Il modello cubano tra contraddizioni e prospettive di riforma

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22 Agosto 2018

Ovvero quel (poco) che ho imparato dopo due settimane sull’isola e in piena consultazione popolare sul progetto di riforma costituzionale 


Il 13 agosto, mentre in Italia ci si apprestava a festeggiare il ferragosto, a poco meno di 9000 chilometri di distanza, sull’isola di Cuba, il regime socialista da poco uscito dalla decennale era Castro ha iniziato la fase conclusiva dell’iter di revisione della propria Costituzione. Nonostante i giornali occidentali descrivano questa riforma come il primo passo per la fine del socialismo, parlando di scomparsa della parola “comunismo” e di legittimazione e protezione della proprietà privata, come spesso accade a chi scrive e parla di cose che non conosce, tali ricostruzioni rappresentano soltanto un errore interpretativo.
Questo progetto di revisione costituzionale, se non altro per quanto riguarda la parte relativa ai fondamenti economici dello Stato, della cui sola analisi questo articolo intende occuparsi, non è infatti da intendersi negli epocali termini di un cedimento del Governo cubano rispetto ai dettami del libero mercato e della competizione globale, come in effetti parrebbe la stampa occidentale voglia suggerire; quanto piuttosto – come si vedrà – alla stregua di una “semplice” legittimazione formale e costituzionale di pratiche economiche già ampiamente collaudate e presenti nella società e nel tessuto produttivo dell’isola. Come spesso e volentieri accade in questi casi: è la prassi e la necessità economica a precedere le norme e a guidarne la stesura.

In particolare, la riforma costituzionale, il cui iter di approvazione è destinato a concludersi il 15 novembre di quest’anno, si prefigge l’obiettivo centrale di costruire una coesistenza tra il ruolo del mercato particular – privato – come paradigma di scambio necessario per la creazione di valore dalla produzione e circolazione delle merci, e quello economico dello Stato, cui è ancora affidata la proprietà collettiva dei principali mezzi di produzione, ovvero quelli relativi alle (poche) industrie dell’isola e a parte della terra coltivabile. Il riconoscimento del ruolo del mercato è dunque il risultato di quelle modifiche costituzionali che, dalla protezione della piccola proprietà privata, alla liberalizzazione degli investimenti esteri, di fatto si configurano come le basi per la genesi di un sistema di mercato misto, dove in diversi settori si trovino a compartecipare mercati statali e mercati privati. Ma lo Stato non può permettersi di “limitarsi” a questo. Il rischio sarebbe quello di creare un paese con due diverse economie; rischio che, evidentemente connesso con il sorgere di disuguaglianze economiche, è per altro accentuato dalla presenza sull’isola del doppio sistema monetario.

