Ugo
Rosa

bio

Mi esaurisco in sette lettere e a dire come mi chiamo non ci vuole niente: Ugo Rosa. E’ meno sbrigativo, invece, definire quello che faccio. Dopo aver fatto per anni, senza risultati di una qualche rilevanza economica, il mestiere di quello che prova a fare il mestiere di architetto (attività creativa tipicamente italiana) qualcuno ha cominciato a [...] dire in giro che io sarei “un critico” e questo suona già come un necrologio. Il prossimo passo perciò sarebbe l’epigrafe tombale che però risulta pure di difficile composizione: dovrebbe infatti stare più o meno a metà strada tra l’epitaffio del distratto (“Perse la vita”) e quello dell’esploratore (“Trovò la morte”).

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Ultimi commenti

Pubblicato il 14/02/2018

in: The day after

Può darsi che ciò l’addolori (e, considerata la sua gentilezza, mi dispiace molto) ma no: “qual’è” non è una svista. La svista potrebbe esserci quando mi accade di scriverlo senza l’apostrofo (ma non sono così pedante, la cosa può succedere e, forse, è già successa) Faccio insomma come, prima di me, facevano Collodi, Tozzi o Landolfi. Non conosco [...] le loro ragioni. Le mie sono semplici: 1) Le parole tronche mi fanno pensare alle parrucche incipriate. 2) Credo che il nostro rapporto con la scrittura vada semplificato il più possibile e mi sembra una forma di sadismo idiota pretendere che “qual’erano” vada scritto con l’apostrofo e “qual era” (come “qual è”) invece no. Ma in fin dei conti, sostanzialmente, me ne fotto. Solo, questo sì, ritengo la propensione, tipicamente italiana alla pedanteria ortografica (facebook, per dire, pullula dei ridicoli proclami dell’Accademia della Crusca postati da sottocretini che poi non sono in grado di articolare tre righe in lingua appena passabile) non un segno di salute linguistica ma esattamente il contrario: un sintomo dell’agonia incipiente. Se vuole consideri dunque l’apostrofo una forma di (modestissima) resistenza culturale.

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Pubblicato il 01/01/2018

in: Una modesta proposta per il discorso di capodanno

Do you Know, Beniamino, Jonathan Swift and his Modest Proposal? Non credo. Intuisco dalle sue brevi ma alate parole la pulizia che domina la sua ampia fronte. E schettinare in quello spazio deserto mi avrebbe perfino divertito. Ma purtroppo, Beniamino, c’è l’ultimo rigo, dove lei(riferendosi agli ultimi) parla con disprezzo della “parte LAMENTOSA e INDOLENTE della società intrisa di [...] quel presunto convenzionale pauperismo al quale ecc. ecc.”. Questo disprezzo, per quanto espresso con uno stile che di per sè sarebbe comico, oltre a qualificarla per ciò che lei indubbiamente è, smette di farmi ridere e comincia a farmi schifo. Ragion per cui non le consiglio, com'era inizialmente mia intenzione, di migliorare le sue letture ma, dal momento che ciò che legge è del tutto evidente, di smettere del tutto: è l’unica cosa, mi creda, che può salvarla.

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Pubblicato il 17/12/2017

in: Vocabolarietto portatile 15 - Serietà

Non so a quali grandi incendiari si riferisce...io sono solo un modestissimo scriba (per di più neppure tale ab origine, solo prestato) che, al massimo, punta a non fare troppi errori di grammatica e di sintassi... ma la ringrazio comunque per la stima.

Pubblicato il 13/12/2017

in: Paura di pensare

Io, gentile signor Silvano De Lazzari (perché non ci si firmi con nome e cognome resta, per me, un mistero...) non avrei fatto alcuna domanda. In questo caso infatti, non esistevano (temo) domande non cretine, dal momento che era l'intervista in sé ad essere cretina

Pubblicato il 21/11/2017

in: San Michele Serra protettore dei vigili urbani (seconda passata)

Dal momento, signor Adriano Bianchi, che, non conoscendola, la buona creanza mi impone di dare per scontato che se lei avesse letto quello che io ho scritto l’avrebbe certamente capito, allora mi corre l’obbligo di concludere che lei non lo ha letto. Di conseguenza non posso che invitarla a leggerlo (sempre che, naturalmente, sia interessato [...] a farlo) riga dopo riga, aiutandosi, come facevano le care nonnine, col dito indice. Scoprirà allora che in nessuna di quelle righe si “giustifica” alcunché: ci si sforza, invece, di “comprendere” il perché di un certo comportamento. Sforzo di comprensione che, molto tempo fa, era appannaggio dei lavoratori dell’intelletto (soprattutto di quelli che amavano definirsi “di sinistra”) ma che, evidentemente, a Serra interessa tanto poco quanto a lei. Per la differenza tra “giustificare” e “comprendere” (che evidentemente non è chiara neppure al signor Daniele Predolini, che certamente non comprende ma fa comprendere bene, definendosi “sessantottino”, per quale ragione il sessantotto sia finito a puttane) la rimanderei, se permette, al dizionario. Al signor Gianmario Nava, invece, vorrei dare ragione: ciò che ho scritto non è carino né elegante. Ma vorrei dargli nel contempo una triste notizia: la verità non lo è quasi mai. I puffi, invece, sì. Se si contenta dei puffi...

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