Monticchiello, il paese riflette su se stesso

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6 agosto 2017

Il problema è se scegliere la Fiat 70 o il Landini. Però il Landini non ha i cingoli e si rischia ad andar per greppi. Nei campi può andare bene, ma il trattore serve coi cingoli. Solo che è difficile mettersi d’accordo, difficile scegliere, e la “Cooperativa agricola Le Crete” fallisce prima ancora di iniziare. È questo uno dei nodi drammatici di MalComune, il nuovo spettacolo del Teatro Povero di Monticchiello.

Da quell’episodio – evocato in un lungo flashback al culmine del racconto – deriva poi l’astio che divide due piccoli comuni della Val d’Orcia. E la nuova legge di Stato, invece, incentiva la fusione, e premia solo i comuni virtuosi: altrimenti, per chi vuol star da sé, c’è lo scioglimento. Difficile, dunque, mettersi d’accordo in quella Valle.

Come è noto, da oltre cinquanta anni, il Teatro Povero di Monticchiello riflette su se stesso attraverso la messa in scena: una drammaturgia preparata durante l’inverno, poi d’estate ecco lo spettacolo, guidato con affetto e competenza dal regista Andrea Cresti.

In scena ci sono gli abitanti del piccolo borgo della Val d’Orcia: non-professionisti che, in cinquanta anni di storia, hanno saputo tenere alta la tradizione e il valore di questa esperienza unica in Italia.

Il teatro di comunità di Monticchiello, infatti, è molto più dello spettacolo (o dell’ottima cena che si può degustare nel locale ricavato accanto alla piazza dedicata al teatro). La drammaturgia, proprio come in un afflato agit-prop, è frutto di un pensiero condiviso, lucida analisi di una idea, o di una preoccupazione che attanaglia, urgente e reale.

Anno dopo anno, a Monticchiello, hanno raccontato una contro-storia italiana, narrata dalla prospettiva del borgo o della campagna – seppure meravigliosa come quella toscana.

La voce degli abitanti è specchio di tante voci simili: persone, volutamente semplice, che hanno vissuto i tempi, i modi, le involuzioni e le contraddizioni del nostro Paese. Dall’occupazione tedesca alla fine della mezzadria, dallo svuotamento alla museificazione dei borghi, dalla natalità zero all’emigrazione, dal turismo ai miti della Tv: all’inizio di questa esperienza i temi erano immediatamente riconoscibili e condivisibili, mentre con il passare degli anni le drammaturgie hanno assunto toni più alti, a volte morali, spesso legati a uno spirito didattico che non sarebbe dispiaciuto a Bertolt Brecht (forse non a caso, nello spettacolo, una battuta cita, non a caso, “un uomo è un uomo”). E se pure, in passato, prevaleva il tono scherzoso, quasi farsesco in commedie che non prescindevano dall’elemento terrigno del dialetto, nell’edizione 2017 del Teatro Povero il tono sembra farsi più mesto, di una nostalgia canaglia che prende e sfuma in un sapore amaro anche lo slancio di entusiasmo dell’ultima coppia giovane nella vicenda.

Il pretesto narrativo, infatti, è legato a un’idea curiosa: per non far “chiudere” il Comune che non vuole unirsi con l’altro, eterno rivale, c’è una speranza, data proprio dalla giovane coppia che aspetta tre gemelli. Con la nascita, il piccolo centro raggiungerebbe la quota di abitanti sufficienti per scampare il pericolo chiusura. Così è quasi commovente, in apertura, il padre che chiede ossessivamente al figlio se, per lavorare, lo pagano.

Eppure è un segno forte vedere i due giovani accerchiati, insediati, dagli anziani. Non solo nella storia, ma anche nel cast, infatti, il divario generazionale è forte: prevalgono gli attori storici, gli anziani del paese, e pochi sono i ragazzi – anche se non mancano – a dar loro manforte.

MalComune, un momento dello spettacolo

Questa immagine si svela presto una possibile grande metafora dell’Italia di oggi. Una nazione gerontofila, in cui sono gli over60 a tenere ben salde le redini del potere: ma l’unica speranza per tenere in piedi un Paese sull’orlo del baratro, toccherà pure affidarsi, prima o poi, ai giovani. Qui, nel piccolo borgo, c’è chi invita i ragazzi a «andare via», a lasciare quest’Italia rognosa. Però i due giovani scelgono di restare. Alla fine, nel Mal Comune, non ci sono speranze, il finale suona cupo, livido per il borgo. Il ragazzo, per scaldare gli animi, si appella al passato comune, alle vite minime dei tanti abitanti che hanno vissuto la Val d’Orcia nella grande Storia che corre dal Medioevo a oggi. Che sarebbe, peraltro, storia condivisa, tutta italiana, ma che troppo spesso dimentichiamo a cuor leggero: dovremmo ripensarci, non per apologia del conservatorismo, del “quanto si stava bene una volta”, semmai per ritrovare valori semplici, schietti, anche burberi, di gente che in fondo vorrebbe solo avere un lavoro, stare bene in una casa, magari con le persone amate, vivendo la bellezza dei paesaggi e dei tanti piccoli comuni d’Italia.

Invece non c’è molto da fare: manca il “mezzo gaudio” che di solito fa da consolazione al “malcomune”. Il gruppo non è coeso, la comunità non regge, i buoni propositi non bastano. Come per la “Cooperativa agricola Le Crete”, finita ancor prima di nascere, si va ancora ognuno per conto proprio. Allora diventa importante anche il trattore: il Landini ha le ruote e non ha i cingoli, giù per “i greppi” si rischia, decisamente meglio la Fiat 70.

La prospettiva politica non è più della polis (o del Paìs, avrebbe detto il Pasolini friulano), è sfuggita alla comunità ma è saldamente nelle mani dell’economia, del mercato che detta legge ai governi. Vite regolate da algoritmi (ne sanno qualcosa i teatranti), decisioni prese chissà dove e chissà come, che travolgono un popolo ormai con le spalle al muro. Ecco, almeno per me, l’immagine che resta di Monticchiello: la sconfitta della Storia è un popolo senza speranze.

Monticchiello 2017

Come da tradizione, tutto il paese si dà da fare, tutti contribuiscono all’iniziativa del Teatro Povero, ma sono le attrici e gli attori a dare anima, corpo e voce allo spettacolo. Voci antiche e vere, profonde e struggenti, di persone che «sono bravissimi attori – scriveva Renato Palazzi nel 2015 – perché recitano se stessi, ma per recitare se stessi devono essere bravissimi attori»

TAG: Andrea Cresti, Malcomune, Teatro Povero Monticchiello, Val d'Orcia
CAT: Teatro

Un commento

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  1. stefano-gatto 2 mesi fa
    Andavo a Monticchiello da ragazzo: notevole che il Teatro Povero abbia resisti per più di cinquant'anni, e continui a raccontare il paese (e il Paese) con le sue proprie forze. Un bellissimo esempio di caparbietà e di cultura popolare.
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