Interpretazioni del Sessantotto

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23 novembre 2017

(Fra qualche mese cadrà il cinquantenario del ’68. La contestazione  studentesca inizia già nell’autunno del 1967 con le occupazioni delle sedi universitarie di Milano Università cattolica il 17 novembre e Torino il 27 novembre).

Una breve e parziale rassegna delle interpretazioni del ’68 non può esulare dal dato biografico degli studiosi che si sono occupati di questo periodo storico. Una valutazione spassionata richiede di astrarre dalle loro personali “ideologie di posizione” derivanti dal fatto che la maggior parte di essi all’epoca erano studenti o docenti e quindi direttamente implicati nell’evento in atto. Infatti, in genere essi sono “combattenti e reduci” e ciò sia che abbiano “militato” sul versante studentesco (Ortoleva, Viale, Bontempelli, Passerini) sia su quello accademico (Alberoni, Tullio-Altan, entrambi docenti a Trento nel periodo caldo). Al di là di chi venne coinvolto in prima persona dagli avvenimenti storici oggetto del loro studio, grosso modo sono due i versanti che si contrappongono: quello degli ex studenti in veste di studiosi che sottolineano la carica innovativa e progressiva del movimento e quello scettico e talora fortemente critico perlopiù di impronta liberale (Matteuci, i due Ronchey, Tullio-Altan) che rimarca il sostanziale fallimento politico del ’68 tranne gli innegabili e irreversibili cambiamenti sul piano dei costumi. Tipicamente: se Luisa Passerini sottolinea l’elemento irretente e cogente della soggettività, Tullio-Altan attribuisce proprio a una esasperata soggettività contrapposta all’elemento civico-collettivo una forma di negatività sociale, e Alberto Ronchey annota: «Usano diritti che altre generazioni oppresse da timori ancestrali e angustie materiali non osarono rivendicare o assumere mai». Il tono è di rimbrotto e quell’usano sottintende un abusano. Se gli studenti contestano l’autoritarismo dei docenti, altri (specie Bontempelli) sottolineano proprio l’autoritarismo dei leaderini del movimento, mentre l’operaismo si volgerà ben presto in pansidacalismo, e, se saranno gli operai di fabbrica a scuotere l’albero (Statuto dei lavoratori, legge 300/70), saranno soprattutto i sindacati autonomi soprattutto del settore pubblico allargato a raccoglierne i frutti, rendendo da lì in avanti la società italiana un Vietnam permanente sul fronte dell’erogazione dei servizi pubblici e dando luogo alla nascita di una potentissima casta sindacale.

Paradossalmente manca nella rassegna la voce della sinistra tradizionale (PCI, PSI), per quel che ho constatato, assente nel dibattito.

Il più arcigno notomizzatore di alcune peculiarità critiche del Sessantotto è senz’altro Tullio-Altan la cui produzione accademica lo configura come uno speciale e originale “antropologo degli italiani”.

Se le sollecitazioni di civiltà del Sessantotto favorirono anche da noi quelle grandi campagne per le libertà civili, come quella per il divorzio e quella per l’aborto, e come le campagne per la liberazione della donna […] ciò che venne enfatizzato fu soprattutto il lato negativo e distruttivo della polemica contro la “razionalità illuministica”, condotta dai seguaci della Scuola di Francoforte. Ciò che fece premio, in altre parole, fu la polemica spesso fine a se stessa, che interpretava i valori di autorealizzazione della personalità, promossi da quella corrente di pensiero, nei termini della tradizionale esaltazione del proprio individuale vantaggio, nello spirito inconfessato, ma operoso della morale egoistica albertiana. [Nozione equivalente di “familismo amorale”. Altan fa derivare tale morale dalla disamina del libro Della famiglia, di L.B.Alberti. NdR]. In una sorta di corto circuito, quei valori di libertà ricevuti dall’estero, perché non maturati in modo originale all’interno del contesto sociale italiano, si vennero in buona parte trasformando in quelli individualistico-arcaici della tradizione di sempre, e come tali furono “recitati” clamorosamente nelle piazze» [1986. Tullio-Altan, p.186]

