Faust, Otello, Eva e altri: gli spettacoli a volte ritornano

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11 gennaio 2017

Che poi a fare questo strano mestiere del critico teatrale accadono a volte cose buffe. Ad esempio: ricordarti di tutti gli spettacoli di cui non hai scritto. Perché succede che quando chiudi un articolo lo consegni alla stampa o al web, lo spettacolo di cui hai parlato si resetta nella memoria e nel cuore, si archivia, lascia spazio per altro. Ma quelli di cui non si è scritto rimangono, almeno per me, in stato latente, quasi in dormiveglia: girano per la testa e continuano a porre domande. Allora, in questo inizio anno – quando di solito si fanno bilanci e buoni propositi (ma quali?) – mi son trovato invece a fare i conti con quelle tracce luminescenti che per un motivo o per un altro brillano ancora. Cose strane, diverse per stili, modalità, esiti, prospettive, ma in ciascuno vi sono motivi di interesse, guizzi di brillantezza o genialità.

Poi vabbè, ci sono anche i lavoracci, quegli spettacoli messi su in fretta o malamente, quelle cosette ambiziose o furbette, quelle operazioni che tanto pensano al botteghino e che poi svelano un respiro artistico breve: meritano ogni attenzione, e semmai una qualche stroncatura, ma adesso possiamo tralasciarle, no?

Allora, in ordine sparso, mi piace tornare con la memoria a una sera passata al Teatro dell’Orologio di fronte a una rilettura di Otello tra il farsesco e il (melo)drammatico, una versione “all’antica italiana”, imbastista di belle canzoni popolane e di un’aria da squassate periferie pasoliniane. Era O come Otello, con la regia – divertita e divertente – del bravo Alessio Pizzech: uno “scherzo”, vorrei dire, un gioco di rimandi e citazioni, in cui il classico shakespeariano viene spezzettato in un “tradimento” drammaturgico di Carlo Di Maio, anche protagonista con la ‘sciantosa’ Rossana Bellizzi e con Francesco Iaia e Gianluca Patosti. Insomma, un buffo pastiche schietto e immediato, con momento esilaranti.

Rossana Bellizzi è Desdemona

E divertente, molto, è stata anche la standup-comedy proposta da Gianpiero Borgia con Sudorazione. Si tratta di un monologo dissacrante sul Sud e i suoi abitanti, anzi per la precisione: su Barletta e sui barlettani. Ma raccontando la storia, forse autobiografica, di un aspirante attore-regista-autore di ritorno al paese d’origine, Borgia spiattella sapientemente tanto, se non tutto, il malcostume incancrenito e la tolleranza delle dinamiche sociali, economiche e culturali di certo Sud Italia.

Federica Fracassi in Eva, regia di Renzo Martinelli

E ancora mi torna in mente la straordinaria Federica Fracassi, che firma una incredibile prova delle sue in Eva, tiratissimo monologo prodotto da Teatro i di Milano, scritto da Massimo Sgorbani e diretto con lucida freddezza da Renzo Martinelli. Testo inquietante e straniante, che dà voce a Eva Braun, donna innamorata e devota di Adolf Hitler: la Fracassi è travolgente nell’incarnare questa figura complessa, discutibile, detestabile, sospesa tra Via col Vento e il culto del Fürher. Lavoro intenso e delicato, contraddittorio e toccante, Eva fa parte di un percorso di indagine su queste figure femminili (di cui apprezzai molto Magda e lo spavento) che Sgorbani traduce in scena con una scrittura aguzza, fatta di flussi verbali oscillanti tra estrema intimità e paradossale follia postmoderna, impastati sapientemente nella fisicità di un’attrice come Fracassi che certo non si risparmia nel dare vita e presenza al tessuto verbale.

Helga Davis è Faust

Poi, per chiudere questo primo giro di ricordi più o meno recenti, ecco Faust’s Box, operina superconcettuale e raffinatissima di Andrea Liberovici. Di questo compositore-regista-autore avevo già amato la rilettura e riscrittura del Macbeth, affidata a due giganti come Elisabetta Pozzi e Paolo Bonacelli. Con questo Faust, visto al Teatro Duse di Genova, Liberovici conferma un momento di grande e felice creatività. Avevo presentato lo spettacolo, in una chiacchierata con l’autore (qui), ma la resa scenica ha svelato aspetti ulteriori, decisamente intriganti. Mi piace quanto e come Liberovici non scenda a compromessi, lavori puntando a un orizzonte alto, affronti sonorità, riferimenti, rimandi che chiamano in causa un percorso nel concettuale della ricerca musicale e teatrale. Anche qui, complice la straordinaria voce e presenza scenica di Helga Davis, il regista allestisce una storia che oscilla – come fu per Macbeth – tra una casalinghitudine quotidiana (facendo risuonare anche degli elettrodomestici) in cui Faust si sdoppia nel suo contraltare mefistofelico, e l’eterno ritorno del mito che si fa pura poesia. Ma non vi è elitismo né autoreferenzialità nello spettacolo, che anzi si traduce in un evento di grande, empatica ed emozionante, fruibilità. L’impeccabile Ensemble strumentale Ars Nova, diretto da Philippe Nahon, è parte integrante dell’allestimento scenico, vivace elemento drammaturgico oltre che intenso piano lirico-emotivo che dà spessore, grazia e stridente contrappunto al racconto della Davis. Dopo il debutto parigino, lo spettacolo è passato per troppi pochi giorni a Genova: varrebbe la pena riprenderlo, anche in contesti festivalieri e musicali.

Infine, vorrei raccontare di due spettacoli visti ad Atene: un Tartufo di Molière, in una visione grottesca e ribaltata, e le “versioni” di Fedra interpretate impeccabilmente da quella leggenda che risponde al nome di Isabelle Huppert, qui diretta da Krzysztof Warlikowski. Ma questi, semmai, un’altra volta.

 

TAG: Alessio Pizzech, Andrea Liberovici, Carlo Di Maio, Elisabetta Pozzi, Eva Braun, Federica Fracassi, Francesco Iaia, Gianluca Patosti, Gianpiero Borgia, Helga Davis, Isabelle Huppert, Massimo Sgorbani, Renzo Martinelli, Rossana Belizzi, Sudorazione, Teatro Dell'Orologio
CAT: Teatro

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