Ma se è vero che dalla tutela costituzionale della proprietà privata e dalle altre modifiche (qui il Granma in inglese e una spiegazione abbastanza dettagliata) dovrà per forza passare un ridimensionamento del ruolo dello Stato nell’economia, è altrettanto vero che tali cambiamenti non siano assolutamente casuali né tantomeno improvvisi. È infatti apartire dagli anni ’90 e dai primi 2000 che l’economia cubana ha vissuto una fase di grandi liberalizzazioni, le quali, coinvolgendo principalmente il settore turistico, hanno aperto alla possibilità di detenere attività private, aprire ristoranti, fare da tassista, aprire caffetterie e piccoli negozi. Queste attività, sulle quali pure è posto un limite (non è ad oggi possibile per esempio possedere più di un’attività propria a testa), di fatto rappresentano già quel settore privato cui la riforma costituzionale intende garantire legittimità formale. Il processo di liberalizzazione che ha di fatto “legalizzato” più di 700 professioni, pone storicamente le sue basi a partire dall’inizio del cosiddetto periodo especial, quando, in seguito al crollo del muro di Berlino e alla caduta del blocco sovietico, l’economia cubana si è trovata costretta a fare a meno delle migliaia di dollari di finanziamenti che l’Unione Sovietica inviava al Governo in cambio di tonnellate di zucchero, la principale attività produttiva dell’isola. Costretto a fare a meno di quel denaro, e obbligato a fare i conti con il blocco economico a cui la più grande e sviluppata fra le economie vicine, quella statunitense, aveva costretto Cuba, e con la caduta del prezzo mondiale dello zucchero, Fidel Castro intuì il carattere di imprescindibilità del settore turistico per lo sviluppo dell’isola. Da allora, e con le misure di Raul in misura ancora maggiore, le politiche economiche del Governo sono da intendersi come quasi esclusivamente finalizzate allo sviluppo di tale settore. E se queste politiche sono iniziate con l’inaugurazione da parte di Fidel di diversi resort di lusso a Varadero di proprietà statale, il risultato a cui oggi si assiste è quello di un turismo nelle quasi esclusive mani del settore privato. Con tutte le conseguenze che questo comporta. Nonostante ad oggi secondo i più recenti (2017) dati disponibili sul sito dell’Oficina Nacional de Estatistíca e Información, l’istituto nazionale di statistica, siano soltanto il 6,28% i cubani impiegati nel settore degli Hotel o della ristorazione, ovvero il settore più prettamente turistico (comunque poco meno del 9,17% di lavoratori impiegati nel settore industriale, con solo l’1,04% di lavoratori impiegati nell’industria dello zucchero); è facile rendersi conto di come questi dati non rispecchiano la realtà. In seguito alla liberalizzazione infatti tutti – o quasi tutti – i cubani si sono trovati quasi costretti ad avere a che fare con il turismo. Medici, infermieri, ingegneri, biologi che, nelle spesso lunghe e decennali pause dal proprio lavoro statale, si improvvisano guide turistiche, tassisti, o, più semplicemente, si mettono a vendere magliette e cappellini di Che Guevara al bordo della strada. E questo perché semplicemente così facendo riescono a guadagnare molto di più di quanto non riuscirebbero a fare svolgendo il lavoro per il quale hanno studiato. Basti pensare che il salario medio mensile di un impiegato statale, circa 12 CUC, poco più di una decina di Euro, equivale al valore di un souvenir, al prezzo di una corsa in taxi di pochi minuti, al prezzo di un piatto di carne in un ristorante. Tutti beni o servizi acquistabili quotidianamente e in gran quantità dai milioni di turisti che popolano l’isola tutti i giorni. Mettersi in proprio e lavorare nel turismo è oggi il sogno di tutti quei cubani che non vogliono lasciare l’isola. Il risultato è quello di una società rovesciata, in cui tassisti e ristoratori guadagnano (molto) più di medici e ingegneri e in cui ormai per nessuno vale più la pena di fare il lavoro che si sognava da bambini, quando la Rivoluzione aveva appena trionfato, permettendo a tutti di frequentare l’università e inseguire le proprie inclinazioni. La distorsione degli incentivi economici causata dall’esplosione di questo settore, così sfacciatamente contrapposto alla stagnazione di un’economia inefficiente e prevalentemente agricola, è però da intendersi non solo come fattore propulsivo per la genesi di disuguaglianze economiche la cui presenza era, fino a pochi anni fa, quanto mai inimmaginabile per l’economica cubana, ma anche nei termini di un più generale fallimento di un modello, quello cubano, inequivocabilmente fondato sull’idea marxista, per altro ribadita anche in Costituzione (vedi Cost. Cubana articolo 14), di dare “a ciascuno secondo i propri bisogni”.

Quale ruolo per lo Stato? Quale ruolo per le cooperative?