In altre parole l’istanza soggettivistica con cui il ’68 giocò gran parte della propria partita secondo Tullio-Altan «è stata fatta con gli occhiali dell’antica morale particolaristica dell’Alberti e del Guicciardini, per la quale l’utile privato, individuale o familiare, occupa tutto il posto, senza lasciar spazio al sociale, che ne risulta sminuito e mortificato [1997. Tullio-Altan, p.213] ».  Altrettanto severo il giudizio sull’attività intellettuale di questo periodo nella quale «era avvertibile un rovesciamento del rapporto fra pensiero mitico e pensiero critico, nel senso di una iperfetazione dell’immaginario a scapito del reale e di una esaltazione del simbolico a spese della conoscenza positiva dei fenomeni. Fin troppo evidente appariva la sproporzione fra la proliferazione fantasiosa delle utopie proposte come obiettivi da realizzare e la definizione operativa di mezzi capaci di dar loro concretezza[1997. Tullio-Altan, p.192] ».

Pur partendo da altri presupposti analogo è il giudizio di Mario Perniola. A suo parere il ’68 inaugura l’era dell’immaginario:

da un lato infatti esso si presenta come la critica radicale dello spettacolo sociale e della cultura, dall’altro porta al parossismo la derealizzazione e la culturalizzazione della società. Questo secondo aspetto del Sessantotto, che viene per lo più pudicamente occultato, si manifesta attraverso il ritorno di tutte le teorie rivoluzionarie del passato (dal marxismo all’anarchismo, dal leninismo al consiliarismo), senza che in nessun luogo e in nessun momento ci sia effettivamente la rivoluzione, la presa del potere, la formazione dei consigli operai. Ma proprio ciò dà la misura della derealizzazione e della culturalizzazione sociale: il Sessantotto non una fu una rivoluzione fallita per il semplice fatto che non fu una rivoluzione, ciononostante esso non è stato nemmeno un sogno, o un’illusione collettiva, bensì un fatto storico d’importanza primaria che non può essere definito “reale”, nel vecchio senso della parola [M. Perniola, p.8] ».

Francesco Alberoni nei suoi due studi fondamentali  Movimento e istituzione  e  Genesi tenderà a interpretare il ’68 all’interno del suo modello sociologico che cercava di catturare il sincronico nel diacronico e che intendeva interpretare tutti i movimenti collettivi (fossero i movimenti ereticali o studenteschi o addirittura la coppia innamorata, poco contava), come periodo di effervescenza sociale e stato nascente. Ovviamente una simile prospettiva è respinta da chi avendo vissuto l’esperienza storica del movimento tende, per ragioni esistenziali, a riconoscere al proprio Erlebnis il carattere del tutto esclusivo, unico e autentico, non ripetitivo e non assimilabile ad altre esperienze storiche .

I “reduci” si oppongono peraltro all’interpretazione del ‘68 come semplice “ventata di cambiamento” che non incise sulle istituzioni, ma si manifestò piuttosto come un semplice rinnovamento ciclico nella storia, più sul lato del costume e dei comportamenti collettivi che su quello dei rapporti di forza, come spesso accade. Luisa Passerini protesta: «non credo sia una consolazione sufficiente quello che tutti ormai dicono, che il ’68 è stato vittorioso sul piano culturale, cultura quotidiana, modi di comportarsi, atteggiamenti, idee, rapporti tra le generazioni, rapporti di autorità. Però dire questo di un movimento che pensava che cultura e politica fossero inseparabili è come condannarlo. Resta da esplorare questa sconfitta del ’68. Anch’io, come molti altri interpreti, non penso che sia definitiva, che il ’68 sia anche da vedere a lungo termine, che a lungo termine possa ancora dare dei risultati, solo che si ripresenterà in maniera totalmente diversa [L. Passerini, qui ]».

