La selva di vetro

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7 Aprile 2020

In copertina creazioni di Simone Crestani 

 

 

 

Zuàn un vero bosco non l’aveva visto mai. Era sempre vissuto nell’isola, figlio di una modesta famiglia di artigiani del vetro che lavoravano al servizio dei Brussa. La fornace era il luogo dove Zuàn aveva appreso come gli elementi si potessero fondere per dar luogo al miracolo della creazione di oggetti fantastici, di tutti i colori e le forme del mondo, soffiando dentro la materia incandescente. Il soffio del creatore, il vento primigenio che dava vita agli oggetti attraverso il fuoco.

La bottega del Mastro Brussa era la più famosa di Murano per le decorazioni che produceva. La moda dell’epoca esigeva soggetti naturalistici, fiori, foglie, frutta, bestiole, che sembravano cristallizzati come per un sortilegio compiuto dalle mani dei maghi del vetro. Le opere del padre di Zuàn, Marco, erano tra le più belle della bottega e il mastro era assai soddisfatto del suo artigiano, il capo vetraio.

Zuàn apprese dal padre l’arte del vetro e come lui si specializzò nella riproduzione della natura. Del vetro gli piaceva la trasparenza, la duttilità, ma anche la fragilità. La fragilità per lui significava anche che di un oggetto di vetro, come d’ogni opera d’arte, bisognava avere una cura estrema; in un solo momento poteva frantumarsi e cessare di esistere. Non importava se per disattenzione o per fatalità. Come la vita: adesso c’è ma un attimo dopo non c’è più. Era il mistero della fragilità.

In una vera selva non era mai stato. Ne conosceva, però, i prodotti; la legna degli alberi per alimentare i forni, proveniente dalle selve istriane e dalmate, per esempio. Per Zuàn era uno spettacolo usuale la foresta di alberi delle navi mercantili della Serenissima, allineate sulla Riva degli Schiavoni, che si muovevano agitate dalla brezza marina; e poi quei pochi giardini che nelle piatte isole della laguna spiccavano per la verticalità.

Aveva visto qualche riproduzione di boschi e foreste in stampe e dipinti, alberi bellissimi, di verde scuro, quasi nero, con e senza frutti, e gli sembrava un mondo incantato. I giardini dell’Eden, dove i progenitori giravano ignudi, felici e solitari, erano un soggetto che si vedeva spesso nei luoghi sacri e Zuàn immaginava come dovessero essere nella realtà, con piante maestose e fronzute, altissime, che non facevano passare la luce del sole. Aveva sentito parlare i mercanti di ogni paese delle foreste sconfinate che verdeggiavano sulle isole dalmate, di quelle tenebrose dell’Europa del Nord, di quelle tropicali dell’Asia e dell’Africa, dove vivevano strani animali e dove non c’erano stagioni, e immaginava come dovessero essere straordinarie.

Lui non si era mai mosso dalla laguna. Sempre e solo Murano e Venezia, dove, d’altro canto, sembrava che tutto il mondo convergesse. La quantità di lingue che vi si parlava la faceva apparire come il vero centro del mondo. E poi le più importanti famiglie d’Europa ordinavano a Murano le proprie cristallerie, i lampadari, gli oggetti artistici, perché era lì che i creatori producevano quelle meraviglie di vetro. Capitava spesso che un mercante venisse in bottega per fare le sue ordinazioni, raccomandando poi di imballare bene tutti quegli oggetti perché il viaggio che avrebbero dovuto fare sarebbe stato assai lungo e si sarebbe snodato negli impenetrabili boschi delle Alpi, dove a volte le strade erano impervie e piene di ostacoli; sarebbe bastato un sussulto un po’ più forte del carro per mandare in frantumi quel patrimonio di bellezza.

Zuàn ascoltava sempre con attenzione le loro storie, e chiedeva smanioso ai mercanti come fossero quelle selve. Il mercante le descriveva allora con dettagli, talora arricchiti dalla propria fantasia affabulatoria, le rupi, i villaggi, i guadi, gli alberi, le valli, i laghi, i castelli, che chiamava coi loro vari nomi, e i suoni che si sentivano nell’oscurità delle foreste, come se ci vivessero creature soprannaturali. C’era chi raccontava di come, all’inizio dell’estate, durante le soste per far riposare gli animali in riva ai fiumi, i boschi abbondassero di squisiti frutti selvatici e di come raccoglierli fosse facile, per l’abbondanza. Altri raccontavano del suono del vento che fischiava nelle valli strette, del rumore del fogliame e di come a volte le folate sembrassero recare lamenti umani o voci di spettri. C’era poi chi narrava del verso dei cervi in amore all’imbrunire, nei primi giorni d’autunno. Altri ancora dei banditi che, nascosti nelle selve, di tanto in tanto rapinavano i carichi preziosi.

