Come vivere nella falsità senza essere disturbati

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13 gennaio 2017

La realtà è superiore all’idea.
Papa Francesco

La vita ci chiede ogni giorno di essere testimoni della verità.

La realtà stessa ci obbliga a confrontarci con la verità: se i vestiti sono nell’armadio, posso cercarli quanto voglio nel frigo, ma non li trovo. Molte mogli possono attestare che i mariti fanno fatica a confrontarsi con la realtà dei calzini presenti nei cassetti: li cercano ovunque meno che dove sono!

Quando si tratta però dei nostri sentimenti o delle nostre idee facciamo più fatica ad ammettere che siano false. Siamo sempre convinti che il nostro modo di pensare sia la verità. Siamo disposti ad assicurare che il nostro modo di vedere le cose sia quello giusto. E quando la realtà ci presenta timidi accenni di dissenso, troviamo sempre la strategia per coprirla, per distruggerla e mistificarla.

La vita è un grande processo nel quale siamo chiamati a testimoniare, ma nel quale di volta in volta diventiamo anche gli imputati e molto più spesso gli accusatori.

Nel momento in cui nasciamo, firmiamo un patto implicito con la nostra coscienza, un patto che per la maggior parte del tempo non riusciamo ad onorare. La domanda sulla verità dovrebbe assillarci. E non parlo della verità dei filosofi, ma della verità del nostro cuore, la verità delle parole che diciamo sull’altro, la verità dei pensieri che abbiamo su noi stessi, la verità delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. Non a caso i medievali dicevano che il buono e il vero sono interscambiabili: una cosa, un’idea, un comportamento, una parola, se sono falsi non possono mai essere buoni.

Il Vangelo di Giovanni, in cui questo passo è inserito, è costruito come un grande processo, in cui Gesù è l’imputato e dove i discepoli sono chiamati, di volta in volta, a dare testimonianza. [1] Solo alla fine del Vangelo, Gesù, elevato sul trono della croce, diventa il giudice di quanti hanno testimoniato il vero o il falso!

Giovanni Battista è l’immagine del primo testimone che si mette in discussione per capire quale sia la verità. Ha bisogno di liberarsi dei suoi schemi, dei suoi pregiudizi, per accogliere una verità che inizialmente non è disposto ad ammettere.

Giovanni aveva l’idea di un Dio che vuole fare giustizia, l’immagine di un Dio pronto a bruciare con il fuoco e a ripulire la sua aia, un Dio che ha sempre pronta la scure alla radice dell’albero cattivo da abbattere.

Gesù invece annuncia un Dio che mangia con i peccatori, un Dio che offre il perdono gratuitamente, un Dio che cammina per le strade polverose e va in contro a chi è malato.

La verità ci impone di confrontarci con i fatti prima che con le nostre idee. Occorre fermarsi e guardare. Che cosa vedo? Prima ancora di chiedersi cosa penso?

Nel Vangelo questo invito a guardare è sempre reso dalla parola ecco.

Poi bisogna dare un nome a quello che si vede. Giovanni Battista usa due immagini: l’agnello e la colomba. Giovanni vede in Gesù un uomo di riconciliazione: l’agnello rimanda all’ultima cena in Egitto, quando gli Ebrei furono invitati da Dio a preparare una cena frugale, ammazzando un agnello. Con il suo sangue, gli Ebrei segnarono gli stipiti delle porte, in modo che l’angelo sterminatore, vedendo il sangue, passasse oltre (da cui la parola Pasqua). Gesù è il nuovo agnello pasquale che riconcilia nella sua morte definitivamente l’umanità con Dio.

L’altra immagine usata da Giovanni è la colomba: Gesù è infatti colui nel quale lo Spirito che ha accompagnato tutta la storia d’Israele giunge alla pienezza. Lo spirito che aleggiava sulle acque, la colomba che Noè inviò dall’arca per verificare che le acque si fossero ritirate, la colomba simbolo della sposa del Cantico dei Cantici, la colomba che è Israele stesso (…chi mi darà ali di colomba recita il salmo). Gesù è perciò colui che compie tutta la Sacra Scrittura, è la parola piena e definitiva del Padre.

Giovanni Battista assume dunque il compito che la vita sempre ci affida: dire la verità davanti a quello che vediamo. Per questo, all’inizio del Vangelo, il Battista richiama anche noi a verificare con quanta verità stiamo vivendo la nostra vita. Senza questa verità infatti non arriveremo a riconoscere la presenza di Dio, ma resteremo prigionieri delle nostre bugie.

 

Testo

Gv 1,29-34

Leggersi dentro

  • Quanto ti preoccupi di dire la verità o di fare verità nella tua vita?
  • Sei disposto a guardare la realtà così com’è mettendo tra parentesi i tuoi pregiudizi?

 

[1] Il v.19 del primo capitolo inizia con l’espressione «Questa è la testimonianza di Giovanni». Mentre nell’ultimo capitolo, al v.24, troviamo nella conclusione del Vangelo le parole: «Questo è il discepolo che testimonia queste cose».

TAG: coscienza, Giovanni Battista, seconda domenica, testimone
CAT: Religione, Teologia

Un commento

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  1. roberto-vai 2 mesi fa
    Occorre rinunciare a se stessi. Solo se rinuncio alla mia propria volontà, posso sperare nella beatitudine della Verità. E’ la rinuncia ad un’illusione, all’illusione dell’io. Se rinuncio a me stesso, per davvero, Dio è “obbligato” a entrare in me, a volere per me, ad essere me stesso.
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