Al di là della ricorrente invocazione del marxismo (ed è un marxismo eclettico) da parte del movimento, è spesso l’eresia marxista prevalente – quella francofortese – che incontra il favore dei giovani grazie alla predominante cultura antindustriale che essa esibisce (e qualcun altro aggiungerà anche antilluminista), mentre è noto che il genuino pensiero marxiano e quello liberale condividevano proprio la comune cultura industriale e la discendenza diretta dall’illuminismo (come rivoluzione mentale borghese). Sofri, uno degli esponenti più dotti del movimento, ammetterà a consuntivo e interpretazione del ’68 che, lungi dall’essere una critica dell’industrialismo, il marxismo è una sua apologia [A. Sofri, p.174]. E per altro verso i critici più arcigni in materia (penso a Lucio Colletti) segnaleranno a proposito della cultura antindustrialista del ’68 (dalla quale discenderà il pensiero ecologico e ambientalista), che essa presentava l’industria moderna come la principale colpevole del paradiso perduto e come la principale colpevole del “disagio della civiltà ”.

In ultimo, occorre dar conto della polemica strisciante verso il Sessantotto che fa perno sugli esiti biografici e professionali di molti esponenti in vista del movimento. Larga e diffusa è l’opinione che molti di essi scossero dalle fondamenta la società al solo scopo di farsi spazio in essa e di trovarvi un posto al sole, di cogliere nella rivoluzione la propria privata occasione. Se un graffito del maggio francese avvertiva «Attenzione: gli arrivisti e gli ambiziosi possono travestirsi prendendo un atteggiamento socialisteggiante» e un altro riprendeva un celebre apoftegma di Napoleone secondo il quale «Nelle rivoluzioni ci sono due tipi di persone: quelle che le fanno e quelle che ne approfittano», [A.Ricci, passim] ciò vuol dire che il pericolo veniva avvertito già all’epoca, all’interno del movimento.

L’accusa di opportunismo è spesso rilanciata nel constatare quanti esponenti del Sessantotto hanno occupato un posto di rilievo nel mondo dei media e alle dipendenze del Creso imprenditoriale che su tale mondo ha fondato il suo impero economico-estetico-etico-politico: Silvio Berlusconi. È il caso di Valerio Magrelli che in un recente volumetto dal titolo provocatorio argomenta: «Si scrive Berlusconi e si pronuncia Bourdieu. C’è di che rimanere esterrefatti, per l’intelligenza dimostrata dal personaggio nel comprendere del meccanismo identitario all’interno del sistema sociale. In un certo senso si tratta della vittoria dello spirito sulla carne, della psiche sul denaro, del regime libidinale sul discorso economico. Non ce lo aspettavamo, eppure, benché nel peggiore dei modi l’Immaginazione è davvero arrivata al potere. Così, la parola d’ordine del Sessantotto è stata realizzata da Mediaset [V.Magrelli, ebook posizione kindle 1144] ».

Ma anche:

Il 1968 è stato un vero scontro senza regole: una controcultura ha cercato di prendere il posto di una cultura ufficiale; che poi venticinque anni dopo gli esponenti della contestazione siano finiti a dirigere i telegiornali di regime, è un altro paio di maniche. […] Dico che l’entusiasmo con cui troppi rappresentanti di quel periodo si sono rapidamente integrati, la frequenza con cui tanti incendiari sono diventati pompieri, non mi sembra per nulla casuale. Il disinteresse per le questioni più individuali e concrete, l’insofferenza per la soluzione di problemi specifici, il disprezzo per il “formalismo” della democrazia borghese tipici del Sessantotto: è anche grazie a questo, che Forza Italia ha vinto [V.Magrelli, posizione kindle 1168]». «Ritengo infatti che l’utopia di allora, lungi dal dover essere rimpianta, contribuì piuttosto alla distopia di oggi. Costretti a rinunciare ai loro sogni i combattenti sono diventati berlusconiani, quasi seguendo il vecchio motto di Bordiga , “tanto peggio tanto meglio” [V.Magrelli, posizione kindle 1189]” ».

