La domestic tranquility americana

18 Agosto 2021

Nella Costituzione americana, poche parole dopo il famoso incipit We the people, si trova l’espressione domestic Tranquility, “Tranquillità interna“, tra i valori fondamentali che il popolo intende difendere. Questo concetto viene ripreso in vari punti della carta costituzionale, legandosi alla disciplina della proprietà privata e del diritto dei cittadini di tenere armi, ma se diamo un’occhiata alla storia americana possiamo accorgerci di come questa “tranquillità” non abbia richiesto una difesa solo interna ma anche esterna, estera, con interventi militari e missioni nei paesi in cui gli interessi americani sono stati in qualche modo messi in pericolo.

Ed è questo il background storico-giuridico a cui dobbiamo pensare quando, ascoltando l’ultimo discorso del presidente Biden dopo l’acuirsi della crisi in Afghanistan, restiamo colpiti dalla promessa di una risposta “devastante” nel caso in cui i talebani minaccino, appunto, gli interessi americani.

La posizione del presidente degli Stati Uniti è sicuramente scomoda: oltre alla sua decisione di porsi in continuità con l’operazione di ritiro delle truppe promossa da Trump, la memoria del ruolo che ha avuto nel 2003 con il primo intervento militare americano in Iraq – all’inizio favorevole al fianco di Bush in veste di senatore e solo in seguito critico nei confronti di come la guerra è stata condotta – non aiutano Biden nel presentarsi come figura di riferimento affidabile per gli americani e per il mondo di fronte a una gravissima crisi umanitaria e politica. Tuttavia, il fallimento di una missione durata vent’anni a seguito del ritiro dei soldati non dovrebbe sembrare una novità per gli USA dopo quanto avvenuto, per esempio, nel 2014, quando le truppe americane hanno dovuto ritornare in Iraq per combattere l’Isis dopo che Obama ne aveva annunciato il ritiro nel 2011.

L’emergenza non è locale, è globale: la presa del potere da parte dei talebani non rappresenta solo una minaccia inaccettabile contro i diritti umani, ma anche un potenziale fattore di cambiamento degli equilibri geopolitici.

Cina e Russia hanno prontamente colmato il vuoto causato dall’assenza occidentale ponendosi come ambigui interlocutori dei talebani e dando risonanza alle loro promesse di un governo “tollerante”.

La rapidità con cui le due potenze hanno risposto a questa crisi ormai non dovrebbe sorprenderci. Passando a una situazione completamente diversa, potremmo ricordarci di come, nel marzo del 2020, mentre Trump fermava i voli per l’Europa messa in ginocchio dal diffondersi del Covid, la Cina era pronta ad offrire aiuti sanitari, tanto che già in quei mesi qualcuno parlava di un mondo post-coronavirus a guida cinese.

E’ chiaro che questi due paesi vogliono costruire una leadership non solo economica, anche in risposta agli scandali politici e alle sanzioni che li hanno colpiti, e per farlo non esitano a fornire il loro aiuto interessato, perfino ai talebani.

L’impasse degli Stati Uniti e delle organizzazioni internazionali si fa sentire anche sul piano della difesa dei diritti umani. La mancanza o il ritardo di un intervento a sostegno delle popolazioni di fronte ai toni falsamente pacifici di chi ne minaccia la sicurezza si sono rivelati disastrosi: si tratta di un errore che dopo Srebrenica diventa imperdonabile.

Attualmente gli “studenti coranici” non hanno mostrato il loro volto peggiore, ma le notizie e le immagini che giungono da Kabul cominciano ad essere preoccupanti soprattutto se si considera che ci sono delle potenze “democratiche” che non si oppongono e che anzi appoggerebbero un governo talebano.

La domestic Tranquility si sta rivelando poco adattiva in un contesto di globalizzazione.

L’aver riportato i soldati americani a casa con un vasto consenso popolare rischia di porre in secondo piano un interrogativo fondamentale: per chi e per cosa hanno combattuto questi soldati? Per la tranquillità interna degli Stati Uniti, contro il terrorismo? O per aiutare donne e uomini afghani contro la minaccia talebana?

 

TAG: afghanistan
CAT: America, diritti umani

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