Le grasse spose della Mauritania ed il loro supplizio in un film

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14 Luglio 2020

In un precedente articolo mi sono occupata della sottomissione femminile che passa attraverso il controllo del corpo delle donne. L’ultima storia che vi racconto a tale proposito viene dalla Mauritania e riguarda il fenomeno del gavage, ossia dell’alimentazione forzata che interessa le future spose, le quali devono essere grasse per compiacere i loro mariti. Per la verità la tradizione è molto antica e nasce dal rifiuto della povertà, che ha prosperato in un sistema schiavistico qui largamente accettato, ma la novità è rappresentata dal fatto che per la prima volta se ne parla in un film, realizzato dalla regista italiana Michela Occhipinti.

Il fim, dal titolo “Il corpo della sposa”, è stato presentato lo scorso anno in concorso al 69° Festival del Cinema di Berlino ed è ora proposto sulla piattaforma Miocinema.it,  all’interno di una rassegna dedicata ai documentaristi italiani. E questo grazie al rilancio che stanno vivendo le piattaforme legato al Covid-19. Come dicevamo, la plurisecolare tradizione è dovuta al fatto che in Mauritania le donne in schiavitù si nutrivano degli avanzi dei padroni ed erano di frequente sottopeso, mentre quelle benestanti erano di fisico abbondante e non svolgevano lavori manuali. Di conseguenza, nessun marito avrebbe mai sognato per sé una donna magra. Ciò ha condotto la società mauritana a considerare spose desiderabili solo quelle grasse ed ha demandato alle madri il compito di preservare la tradizione del gavage. Una vera e propria tortura, perché le ragazze da marito sono costrette ad ingurgitare cibo fino alla nausea e, naturalmente, a non sottoporsi a nessuna dieta dopo il matrimonio, perché il marito non gradirebbe. Questo espone le donne mauritane a problemi cardiocircolatori, diabete, ipertensioni e patologie legate ai chili in eccesso. Per di più, se proprio qualcuna di loro non riesce ad ingrassare, è indotta ad utilizzare farmaci a base di ormoni spesso destinati agli animali ed acquistati sotto banco.

Il film della Occhipinti racconta la storia di Verida, l’esordiente Verida Beitta Ahmed Deiche, scelta dalla regista per la bellezza del suo sguardo e perché, nella vita, ha dovuto realmente subire l’odiosa pratica del gavage.

Nel film emerge la quasi totale mancanza di ribellione alla tradizione da parte della protagonista e fin dalla prima scena, nella quale la giovane Verida è intenta a bere latte di cammella in un enorme tazzone, tutto ruota intorno al cibo ed ai connessi stati d’animo.

Alla fine viene da chiedersi se in società apparentemente agli antipodi nel corso dei secoli non si siano perpetrate le stesse violenze a discapito delle donne.

Ed è illuminante, a tale proposito, una rilettura del libro “Noi e il nostro corpo, scritto dalle donne per le donne”, di AA.VV. La Feltrinelli 1976, che racconta l’esperienza del gruppo di Boston ispiratrice dei primi Feminist Women’s Health Centers, prima in America e poi in Europa, cioè di luoghi dove le donne potessero riappropriarsi della conoscenza dei loro corpi, per sottrarli – come si diceva allora – al controllo della casta medica maschile e per liberare la sessualità femminile imbrigliata dalle leggi del patriarcato e dallo sfruttamento del capitale.
In esso, tra l’altro, si legge:

Erano gli inizi del movimento femminista. All’ inizio formammo un gruppo “medico”. Tutte noi avevamo provato lo stesso senso di frustrazione di rabbia nei confronti dei medici accomodanti e paternalistici che si limitavano a trinciare giudizi, senza dare alcuna informazione. Ci rendemmo così conto, parlando tra noi delle nostre esperienze, che avevamo ancora moltissimo da imparare sul nostro corpo e durante l’estate decidemmo di approfondire gli argomenti che secondo noi erano più necessari per conoscerlo meglio. Avremmo poi scritto qualcosa individualmente o in piccoli gruppi di due o di tre, e lo avremmo presentato in autunno come un corso di lezioni per le donne su “Le donne e il loro corpo”.Trovarsi tra donne è stato esaltante. Ci siamo riunite per nostra scelta e volontà, e per la prima volta ci siamo sentite libere. Fino ad allora il centro della nostra vita erano stati gli uomini: ora invece si sembrava ‘legittimo’ il bisogno che avevamo l’una dell’altra. A scuola la maggior parte di noi aveva avuto un rapporto di amicizia con altre donne, ma lo aveva considerato solo transitorio, pensando che la vita vera sarebbe stata incentrata sul maschio. Era lo schema tradizionale e non ci aspettavamo altro. Sin dall’ inizio delle nostre conversazioni scoprimmo quattro modelli culturali di femminilità che in un certo modo avevamo accettato: la donna inferiore, la donna passiva, la donna oggetto, la donna esclusivamente moglie e madre. Nelle nostre prime discussioni ci rendemmo subito conto della violenza che con questi concetti avevamo usato su di noi. A mano a mano che cambiavamo, andavamo scoprendo che spesso provavamo rabbia. Ne siamo state sorprese e imbarazzate. Eravamo cresciute pensando di dover amare tutti ed essere amate da tutti.

Insomma, qualsiasi controllo della sfera corporea e coscienziale dell’altra metà del cielo, che abbia motivazioni ideologiche, religiose o di mercato, è sempre e comunque da rigettare, in quanto espressione di forme di dominio e di potere maschili. Che si tratti di veli o di chili di troppo. Come anche del mito della sensualità, dell’abbronzatura o della magrezza a tutti i costi.

Su queste tematiche il cinema ha cominciato già da un po’ a riflettere. E i cosiddetti intellettuali?

TAG:
CAT: Africa, diritti umani

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