In effetti il sistema ufficiale delle comunicazioni individuato dagli studenti come il nous del sistema capitalistico venne eletto dagli stessi come terreno di scontro privilegiato cui contrapporre (sulla scia francofortese) un proprio sistema alternativo. Questo si avvaleva di nuove tecniche e di nuovi linguaggi oltre che di una segmentazione già in atto tra pubblico generalista e mondo giovanile con il suo universo di consumi anche culturali fortemente delineato. I nuovi linguaggi e i nuovi codici di trattamento estetico erano stati individuati dagli studenti durante la lotta. L’estetica del détournement, del sovvertimento ironico, tipicamente situazionista; la rottura delle gerarchie soprattutto tra l’alto e il basso; il deliberato rimescolamento secondo l’estetica ambivalente del camp individuato da Susan Sontag in  Note sul camp – ossia la partecipazione con distinzione snobistica alla cultura “bassa”-, l’attenzione al kitsch e alla cultura di massa, insomma la maestria nel governo di una pluralità di codici comunicativi fa sì che molti, non appena finita la “guerra”, non seppero resistere al richiamo del sistema, un po’ come avverrà qualche decennio dopo con gli hacker assunti dalle multinazionali, passati dai sabotatori alle squadre di manutenzione del sistema.

Questo silenzioso terreno di scambio e d’intelligenza con il sistema contestato è il più taciuto nelle ricostruzioni del periodo perché avvertito apertamente ostile. Passerini scrive:

 L’antagonismo diretto con il sistema della comunicazione allora dominante e con i grandi mezzi di comunicazione di massa (i quotidiani e la televisione) non impedì al ’68 di farne dall’interno usi che decostruivano la logica dominante. L’attenzione ai linguaggi della comunicazione e la disponibilità a parlarli modificandone il fine e il contesto costituì una delle competenze del ’68. In tal caso molte operazioni nate con un originario segno alternativo finirono per essere integrate nell’assetto corrente e per contribuire in certi versi a modernizzarlo [L.Passerini in R. Lumley, p.7] ».

E Ortoleva sul tema conclude così:

Il nuovo sistema che sarebbe emerso soprattutto con il salto tecnologico degli anni ’70 e ’80 sembra in effetti incarnare (ma in una visione totalmente depoliticizzata) molti dei principi su cui si fondava l’utopia di una comunicazione “alternativa”. Che fra i suoi professionisti di punta si trovino tanti che proprio nelle pratiche politiche del ’68 avevano appreso il mestiere e la passione del comunicare, e il gusto dell’innovazione tecnica e formale, può apparire ironico. Ma non è stupefacente, né scandaloso [Ortoleva, p.147] .

Cazzullo precisa, almeno per quel che riguarda il gruppo di Lotta continua il quale non è che solo una parte del movimento studentesco ma sicuramente quello contro cui di più si rivolgerà l’accusa di carrierismo in cordata: « Li accusano di costituire una lobby, in nome delle mutue fortune. Eppure il luogo comune del sessantottino in carriera si rivela spesso falso. Della segreteria di Lotta continua, dei leader che furono un punto di riferimento politico e umano per decine di migliaia di giovani, tre sono insegnanti – Lanfranco Bolis in una scuola media di Pavia, Carla Melazzini in un istituto tecnico di Ponticelli, Cesare Moreno in una scuola elementare di Barra, Michele Colafato è ricercatore universitario, Clemente Manenti ha una scuola di lingue a Berlino, Paolo Brogi è cronista alla redazione romana del “Corriere della Sera”, Enzo Piperno organizza spedizioni umanitarie a Monstar per conto di un consorzio dell’ARCI, Guido Viale studia il riciclaggio dei rifiuti e scrive saggi sull’inquinamento [A. Cazzullo, p. 5] ».

Ciò non di meno sembra sul solco della competizione mimetica l’avventura biografica dell’architetto Fuksas. Nel febbraio del 1968 insieme ad altri studenti (tra i quali Oreste Scalzone, Sergio Petruccioli, Valerio Veltroni) fu protagonista di un dibattito con lo scrittore Alberto Moravia. “Processo a Moravia” è intitolato il pezzo:

“Io sono quel genere di proletario che si chiama artista. Gli oggetti che fabbrico sono romanzi, novelle, drammi. Cioè creo dal nulla, con le mie mani o meglio con la mia mente, qualche cosa che non c’era prima e la vendo”. Con questo esordio straziante, tutto sulla difensiva, Alberto Moravia iniziava con quel gruppo di studenti una conversazione, oggi del tutto lunare, ma nell’anno in cui si svolse – il 1968 – semplicemente normale. Le accuse che gli studenti rivolgevano allo scrittore erano quelle di essere al servizio del capitale, di avere il privilegio sociale di esprimersi mentre l’operaio alla catena di montaggio geme, o anche di trastullarsi in viaggi simili a quelli di De Amicis; quest’ultima è l’accusa di uno studente di architettura abbastanza torvo. Questo studente di architettura ha però le idee molto chiare. Conosce il segreto della rivoluzione culturale: è quella che consentirà all’operaio, finalmente, di esprimersi. Ma soprattutto ce l’ha con la generazione di mezzo, ossia quella che l’ha preceduto. Questa generazione afferma perentorio: “ha costituito una sorta di monopolio culturale ed economico di tutta la produzione. Tanto per fare un esempio e nomi precisi, prendiamo un caso molto vicino a noi di architettura: il monopolio dell’asse attrezzato, a Roma, che è in mano a gente di ‘sinistra’, a intellettuali che si chiamano Quaroni, Zevi, Piccinato, e magari anche Passarelli. Ci chiedete perché rinneghiamo gli uomini di cultura della generazione intermedia? Ecco la ragione”. Appaiono evidenti gli intenti sottotraccia del giovane studente.  Più che la rivoluzione culturale il ragazzo voleva prendere il posto di quei professionisti, e c’è riuscito diventando un’archistar acclamata. Il giovane studente di architettura che tallonava da presso  Alberto Moravia si chiamava infatti Massimiliano Fuksas, e la conversazione con lo scrittore romano è contenuta nel volume Impegno controvoglia, (Bompiani, Milano 1987).

Infine l’acuta interpretazione di Hobsbawm tutta condotta sul versante culturalista, comportamentale, generazionale. Grande rilievo vi trova nel capitolo XI (“La rivoluzione culturale”) del suo Secolo breve  la rivoluzione giovanile e giovanilista. Hobsbawm  osserva che la gioventù di questi anni è un “gruppo autoconsapevole”, i giovani sanno cioè di essere giovani (ricordate la canzone “Noi siamo i giovani, i giovani, i giovani… l’esercito del surf!”). A noi può sembrare scontata questa osservazione, ma se si apre un altro libro, quello di John Gillis, che vedo citato da Hobsbawm,  si scoprirà che “i giovani devono fare i giovani” è un imperativo relativamente recente. Ma anche gli stessi giovani sono una invenzione relativamente recente. Nelle precedenti epoche storiche i “giovani” non  esistevano come categoria bio-socio-culturale o se ne riconosceva appena appena e con fastidio il perimetro biologico:  i bambini pertanto venivano già vestiti da adulti, e il pubere da parte sua non vedeva l’ora di farsi  crescere dei grossi baffoni o delle incolte barbe per “sembrare adulto” il prima possibile (guardateli i dagherrotipi dell’800, sono terribili, altro che gli hipster di oggi).

I giovani di quegli anni sotto esame di Hobsbawm,  invece, non considerano più l’età giovanile un’età di passaggio o di preparazione alla vita adulta (Shakespeare ammoniva che “la maturità è tutto” e Croce incalzava scrivendo che “Il problema dei giovani è quello di crescere”). I giovani di quegli anni per la prima volta nella storia impongono il loro rito di passaggio, e non come periodo di transizione appunto, ma “come lo stadio finale dello sviluppo umano”. Se non proprio giovani, giovanili si può  essere per tutta la vita.

Due caratteristiche ha secondo Hobsbawm  questo movimento giovanile, che non è solo il ’68 naturalmente, ma che inizia dal punto di vista del costume con il rock degli anni ’50: a) è una cultura “demotica”, ossia di ispirazione popolare; occorre qui specificare che i protagonisti principali della rivoluzione,  i giovani borghesi, attingono alla cultura dei ceti subalterni, quella elaborata dai  Toni Manero, i giovani poveri che vivono negli slum,  appropriandosene in qualche modo; b) è una cultura “antinomiana”, ossia  è avversa a ogni tipo di regola.

Questo carattere antinomiano, che noi volgarmente chiamiamo “ribelle” ha dei risvolti singolari perché si salda con le esigenze capitalistiche della incipiente società dei consumi di massa. Qui Hobsbawm  trova parole di una sintesi scultorea per chiarezza e intelligenza .