E Zuàn, avido di sogni, fantasticava e dava un corpo ideale a tutte quelle immagini suggerite dalla loquacità del mercante, desiderando un giorno di poter vedere quegli ambienti così favolosamente descritti. Fu probabilmente in seguito a questi racconti che da un certo punto in poi gli oggetti che il giovane realizzò iniziarono a distinguersi da quelli prodotti dagli altri maestri vetrai. La definizione di ogni creazione di Zuàn, ogni fiore, ogni foglia, ogni minimo dettaglio cominciò a essere più libera, più fantasiosa, più virtuosistica, ispirata da ciò che il ragazzo aveva visto nei dipinti e nelle stampe e integrato da ciò che ascoltava.

Un oggetto creato da Zuàn produsse un giorno lo stupore del padre. Era un uccello policromo, con fili d’oro, una cresta frastagliata e un becco adunco che sembrava quasi sorridere. Il piumaggio era talmente definito che pareva morbido al tatto e faceva scordare la rigidità e la freddezza del materiale. Le varie tinte di quel pappagallo avevano superato i già fantasiosi colori che la natura aveva assegnato a quelle creature, che Zuàn aveva visto solo in riproduzione artistica. L’uccello era raffigurato ad ali spiegate nell’atto di arrivo su un ramo pieno di foglie verdi, anch’esse definite con una precisione e una sottigliezza che colpivano per il realismo. Sembrava che il vento gli scompigliasse il piumaggio.

«Figliolo, da dove hai tratto queste idee e questa sapienza?»

«Non so, padre, mi è venuto tutto così, spontaneamente.» rispose il giovane, quasi imbarazzato per aver osato troppo.

Il padre sorrise con orgoglio e mise il pezzo nella teca per l’esposizione, dove le opere migliori facevano mostra di sé ed erano oggetto di ammirazione per i visitatori che spesso offrivano somme favolose per averne una. Ma quegli oggetti il proprietario non voleva venderli a nessuno. Casomai ne ordinassero in quantità, la fornace Brussa ne avrebbe prodotti quanti ne avessero desiderati.

Mai si era visto un simile splendore.

 

«Chi lo gà fato?» chiese il mastro Brussa l’indomani, vedendolo per la prima volta.

«Mio figlio Zuàn, mastro Brussa.»

Brussa non finiva di osservarne i particolari, così perfetti e verosimili. Non aveva mai visto un oggetto bello e rifinito come quello né nella sua fornace né altrove. Fu come se un lampo gli illuminasse lo sguardo.

«Digli che favorisca di venir qui, Marco, ho da parlargli.»

Zuàn fu chiamato mentre stava rifinendo un altro capolavoro, una nave colle vele gonfiate dal vento. Sembrava che il vento soffiasse davvero.

«Zuàn, te vole el paron.» disse Marco mettendo una mano sulla spalla del figlio. «Il tuo pappagallo l’ha incuriosito.» E gli sorrise.

Il giovane si avviò verso la stanza del mastro Brussa.

«Comandi, sior paron»

«È vero che tu hai fatto quel pappagallo così bello? Dove lo hai imparato? Nessuno mai è riuscito a fare una cosa così.»

Zuàn arrossì. Non aveva mai ricevuto un tale complimento dal paron che accennò un piccolo sorriso di tenerezza vedendolo arrossire.

«Vien qui. Ti faccio vedere queste stampe.»

E il padrone mostrò a Zuàn delle incisioni che raffiguravano delle scene silvestri, arcadiche, illustrazioni dai poemi cavallereschi di Tasso e Ariosto. In un’altra, recentissima, era una “Veduta del Monte Libano e delle sue Piante di Cedri. Il chiarore delle foglie degli Alberi significa Neve che loro sia caduta sopra”; i cedri, piumosi, candidi, coi loro rami orizzontali riempivano il centro dell’immagine, mentre a sinistra un filare di cipressi limitava la stampa, pastori e viandanti sostavano sotto le loro chiome. E poi incisioni della campagna romana con alberi contorti isolati e in gruppo, tra rocce scoscese, una più bella dell’altra dai cui dettagli il ragazzo si mostrò completamente rapito.

