Bon Voyage – 03

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25 maggio 2019

Cara FB
voglio confessarti qualcosa che tanti non confesserebbero nemmeno sotto tortura: adoro la Svizzera. Tra tutti i luoghi del mondo, se solo me lo potessi permettere, è lì che me ne andrei a svernare, a passare l’ultima stagione e a chiudere i conti con l’esistenza facendo ritorno al luogo da cui i miei avi vennero cacciati (“Addio Lugano Bella, gli anarchici van via…”).
Credo che la storia dell’orologio a cucù, cui Orson Welles diede dignità di battuta sia, oltre che una banalità, una sciocchezza.
Bastano due soli nomi per sbaragliare la concorrenza.
Paul Klee e Robert Walser.
Ma, a parte il ruolo di deposito corazzato per i quattrini, la Svizzera appare inattuale, demodé, non sufficientemente nervosa.
La sua croce invece è per me terapeutica: come intravedere una farmacia mentre sei in preda a un attacco di dissenteria.
Non chiederei di più alla vita che sfilare in costume da borgomastro per le vie di Bellinzona assieme alla mucca fedele che fa dolcemente tintinnare il campanaccio.
Perfino gli architetti, in Svizzera, conservavano un tempo aspetto pastorale e, come il nonno di Heidi, sapevano tenere con discrezione il loro ruolo narrativo.
Tutto questo, oggi, è perduto.
Ve n’era uno, pensa, che si chiamava Mario Botta e, al tempo del vino e delle rose, scriveva: “La forma rotonda risponde molto bene alle contraddizioni insediative di oggi, assumendo la sua autonomia piuttosto che cercare di contestualizzarsi. E’ una forma ancora tutta da esplorare, senza né demonizzarla né mitizzarla”.
Gli svizzeri sono puntuali, accorti, previdenti perciò credo che il suo fu un nome d’arte scelto con oculato magistero fra gli altri disponibili (in tre lingue) al fine di rivendicare una fiera ed irriducibile rotondità.
Se, per ipotesi, avesse scelto di chiamarsi “Vacchini” pensi che avrebbe potuto osare, con questo nome puntuto, proclamarsi rotondo?
O se si fosse fregiato del sulfureo appellativo di “Galfetti”?
O, peggio ancora, si fosse designato in quanto “Snozzi”? Credi veramente che con un tal nome intriso di così luciferino diniego avrebbe potuto declamare con quella circolarità da sole nascente la rotonda rotondità di quei bei tempi?
Ma ormai anche lì si praticano randellate come “De Meuron”, “Zumthor”, “Herzog”, nomi da eroi della Marvel.
Botta invece…oh, Botta era tondo.
E fu assolutamente consequenziale che subito, in rappresentanza degli architetti papalliani, egli si mettesse a preconizzare per ogni dove la conclusiva figura geometrica che lo definiva.
Oggi egli non rotola più allegramente sulla scena.
Giace, mesto, tra i cimeli scaligeri come la mela di cartapesta addentata per sbaglio dal tenore Tamagno durante un’acclamata rappresentazione del Guglielmo Tell.
Gli anoressici han preso il suo posto e sfilano in passerella ancheggiando ossutamente tra gli applausi.
Né mai avrei pensato, mia cara, che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei avuto nostalgia di lui…ma lo vedi com’è la vita?
Abbracci circonvolutivi
ur

TAG: Cultura, Herzog and De Meuron, Mario Botta, Paul Klee, Robert Walser, svizzera
CAT: Architettura e urbanistica, Letteratura

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