Alla Casa Bianca cambia la musica! Ecco la playlist di The Donald

26 Novembre 2016

Alla Casa Bianca si cambia musica e anche noi proviamo a dire la nostra, raccontando alcuni momenti “contro” del pop a stelle e strisce. E’ importante non prendere la cosa troppo sul serio e ricordarsi che giocando s’impara. Tiriamoci le coperte fin sopra la testa, infiliamo gli auricolari e pigiamo il play. Male che vada, non sentiremo la bomba.

Hail to the Chief

Questa è la marcia, che viene generalmente suonata dalle bande militari per introdurre il Presidente durante le apparizioni in pubblico. ”Hail To the Chief we have chosen for the nation…”. È la più grande Democrazia del mondo, baby!

Frank Zappa/The Mothers Of Inventions – America Drinks and Goes Home

Un momento carico di ironia verso società di massa e trionfo del capitalismo, dove un jazz cantato e molto lounge si accompagna alla “musique concrete” di registratori di cassa e chiacchiericci all’interno di un grande magazzino. Immaginatevi il Presidente impettito e disinvolto che regala selfie dai denti bianchi e splendenti a chi si presenta con lo scontrino, mentre il compianto Frank Zappa se la ride soddisfatto per aver lasciato il palazzo con largo anticipo.

James Brown – Funky President

Un funky pazzesco del 1974, tra i brani più noti di JB (andatevi a vedere su wikipedia quanti artisti lo hanno campionato e capirete di cosa stiamo parlando) e che faceva riferimento a Gerald Ford, il successore di Nixon, che proprio in quell’anno rassegnò le dimissioni in seguito allo scandalo Watergate. “People people we got to get over, before we go under” (Gente, dobbiamo riprenderci prima di affondare). Ecco.

Stevie Wonder – You Haven’t Done Nothin’ – Altro capolavoro del 1974 firmato dal leggendario Stevie Wonder, che aveva evidentemente alcune cose da rimproverare a Richard Nixon. Decise di farlo con un singolo sparato dritto al numero uno della classifica, grazie a un groove sbalorditivo che sfianca le gambe come le salitelle di Central Park alla fine della maratona. Sono trascorsi quarantadue anni e, al contrario dei presidenti, le cose belle restano.

The Byrds – He Was a Friend of Mine

Nel 1965, sull’onda emotiva dell’assassinio di J.F. Kennedy, i Byrds inserirono nell’album Turn! Turn! Turn! una commovente versione di questo brano della tradizione folk americana, riadattandone testo e melodia. La delicatezza delle armonie vocali e degli inconfondibili arpeggi chitarristici della band guidata da Roger McGuinn si scontrano con una delle pagine più nere della storia americana.

Creedence Clearwater Revival – Fortunate Son

Nel 1969, nel pieno della Guerra del Vietnam, i CCR, all’epoca uno dei gruppi americani più popolari in patria e per questo bistrattati dal movimento hippy, pubblicarono uno dei brani simbolo dell’antimilitarismo, che senza giri di parole descriveva un paese in cui esistevano i figli fortunati, e cioè i rampolli delle classi dominanti che la guerra non la facevano, e i poveracci che venivano mandati al macello. Un capolavoro che John Fogerty scrisse ispirandosi al matrimonio tra il nipote del Presidente Eisenhower e la figlia di Nixon.

Devo – Whip It

Anni ottanta e nuova musica per il Presidente . A farne le spese questa volta è Jimmy Carter che viene bersagliato dai formidabili Devo di Akron, Ohio, che con questo brano dal testo in stile Dale Carnegie (una specie di guru della formazione manageriale) cercano con sottile ironia di stimolare Carter a fare qualcosa per migliorare l’immagine della politica estera americana.

Minutemen – If Reagan Played Disco

1982. “Se Reagan suonasse la disco, non se lo cagherebbe nessuno. Non puoi fare la disco con gli stivali da nazi”. Un brano memorabile, da uno dei gruppi più creativi e mordaci della storia del rock. Brevissimo e nervosissimo, questo pezzo è una stilettata nella pancia di un paese impazzito, che votò un uomo che oggi è tornato, più vecchio e più biondo, ma con gli stessi stivali.

Dead Kennedys – California Über Alles

Basterebbe il nome per farli entrare di diritto nella nostra lista, ma se ci aggiungiamo un pezzo che è diventato la pietra angolare della musica alternativa più oltraggiosa e di sinistra mai prodotta negli states, direi che abbiamo raggiunto il top. La band irride senza mezzi termini l’allora (era il 1979) governatore della California Jerry Brown che, manco a farlo apposta, dal 2011 è tornato alla guida dello stato.

The Disposable Heroes of Hiphoprisy – Television

I Disposable Heroes of Hiphoprisy sono stati insieme ai Public Enemy il gruppo hip hop più militante degli anni novanta e Television può essere senza dubbio considerato il loro manifesto. Una critica durissima nei confronti dell’establishment e in particolare del potere della televisione. Attuali più che mai.

The Clash – I’m So Bored with the U.S.A.

Usciamo un filo dal seminato, perché la band non è americana, ma se c’è un brano che universalmente rappresenta un certo scetticismo nei confronti degli Stati Uniti è proprio questo. Fortemente antimilitarista, ha come obiettivo principale la politica estera degli USA, un argomento che il gruppo inglese affronterà più volte durante la propria carriera.

Jimi Hendrix – The Star-Spangled Banner (Woodstock 1969)

Dopo Jimi, l’inno nazionale lo hanno stravolto in tanti, da Flea dei Red Hot Chili Peppers ai Metallica, ma vogliamo mettere? Questo è l’originale!

Gli americani ao’!

TAG: Dead Kennedys, Devo, Donald Trump, frank zappa, James Brown
CAT: America, Musica

2 Commenti

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  1. evoque 4 anni fa

    Le solite fanfaronate made in USA! Mi riferisco alle parole di Hail to the Chief e la più grande democrazia del mondo (o della Terra?).
    Sì, grande in termini numerici non certo qualitativi. Sto seguendo da diversi giorni su internet i vari interventi di Milo Yiannopoulos – il giovane britannico chiamato alla corte di Trump, pare con eccellenti risultati, per supportare la campagna elettorale del riccone. Milo è bravissimo, geniale, con un ampio vocabolario, una dialettica fuori dall’ordinario e uno splendido British accent, con un difetto però nell’America statunitense: è politicamente scorretto, scorrettissimo. Ma proprio questa sua scorrettezza, portata a livelli estremi, ha conquistato moltissimi americani, letteralmente innamorati di lui. Basta leggere i commenti, basta osservare le folle che nelle università, regno del politically correct, lo hanno accolto (mentre la Hillary è dovuta in diversi casi ricorrere al photoshop per moltiplicare i propri spettatori). Ecco, ascoltando questo inglese sarcastico, estremamente intelligente, e leggendo i commenti dell’americano medio o seguendo le interviste che lo rincorrono ovunque, si ha la dimensione di quale cappa di conformismo opprima gli USA. Altro che “la più grande democrazia”.

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  2. paolo-verri 4 anni fa

    Bravissimo.

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