Transatlanticismo- L’Arte sui Social e il Mare

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9 gennaio 2019

Come ogni persona tra i dodici e i settantacinque anni, anche a me capita di passare buona parte del tempo sui social, sopratutto di notte quando i litri di caffè e tè cominciano a farsi sentire. Da qualche giorno sono comparsi sulle mie storie Instagram questi post raffiguranti opere d’arte con l’hashtag #piùartesuisocial. Personalmente penso che si tratti di un’ottima idea e che dovremmo riconsiderare, tutti, il modo in cui ci approcciamo ai social. Ma non è questo quello di cui voglio parlare. Quello di cui voglio parlare è una sorta di piccola crociata personale per diffondere uno degli artisti per me più intensi di sempre e che, non so bene perchè, non è molto conosciuto in Italia e nel mondo, o se lo è resta appannaggio di pochi professionisti: Peder Severin Krøyer.

Il mio incontro con lui fu puramente casuale: tre anni fa, durante il quarto anno di liceo, il nostro professore di arte decise di affidarci come compito quello di redigere un testo o una presentazione su temi specifici inerenti l’arte nel suo percorso storico. L’intento era quello di farci prendere mano con le fonti da cui uno storico dell’arte o un qualsiasi ricercatore attinge. Ma, almeno per me, fu un’ottima scusa per gettarmi su enciclopedie gigantesche senza provare il senso di colpa per aver messo in pausa la mia vita vera. Krøyer era poco più avanti degli impressionisti, nascosto in un capitolo sull’arte ottocentesca del Nord Europa.

Non essendo uno specialista del settore, non posso utilizzare termini astrusi come quelli che ognuno di noi ha sentito almeno una volta se non in un’aula almeno in un museo dalla bocca di una guida turistica. Non parlerò della pennellata fine o del gioco di chiaro-scuri perchè non ne sono capace. Ma c’è un qualcosa, in Krøyer, che colpisce in modo viscerale fin dall’inizio.

La prima caratteristica sono, ovviamente, i colori: non so quanto possa essere un’esperienza condivisibile, ma mi capita di guardare quadri, sopratutto di artisti mediocri, e di vedere colori spenti e trascinati sulla tela. Con lui invece i colori sembrano essere un’esplosione, come il sole che batte sugli occhi in una mattina di primavera e gli uccelli che sgomenti in cuore per la forza della natura annunciano l’arrivo della bella stagione, per dirla con Lucrezio. Questa è decisamente la prima impressione non appena si assiste a Hip Hip Hurrà, forse uno dei suoi dipinti più celebri. Il soggetto del dipinto sono, secondo alcuni critici, i pittori di Skagen.

Di Peder Severin Krøyer – photo by UFA66, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73258338

Se l’arte non è solamente un agglomerato di opere ma è una sorta di complessa rete che si dipana lungo la nostra memoria e la nostra mente, quando vedo questo quadro non riesco a non pensare a un’idea, semmai imprecisa, che sembra pervenire dagli stati nordici. Non so se la passione smodata per la socialdemocrazia e temi sociali aiuti questo stereotipo più o meno vero, ma quello che trapassa è un senso di unione e di comunità sia tra le persone sia con la natura, una sorta di Panteismo Spinoziano interiorizzato, che ci porta in territori simili al fiabesco. Questo è anche quello che trapassa, ad esempio, da uno dei documentari più intensi che ci siano in circolazione: Heima che racconta il tour dei Sigur Ròs.

Allo stesso tempo però questo senso di comunità sembra essere ribaltato di connotazione, da positiva a negativa, in un quadro posteriore a questo. La scena è marittima, un classico di Krøyer che passò gran parte della sua vita a dipingere scene di questo tipo: siamo durante una festa di paese, un fuoco divampa davanti ai suoi concittadini- pittori, donne del posto, illustri membri della comunità locale. La luna si specchia sulla superficie dell’acqua. Sullo sfondo, la sua ex compagna Marie con un altro uomo. Ormai lei e Krøyer hanno chiuso, dopo anni turbolenti.

By Peder Severin Krøyer – Google Cultural Institute and Krøyer – i internationalt lys, ISBN 978-87-90597-16-0, p. 319, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=35246855

Proprio la moglie è un elemento interessante della pittura di Kroyer. Anche lei pittrice, è ritratta in innumerevoli ritratti del marito. I due più interessanti sono sicuramente: Sera d’Estate sulla spiaggia di Skagen- L’artista e sua moglie e il loro autoritratto.

By Peder Severin Krøyer – Den Hirschsprungske Samling, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=254423

Almeno per me questo è uno dei dipinti più densi che esistano. Si tratta sostanzialmente di un dipinto a due livelli, che non sviscererò fino in fondo per non rasentare il verboso: almeno a prima vista la scena ci sembra amena, un attimo di intimità tra marito e moglie, fissando le onde che si infrangono sulla riva, con il vento marittimo che increspa i vestiti. Più in là le barche tornano a riva, il sole tramonta e la sera scende pronta a lasciare ad Alcmane il compito di descrivere il resto. Poi però scendiamo più in profondità: vediamo il cane che fa segno, con un linguaggio strettamente simbolico (com’era quella storia che se un Leone potesse parlare noi comunque non lo capiremmo?) di andare, il braccio di lui che si tiene ancorato a lei, segno o di un pericolo percepito o dell’attaccamento di quando si sta per perdere qualcosa.

Anche in questo caso la mia mente balza da Yellow dei Coldplay alla scena di Her in cui Theodore cammina sulla spiaggia, in un caleidoscopio di rimandi.

Infine ecco il loro autoritratto, dipinto a due mani.

Marie che dipinge Peder e viceversa.

Non so se in futuro la comunità accademica riscoprirà Krøyer, non so se verrà paragonato ai grandi dell’Impressionismo e non so se gli verranno riconosciute certe influenze che percepisco, magari sbagliando, nell’arte e nel cinema a lui posteriore. Penso ad esempio ad alcune parte de Lo Specchio di Andrej Tarkovskij. Giocare al chi c’entra il futuro è qualcosa di stupido. Quello che possiamo fare, per ora, nel nostro piccolo, è apprezzare questi quadri che, almeno per me, sono dei gioielli.

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