caso capiti una serata sfortunata con pochi ordini. Per la società nel suo insieme, questa è un’innovazione positiva, che permette ai ristoranti di ridurre perdite, e al contempo garantisce un salario stabile a chi effettua le consegne, a prescindere dalla domanda. Ciascuno, dal consumatore, al produttore, a chi fa la consegna, è tutelato. Date queste premesse, cosa spinge allora i fattorini delle piattaforme online a protestare?

Foodora, sulla scia delle ristrutturazioni salariali in atto da parte alcune compagnie simili attive in altre città europee, ha deciso di sperimentare un nuovo sistema di retribuzione per i propri fattorini. Il nuovo sistema prevede che i fattorini siano pagati 2.70 € a consegna, invece dei precedenti 5.40 all’ora più un bonus per consegna. Le proteste contro il nuovo sistema di retribuzione hanno portato alla luce molti aspetti critici: i fattorini sono considerati lavoratori autonomi a progetto con limitata assicurazione sanitaria da parte dell’azienda. Sono responsabili della manutenzione del proprio veicolo e oltretutto il loro salario non include contributi previdenziali e ferie o giorni per malattia pagati. In breve, nessuno dei diritti che normalmente i lavoratori dipendenti hanno. Quando a Londra i fattorini di Deliveroo (una compagnia molto simile a Foodora) hanno manifestato il proprio malcontento rispetto alla nuova struttura salariale, l’azienda si è difesa sostenendo che con questo nuovo sistema i suoi fattorini avrebbero guadagnato più di prima. Che questa affermazione sia vera o no (e dalle testimonianze raccolte da alcuni quotidiani inglesi come il Guardian a un mese dall’inizio di questa sperimentazione la seconda opzione sembra essere la più probabile), questo trascura un cambiamento fondamentale nella struttura del modello: il rischio d’impresa viene trasferito dall’azienda ai suoi dipendenti.

Mentre una piattaforma online, con le sue maggiori risorse finanziarie, può sopportare una serata sfortunata meglio di un singolo ristorante, certamente questo non può farlo un singolo fattorino. Anzi, in questo modo si trasferisce il rischio all’anello finanziariamente più debole dell’intera catena. Si accetta che un imprenditore abbia un guadagno più alto dei dipendenti della propria azienda, perché questa è la sua remunerazione per farsi carico del rischio di impresa. I lavoratori vengono retribuiti indipendentemente dall’andamento dell’azienda. Nel caso di Foodora, i dipendenti sostengono questo rischio, trovandosi a far fronte ugualmente a condizioni di lavoro precarie e con stipendi ridotti al minimo. Se quindi sono i fattorini di queste piattaforme online a permettere l’innovazione, non dovrebbero essere giustificati a pretendere i frutti del loro mestiere?

Questo articolo è un riadattamento di “Making It Personal” di Guidogiorgio Bodrato, uscito il 1 Settembre 2016 su ScreenShot Magazine sulle proteste dei lavoratori di Deliveroo a Londra.

TAG: Foodora, innovazione, lavoro precario, sharing economy
CAT: Precari, Sharing economy

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