Il mastro Brussa notava quanto avidamente il ragazzo osservasse quelle belle immagini e come seguisse col dito il percorso dei rami sulla carta, come se ne stesse assorbendo i contorni solamente appoggiandovi sopra le mani.

«Vorrei che mi facessi una selva di vetro. Solo tu puoi esserne capace, dopo il pappagallo che hai fatto.» disse rompendo il silenzio carico di emozioni.

Zuàn si emozionò. Mai nessuno aveva dato particolare importanza a ciò che lui faceva e un incarico così l’inorgoglì e fece diventare purpuree le gote già rosse del giovane.

«Siete certo, paron? Non ho mai fatto nulla del genere e…»

«Vuoi farlo o no?»

Zuàn pensò rapidamente come non aveva mai fatto. Si sentì come se in quel momento Carlomagno lo stesse investendo Paladino di Francia.

«Sì.»

«Bene, mettiti subito al lavoro.»

Zuàn tornò al suo posto di lavoro e parlò col padre. Il padre fu fiero del figlio e gli disse:

«Se il paron ti ha detto così vuol dire che ha in testa delle cose per te.»

«Non so da dove cominciare» disse il ragazzo «Non ho mai visto un bosco dal vero.»

«Non avevi visto neanche un pappagallo dal vero eppure hai fatto il più bel pappagallo che si sia mai visto qui; e le foglie del ramo su cui poggia sembrano vive.»

Zuàn rifletté. In fondo era vero. Incominciò subito a pensare come organizzare quel bosco. Le idee in quel momento si sovrapponevano e già immaginava come mettere tante piante insieme senza sapere se vivessero tutte nello stesso posto; in fondo lui non sapeva se le palme o gli abeti potessero convivere e, nella sua fantasia ormai sbrigliata, tutto si accumulava in un giardino ideale visto solamente nelle opere d’arte.

La prima cosa da fare era fornire un ambiente dove mettere tutte le piante. Gli venne in mente un presepe in stile napoletano fatto tutto di vetro che un nobile veneziano aveva commissionato alla fornace come regalo di benvenuto alla giovane moglie che veniva da Napoli. Zuàn aveva fatto alcune statuine e le piante, anche se allora non aveva ancora sviluppato la tecnica che lo aveva condotto al pappagallo delle meraviglie.

Incominciò da un disegno generale dell’opera che stava progressivamente prendendo forma nella sua mente. Organizzò quindi un ripiano su cui poter incastonare gli alberi che avrebbe realizzato, cominciando dalle rocce a cui sarebbero state applicate le piante.

Ma quali alberi mettere? Avrebbe voluto vederli dal vivo tutti insieme, almeno una volta nella vita, e non sapeva come fare. I boschetti che esistevano sulle isole della laguna erano ben poca cosa rispetto alle favolose foreste che popolavano le storie ascoltate dai viaggiatori che avevano acceso la sua immaginazione. Certo, le stampe che il paron gli aveva mostrato erano state particolarmente appassionanti; quelle immagini erano ancora vivide nella sua memoria e, soprattutto, nelle sue mani: se le sentiva crescere, quelle piante, coi loro tronchi, i rami, le foglie, sotto le dita, come se la materia ne scaturisse direttamente senza alcun ostacolo.

Me li inventerò, ha ragione mio padre, decise.

Cominciò quel giorno stesso a comporre la selva di vetro. Pensò di farla tutta trasparente, senza alcun colore. L’immaginò come una foresta di ghiaccio, cristallizzata nella fantasia, un luogo senza tempo e senza alcuna connotazione geografica, un luogo ideale dove rifugiarsi coi propri pensieri, immaginando sé stesso come un giardiniere di vetro che ne facesse parte. Solo i fiori e i frutti avrebbero avuto il loro colore. Giorno dopo giorno quegli alberi, quei cespugli, quelle chiome, tutti fantastici, riempirono gradatamente lo spazio angusto di pochi piedi quadrati dove Zuàn aveva pensato di collocarli, miniaturizzando ogni cosa fin nei minimi dettagli.

