Bon voyage – 4

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6 giugno 2019

Cara F.B.
dopo i vigneti di Lavoux e prima del castello di Chillon, ligia all’itinerario turistico canonico per la visita al lago Lemano, mi auguro che tu riesca a dedicare un ritaglio di tempo alla casetta dei genitori di Le Corbusier a Vevey. Quel rettangolo di 16X4 non è una meta turistica prescritta e, per quanto ne so, neppure consigliata. La ragione per cui ne vale la pena è il contrario di ciò che la potrebbe rendere altamente appetibile al turista che può passarci davanti senza accorgersi che esista. Il che in qualche modo la protegge. Se infatti se ne accorgesse le cose volgerebbero al peggio. In relazione al suo temperamento, farebbe del sarcasmo o s’incazzerebbe come una iena per il tempo che avrebbe potuto dedicare ai macarons aux amandes, alla degustazione dei vini del Vaud oppure alle acque di Evian, dall’altra parte del lago. Da allora, immagino, comincerebbero a girargli i coglioni (qualora non gli girassero già da prima…) alla vista degli architetti. Giustamente, del resto. Gli architetti se lo meritano. Questa casa è scandalosamente “non-bella”. Può darsi che nessun architetto al mondo lo ammetterebbe ma qui, tanto, c’è un fuoricasta che, già ostracizzato per tempo, non rischia più ostracismi. Nessuna botta di bella vita architettonica, nessun ammiccamento al fotografo, nessuna piroetta da jongleur, niente di niente. Le sette bellezze costeggiano la petite maison tenendosi schifiltosamente a distanza, dall’altra parte del marciapiede. Ma tu dimmi: ti sei mai innamorata perdutamente di qualcuno che non fosse bello? No? Se è così non ti invidio. Perché è in perdita che ci si innamora. Per ragioni imperscrutabili. Sì, le belle, le eleganti…chi dice di no… però quando, alla fine, c’è da fare i conti può succedere (e succede spesso) che la storia più importante risulti quella con chi non era bella né elegante.
Tutto, in questa piccola dimora, racconta l’esistenza quotidiana. Nulla lascia intravedere quell’intenzionale, stucchevole, ottusa ricerca dell’”ELEGANTE” e peggio ancora del “BELLO”, che rende seccanti e insopportabilmente smancerose la maggior parte delle case “firmate”. Vi si fa esattamente il contrario di ciò che, sgomitando come al buffet del vernissage, fanno di solito gli architetti: è la parola home ad esservi declinata non la parola house a venire declamata. Per questo la petite maison commuove come nessun’altra grande “casa” sa fare.
Tu vai a farle visita, se puoi, quando il sole tramonta (lo fa dalla parte di Losanna, e sorge da quella di Montreux, dove una lieve, tenerissima, aletta della copertura saluta l’alba e l’accoglie dentro casa…): capirai ciò che nasconde e custodisce. E’ un dono che Corbu ci farà ancora una volta da vecchio, nel suo eremo di tredici metri quadrati a Cap-Martin, in prossimità del mare, dove andrà a morire da solo: l’architettura come testimonianza, fragile e struggente, del breve passaggio dell’uomo sulla terra.
Saluti lacustri
ur

TAG: architettura, Cultura, Le Corbusier, svizzera, Viaggi
CAT: Architettura e urbanistica, Letteratura

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