Al paradiso delle donne. Lei e il capitalismo

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9 gennaio 2017

Osservo una coppia in un grande magazzino. Lei ispeziona gli scaffali con puntiglio, con esasperante e cerimoniale  lentezza. Prende gli oggetti, li guarda, li riguarda, li ripone sugli scaffali. Si allontana, ritorna. Li riprende quasi con lo scopo di sorprenderli, e li riguarda ancora di sotto, di sopra, di lato.  Li ripone. Lentissimamente. Pensierosa.  Guardo lui:  ammaestrato forse da lunghi anni da queste scene  ha la pazienza fredda delle statue dei santi, con qualche moto di antica frizione, sembra. «Ma stai cercando qualcosa di preciso?», le chiede con il tono più neutro possibile. «No», replica lei calma, quasi assorta, e quindi  aggiunge la verità  per lui sconvolgente:  «Sto vedendo se mi serve qualcosa». Lui avverte la propria logica aristotelica andare in frantumi, come quelle zucche colpite da lontano dai cow boy negli esercizi di tiro nel cinema western d’antan. Perché sì, la verità è proprio quella. Sconvolgente: lei vede  gli oggetti, e gli oggetti  le parlano. Sono gli oggetti a  indicare ciò di cui lei ha bisogno, quel bisogno che  nella quotidianità qualche volta ha fatto capolino e che lei ha momentaneamente  archiviato in attesa di adeguata soddisfazione.  Per questo li passa in rassegna, li escute. Perché cerca suggerimenti, rammemorazioni, evocazioni.  Da loro: dagli oggetti.

Lui probabilmente, come me,  parte dall’idea,  ossia da una lista, che funziona  come le categorie kantiane o aristoteliche e attraverso la quale processa schematicamente  la realtà e l’acquisto, e da quella, per deduzione, arriva agli oggetti che ritiene dopotutto un inerte  das Ding,  un qualcosa di non degno di attenzione dialettica per la vita superiore dello spirito. Lei invece sa che in quella lista, in quelle categorie, tutto  il mondo non ci può stare, come nella valigia di Julio Iglesias (“se mi lasci non vale,  in quella valigia tutto il nostro passato non ci può stare”).  Lei parte dagli oggetti, e per induzione arriva all’idea. Lui procede al contrario: quella di lui è la via all’ingiù, quella di lei la via all’insù. Anodos e proodos per il giubilo di Platone. Si incontreranno mai?, mi chiedo.

Seguo la coppia fino alla  cassa. Lei ha una sorta di beffardo Insight finale da psicologia della Gestalt: tira fuori all’improvviso,  dalla borsa di Mary Poppins, un sacchetto biodegradabile. Per evitarne l’accumulo a casa probabilmente, e per dargli una seconda o terza vita finché defunge per consunzione spontanea, e solo allora lo estrometterà, sicuramente  a malincuore, dai confini del proprio Io. Perché lei agli oggetti ci tiene: a tutti gli oggetti e non se ne libererà mai.

Ecco, questa scena, su cui ho filosofeggiato alla buona, non era possibile prima dell’invenzione dei grandi magazzini, ossia dell’esposizione in serie delle merci in un unico ambiente. L’accesso alle merci vi era diretto e senza mediazione di commessi, se non per il consiglio per l’acquisto; un tempo il personale servente seguiva l’acquirente con gli acquisti per tutti i piani dello store fino alla cassa come si vede in qualche vecchio film. I prezzi erano uguali per tutti, indicati con un cartellino, mentre prima non erano esposti, e  negoziati secondo il rango degli acquirenti.

I grandi magazzini  nacquero  a metà Ottocento a Parigi, nel 1852,  per l’intuizione di Aristide Boucicaut che da una bancarella  passò per primo agli spazi della grande distribuzione con un magazzino che si chiamava quasi con linguaggio- oggetto Au Bon Marché. Ancor prima c’erano stati i Passages di cui scrive Walter Benjamin: solo che qui si trattava di  una serie di botteghe varie sotto volte coperte di vetrate, di cui a Milano è esempio la Galleria Vittorio Emanuele. Celebri il Passage du Ponceau, du Caire, du Panorama. In uno di questi Passage, quello di Choiseul, Louis Férdinand Céline fu commesso di bottega

L’avvento dei grandi magazzini catturò l’attenzione  di Émile Zola che in  uno di essi ambientò Au bonheur de dames, da cui è stato liberamente tratto il film tv, una volta detto “sceneggiato” (e che io, chiamo scemeggiato pur non perdendomene mai uno)  che è stato mandato in onda qualche tempo fa dalla Rai sul Canale Nazionale.

Fluctuatio animi. C’è un momento, quel momento, in cui la donna, come la regina della schacchiera “muove” ed è  il momento dell’acquisto dove entrano in gioco tutte le terminazioni nervose della donna: l’ampio spettro della sua personalità intima e sociale, la mamma, la moglie, la casalinga, la donna emancipata e libera, l’acquirente compulsiva (come Emma Bovary), semplicemente la donna. È dal suo desiderio che prende le mosse la produzione industriale destinata alla casa, al bambino, al tempo libero.

Nel trattato  Ricerca sulla natura della società  incluso nella celebre  Favola delle api  il pensatore anglo-olandese Bernard de Mandeville avanza l’ipotesi  (che contesta avant la lettre il Weber dell’Etica protestante) per la quale più che le ascetiche pubbliche virtù riformate  (ascetismo intramondano lo chiamava Weber) sia stata la diffusione del lusso, del vizio privato, a determinare un’attività economica conseguente e dunque il “miele” della ricchezza. Scriveva Mandeville: «Io sono stato oppositore del papismo come lo sono stati Lutero e Calvino o la stessa regina Elisabetta ma nutro profondi dubbi che la Riforma sia stata più utile a far fiorire i regni e gli Stati che l’hanno abbracciata della ridicola e capricciosa invenzione delle gonne cerchiate e imbottite»  e concludeva icasticamente «La religione è una cosa, il commercio un’altra». Già. Ho visto oggi negli occhi iniettati di gioia delle donne tese all’acquisto –  queste Segretarie Nazionali Aggiunte della Confederazione Generale dei soprammobili,  una elementare verità.

Esagero: avanzo qui solennemente la mia spiegazione della nascita del capitalismo: solo il desiderio libero e liberato della donna può shakespearizzare (diceva Gadda a luogo di “infiammare”)  il capitalismo manifatturiero secondo il “modello Manchester”. In quelle culture in cui la donna è subordinata e relegata in spazi domestici, non v’è sviluppo. È dal desiderio femminile che promana la forza produttiva del capitalismo, che si presenta innanzi tutto come un grande ammasso di merci. E la donna, più di ogni altro soggetto sensibile, sa comprendere come dice il Poeta  le langage des fleurs et des choses muettes. Soprattutto di quest’ultime, per  molti maschi totalmente incomprensibili.

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Nella foto di copertina una scena di “Au bonheur des dames” di Jiulien Duvivier (1957)

TAG: Aristide Boucicaut, Baudelaire, Capitalismo, Emile Zola, Passages, Walter Benjamin
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