Ecco dunque come la riforma costituzionale, ampiamente discussa e analizzata dalla stampa cubana e occidentale, ponga gli interessati di fronte a tematiche di ben più larga rilevanza. Tematiche relative al rapporto dicotomico esistente tra Stato e mercato, la cui analisi dovrà essere orientata al tentativo di coglierne le diverse sfaccettature, di comprenderne le contraddizioni e, soprattutto, di trarre considerazioni che possano rivelarsi utili non solo per sviluppare un’interpretazione libera e realistica della lezione e dell’esperienza cubana, ma anche per lo sviluppo un dibattito sul difficile tema del ruolo da affidare ai nostri governi, soggiogati come sono dalle forze del mercato e incapaci di indicarne una direzione “prospera e sostenibile”.
Il nuovo ruolo dello Stato per l’economia Cubana, necessario per evitare il perpetuarsi di situazioni come quelle di cui sopra, sarà dunque quello duplice di soggetto regolatore e di soggetto imprenditore. Se da una parte infatti a questo appartengono ed apparterranno ancora i diritti di proprietà sui principali mezzi di produzione, configurandone un ruolo per l’appunto attivo all’interno di mercati da esso stesso controllati, dall’altra sarà necessaria l’assunzione di prerogative di pianificazione e controllo anche del settore privato. L’assoluta urgenza è quella di colmare le disparità ad oggi esistenti tra i pochi lavoratori del settore privato e quelli del settore pubblico, redistribuendo la ricchezza proveniente dallo scambio di mercato all’interno dell’economia e limitando e arrestando quei processi di accumulazione capitalistica che, seppure ad oggi in fase evidentemente embrionale, potrebbero alla lunga favorire la nascita di una classe medio-borghese. La costruzione di un sistema di norme e di regole capaci di evitare che alla liberalizzazione della proprietà privata si accompagni necessariamente la comparsa di forme di sfruttamento dell’uomo e del lavoro, rischi tutt’altro che remoti per quanto è possibile intuire anche da queste semplici righe, è l’unica via di uscita per un regime socialista come quello cubano che desideri sopravvivere agli sconvolgimenti in atto senza abdicare alla propria funzione storica e senza rinunciare allo sfruttamento del mercato come piattaforma di scambio in grado di generare valore. Da qui la direzione che il modello cubano è destinato ad adottare: la coesistenza dello Stato, come soggetto pianificatore in grado di definire e orientare lo sviluppo delle forze dell’economia verso obiettivi di benessere sociale e di uguaglianza, e del mercato, come fonte di generazione del valore aggiunto a partire dalla circolazione delle merci. E se i presupposti di tale esito si configurano dunque nei termini del quadro istituzionale che la società cubana si appresta ad assumere con l’adozione della nuova Costituzione, tali cambiamenti non sono di certo sufficienti. L’adozione di quei nuovi sistemi di regole per l’attività economica privata le cui caratteristiche saranno necessarie per il superamento delle disuguaglianze dovranno accompagnare quanto l’emergere di un nuovo e fiorente mercato privato in cui i cubani possano reperire quei beni di prima necessità che oggi faticano a trovare sul mercato statale, quanto la comparsa di forme di proprietà ibride, capaci di risparmiare all’economia la perdita di efficienza che evidentemente accompagnerebbe l’introduzione di tali sistemi di regolamentazione. Nonostante appaia ovvio come la regolamentazione dei mercati, da intendersi nei termini sia di regolamentazioni di prezzo quanto di pianificazione fisica e materiale, sia oggi un’esigenza imprescindibile per le prospettive di sintesi tra questi e i mercati statali, d’altro canto non è possibile dimenticare la distorsione degli incentivi economici che in tal senso si verrebbe a determinare su tali mercati. Il rischio è quello di annullarne, o limitarne fortemente, la spinta propulsiva per l’economia. Ecco dunque che il tentativo di trovare il “giusto” livello di regolamentazione, capace allo stesso tempo di garantire risultati soddisfacenti in termini di efficienza del sistema e in termini di social goals, potrebbe essere coadiuvato dall’emergere di una nuova forma di proprietà, quella cooperativa. Ecco dunque che proprio dall’espandersi del movimento cooperativo, da intendersi come paradigma alternativo e in un certo senso intermedio tra le due dimensioni classiche della proprietà statale e privata, potrebbe scaturire una nuova prospettiva di trasformazione dell’economia socialista cubana. Nell’idea di proprietà collettiva dei mezzi di produzione nasce infatti la possibilità di conciliare la creazione di valore dal lavoro con l’equa ripartizione dei profitti da questo risultanti. Ed è proprio nella prospettiva di conciliazione hegeliana di questi due soggetti che quello della proprietà cooperativa e collettiva si configura come un ruolo essenziale. I luoghi di lavoro auto-organizzati infatti potrebbero non solo accompagnare (o addirittura sostituire) l’impresa privata nel suo ruolo all’interno di quel processo di efficientamento della produzione di cui tanto ha bisogno l’economia cubana, ma anche coadiuvare lo Stato nella sua funzione di redistribuzione della ricchezza prodotta dal mercato. Se ad oggi infatti le cooperative sono principalmente agricole o manifatturiere, ecco che l’estensione dell’utilizzo di questa forma di proprietà anche ai settori più strategici del tessuto produttivo – si pensi per esempio al turismo – potrebbe essere in grado di conciliarne la spinta efficientistica con la vocazione egualitaria del regime.
Nella prospettiva di riconversione di una produzione ad oggi sostanzialmente ferma e sotto-utilizzata e nella consapevolezza di come la forma di impresa decentrata e indipendente sia a tal scopo fondamentale e imprescindibile, quello che occorre tenere presente, e su cui anche la riforma si concentra, è il modo in cui il movimento cooperativo possa rappresentare all’interno di un quadro di questo tipo un fattore non solo utile alla persecuzione di tali scopi, ma anche capace di risparmiare a uno Stato lontano e pesante il compito di regolamentare un sistema economico che ne risulterebbe evidentemente distorto.

 

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CAT: America, Scienze sociali

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