Paradossalmente i ribelli contro le convenzioni e le restrizioni sociali condividevano i presupposti sui quali era costruita la società dei consumi di massa o almeno le motivazioni psicologiche sulle quali facevano leva con più efficacia coloro che vendevano beni e servizi ai consumatori. [Hobsbawm, p.393] .

Le ragioni dei ribelli si saldavano con le esigenze del capitalismo consumistico, sistema economico che non poteva trovare migliori alleati. Ragazzi, ribellatevi e consumate, è il nuovo imperativo categorico.  Più vi ribellate, più consumate, più la ruota dentata del capitalismo gira a pieno volume.

Sembrerebbe una classica movenza dell’astuzia della ragione storica di hegeliana memoria.

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L’immagine di copertina è tratta dal volume di Aldo Ricci, I giovani non sono piante, Sugarco, Milano 1978.

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Bibliografia sommaria

Berman, Paul – Sessantotto. La generazione delle utopie, Einaudi, Torino 1996;

Brambilla, Michele- Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto, Rizzoli, Milano 1994;

Bontempelli, Massimo- Il sessantotto. Un anno ancora da capire, CUEC,Cagliari 2008;

Cazzullo, Aldo  – I ragazzi che volevano fare la rivoluzione – 1968-1978 storia di Lotta continua, Mondadori, Milano 1998;

Enciclopedia del Sessantotto. A cura di Marco Bascetta, Manifesto libri, Roma 2008;

Gillis, John, I giovani e la storia,  Mondadori, Milano 1981;

Ginsborg, Paul- Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Società e politica 1943- 1988, Einaudi, Torino 1989;

Grignaffini, Giovanna – intervista rilasciata a Ranieri Polese, “Corriere della Sera”, 11 luglio 2013, p. 39;

Hobsbawm, Eric, J, Il secolo breve – 1914/1991, Rizzoli, Milano 1997

Howe, Irving – “New Styles in Leftism”, pp.193-220,  in Selected writings 1950-1990, HBJ, San Diego 1990. Il saggio è del 1965;

Keniston, Kenneth- Giovani all’opposizione, Einaudi, Torino 1972;

Lumley, Robert  – Dal ’68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana – Giunti, Firenze  1998 – Introduzione di Luisa Passerini;

Luperini, Romano – L’uso della vita.1968, Transeuropa, Massa 2013;

Magrelli,Valerio  – Il Sessantotto realizzato da Mediaset, Einaudi, Torino, 2011, e-book;

Matteucci, Nicola- Sul Sessantotto. Crisi del riformismo e “Insorgenza populistisca” nell’Italia degli anni Sessanta, Rubbettino, Soveria Monnelli 2008;

Morin, Edgar,  in Culture adolescente et révolte étudiante, in Annales 1969 ora in L’esprit du temps,  Grasset, Paris 1975;

Ortoleva, Peppino – Saggio sui movimenti del 1968 in Europa  e in America, Editori Riuniti, Roma 1988;;

Passerini, Luisa –  Autoritratto di gruppo, Firenze 1988;

Perniola, Mario –  La società dei  simulacri, Il Mulino, Bologna 1983;

Ricci, Aldo –  I giovani non sono piante, Sugarco Edizioni, Milano 1978;

Ronchey, Alberto – Libro bianco sull’ultima generazione, Garzanti, Milano, 1978;

Ronchey, Vittoria –Figlioli miei marxisti immaginari, Rizzoli, Milano 1975;

Sofri, Adriano- Sessassonto. La corsa nei sacchi, in “Micro-Mega”, 1, 1988;

Tullio-Altan, Carlo- La nostra Italia. Arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall’Unità ad oggi, Feltrinelli, Milano 1986;

Tullio-Altan, Carlo- La coscienza civile degli italiani, Valori e disvalori nella storia nazionale, Gaspari, Udine 1997, p. 213;

Viale, Guido – Il Sessantotto tra rivoluzione e restaurazione, NdA Press,  Rimini 2008.

TAG: Sessantotto
CAT: Storia

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