Arese Lucini e Uber, la fine (inattesa?) di un amore

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7 agosto 2015

Lei giovane, rampante, dall’eloquio pungente anche se ricco di anglicismi; la startup, dinamica, pronta a rivoluzionare il mercato della mobilità, appropriandosi del vessillo della sharing economy. Il matrimonio tra Benedetta Arese Lucini e Uber sembrava destinato al successo folgorante con l’abbattimento di alcun totem. E invece il legame si è interrotto con un divorzio brusco, in una sera di agosto, con un annuncio molto stringato, sommesso. Uno stile atipico per una realtà che ha fondato sulla comunicazione, e sulla condivisione (anche delle conoscenze), la base del proprio successo.

In via ufficiale le uniche informazioni sono state riferite da un comunicato:

Il rapporto tra Uber e Benedetta Arese Lucini si è concluso di comune accordo. Le siamo grati per la passione e il contributo che ha dato all’azienda e le auguriamo il meglio per le sue future avventure professionali.

Poche righe, molto formali, che hanno alimentato le indiscrezioni con ricostruzioni che vanno in direzione contraria al “comune accordo” a cui si fa riferimento nella nota ufficiale. Gli ambienti finanziari hanno parlato di una rottura dovuta al mancato raggiungimento degli obiettivi fissati. Uber in Italia, difatti, non ha avuto una diffusione così capillare. Guido Romeo, su Wired, ha spiegato che “il piano di espansione per l’Italia sarebbe stato completato per meno del 50% con appena tre città attive (Torino, Milano e Roma) sulle otto inizialmente previste”. Al nuovo manager, Carlo Tursi, spetta quindi un compito complesso.

I fatti certi risalgono al ddl Concorrenza, tuttora in discussione alla Camera (il dibattito sul provvedimento è slittato a settembre). Nella bozza iniziale era previsto l’articolo che avrebbe legalizzato il servizio di Uber. Poi la norma è stata cancellata, rinviando la questione in altra sede. Benedetta Arese Lucini è stata sempre molto dinamica in tal senso, tessendo la tela del consenso tra i parlamentari alla ricerca dei numeri necessari al passaggio legislativo per trovare la soluzione alla regolarizzazione del servizio di Uber. Ma non è arrivato a nulla di concreto.

La strategia d’attacco, in particolare a Roma, non ha sortito gli effetti sperati. O meglio hanno prodotto un risultato negativo con la mobilitazione dei tassisti, sfociata spesso in deprecabili aggressioni verbali alla manager. La condanna nei confronti di questi gesti è fuori discussione, ma non si può annotare che Uber Italia – attraverso la strategia del panzer di Arese Lucini – non ha fatto molto per farsi amare, ignorando le particolarità di una città complessa come Roma per il suo tessuto sociale economico incardinato su ‘rendite di posizione’. L’assalto all’arma bianca – nella forma della strategia comunicativa e istituzionale – verso questi fortini non si è rivelata vincente. La politica ha attuato una strategia di due tempi: da un lato ha applaudito in pubblico, dall’altro ha preferito rifugiarsi nel lasciare tutto fermo per paura di contraccolpi elettorali.

Benedetta Arese Lucini, nonostante l’immagine vincente, potrebbe perciò essere stata ‘dimissionata’ per assenza di risultati. Fermo restando la certezza di un futuro radioso per la sua carriera. E in tutto ciò resta un’altra certezza: l’ex numero uno di Uber Italia non ha fatto granché per smentire i rumors sulla fine della sua esperienza alla guida della startup. I giornali che l’hanno interpellata, si sono trovati di fronte a un garbato rifiuto sui chiarimenti, in attesa di “poter parlare”.

TAG: Benedetta Arese Lucini, uber
CAT: Sharing economy, Startup

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