Le palme, d’ogni tipo e foggia, erano gli alberi che maggiormente stimolavano la sua immaginazione, anche se non aveva idea che frutti potessero produrre. Così appose delle arance a grappolo accanto alle foglie pennate, di fattura talmente sottile da apparire come piume impalpabili. Nessuno era mai riuscito a tanto.

Le araucarie, stranissimi alberi che aveva visto in alcuni schizzi portati da un mercante che commerciava col Brasile, gli vennero particolarmente bene, come se fossero dei piccoli candelabri ma assai più sottili e dettagliati, così come i pecci, i cedri e le querce.

I cedri del Libano gli piacevano tanto. Quella stampa lo aveva particolarmente colpito. Quei rami orizzontali ed estesi, così insoliti, che sembravano vincere quello slancio verso il cielo preferito da altri alberi, erano come braccia che volessero cingere il mondo in un morbido amplesso. E pensando a questo li realizzò.

I cipressi erano perfetti, alti, slanciati, evocativi. Zuàn era pure riuscito a creare cippi con busti, grotte nella roccia, alberi contorti che ricordava aver visto su dipinti e lacche portati dalle Indie Orientali da quegli avventurosi mercanti e venduti agli aristocratici e ricchi borghesi d’Europa, che si andavano costruendo un gusto per le cineserie.

Un altero cervo in miniatura si ergeva su una rupe di cristallo, sentinella muta e scintillante di quel paesaggio favoloso. Le estese corna sembravano i rami d’un albero innestato sul corpo perfetto dell’animale, riprendendo quasi le creazioni sottostanti e proiettandole ancora più in alto. Sembrava solo che mancasse il soffio vitale e poi quella bestiola di vetro sarebbe stata reale. Fu l’ultima cosa che aggiunse.

Zuàn contemplò l’opera compiuta. Poi chiuse gli occhi e immaginò di essere una creatura del suo bosco, sotto quelle piante fantastiche, quasi sentì la corrente del vento insinuarsi tra le foglie di vetro. In quell’istante un raggio di sole dell’infuocato tramonto lagunare, che il finestrone della fornace incorniciava così bene, passò attraverso la testa del cervo e poi sul resto, illuminando d’iride quella meraviglia e sembrando darle movimento e vitalità.

Creazioni di Simone Crestani

«Bravo Zuàn, disse il paron a lavoro ultimato. Il re di Spagna sarà soddisfatto della tua opera.»

Il re di Spagna! Il giovane non avrebbe mai immaginato che la sua opera fosse destinata a un’altezza reale e ne fu lusingato. Pensò che avrebbe iniziato a realizzare una nuova selva di vetro tutta per sé nei giorni successivi, l’avrebbe fatta ancora più bella, più ricca, più piena di dettagli, che in quel cervello frullavano senza riposo.

La nave che avrebbe trasportato l’opera montata e imballata con tutte le cure possibili sarebbe partita da Venezia tre giorni dopo, ricolma di meraviglie di cristallo della bottega di mastro Brussa e di altre fornaci.

Il giorno dopo la partenza del carico, Zuàn si ammalò di un’aggressiva e misteriosa febbre polmonare che si era diffusa in città, portata probabilmente dall’Oriente da qualche bastimento, e morì dopo due giorni di tosse devastante. Non fece in tempo a iniziare la sua selva di vetro. Il morbo indifferente si diffuse a poco a poco nella Repubblica della Serenissima e dopo in tutto il continente, decimando la popolazione. Le botteghe chiusero, avendo anche perduto buona parte degli artigiani, e le commissioni cessarono per un lungo periodo. Ai sopravvissuti che si aggiravano per le calli deserte della superba Venezia parve che tutta quella bellezza avesse raggiunto il termine.

Lo stesso giorno della morte di Zuàn il carico di gioie di cristalli andò a fondo col naviglio a causa di una tempesta mai vista, appena superato il canale d’Otranto. L’irripetibile selva di vetro in miniatura mai realizzata prima e l’unico artista in grado di farla, coi suoi segreti, avevano cessato insieme di esistere. Non ve ne furono più.

 

© Massimo Crispi gennaio 2020

TAG: arte, Brussa, letteratura, Murano, venezia, vetro
CAT: Arte, Letteratura

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