Labyrinthos con sorpresa

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7 Aprile 2022

Parlare delle proprie opere non è mai facile perché, avendole viste nascere, o, meglio, avendo contribuito attivamente alla loro genesi, si è affezionati a esse come se fossero delle figlie di cui preservare la virtù fino a quando non troveranno il degno editore che le sposerà e le renderà ricche, magari con un’adeguata prolificazione di altre opere, con uguale amore generate dal medesimo padre. Comunque, ho deciso che ve ne parlerò. Certo, un editore che sposa tutte le mie figlie ha il sapore dell’harèm, ma ormai nessuno si scandalizza più di queste promiscuità. E poi, a ogni modo, sono ormai mature. Sono fiero delle mie figlie. Sono formose, anche un po’ cattivelle, a volte, ma sanno farsi strada. E hanno un certo fascino, le ragazze. Sono riconosciute come démodé, ma è il loro stile. D’altro canto mi sembra giusto lasciarle esprimere come meglio credono, sono un genitore di ampi orizzonti. Ed eccole lì, pronte a sedurre coloro che le incontrano. Sì, lo so, posso sembrare un mercante di schiave, ti do questa, guarda che occhi, e quell’altra, guarda che fianchi. Ma le mie figlie, tutto si può dire di loro, sono attraenti.

E ve ne parlerò perché, in qualche modo, l’inizio di tutto è avvenuto su questo giornale e dopo una bizzarra scommessa con un’amica, un’assidua lettrice dei miei articoli. Si parlava di tanta musica inutile – lei è stata una grande cantante e anch’io sono stato un cantante, sebbene meno grande di lei, e ho anche eseguito diversa musica omeopatica – e di come sarebbe stata adeguata oggi una musica silenziosa in questo superfluo e invasivo fracasso di banalità. E immaginavamo entrambi come si potesse scrivere sul pentagramma codesta musica muta. Lei immaginò, con grande ironia simbolica, un trillo su una pausa di semibreve: un abbellimento sul silenzio. Per di più col punto coronato, ossia prolungato all’infinito, scatenando la mia ilarità. Il silenzio come paradigma. E mi disse, sfidandomi: «Scrivi qualcosa sulla musica muta, se sei capace!»

Non c’è niente che mi attragga più delle sfide. Passai il resto della notte a scrivere un racconto, che poi pubblicai sugli Stati Generali: Il trillo muto. Fu molto divertente e lei ci rimase di sale. In questo racconto prendevo spunto da una nota fiaba spagnola, molto antica, tratta da El Conde Lucanor, del secolo XIV, trasfigurata da Andersen ne “I vestiti nuovi dell’Imperatore”. Solo che al posto dei vestiti che non si vedevano io misi, trasfigurando ulteriormente la fiaba, una musica che non si sentiva, proposta da un misterioso gruppo dell’Est europeo a un governatore pieno di sé, in tempi moderni, attraverso una tecnologia avanzatissima che usa le onde cerebrali per comunicare. Ma il governatore, naturalmente, come l’imperatore non può vedere gli abiti che non ci sono, non può sentire una musica che non c’è. Per quanto riguarda la figura del governatore tronfio e pieno di sé c’è solo l’imbarazzo della scelta, non dirò chi mi ha ispirato perché è facilmente riconoscibile.

Questo fu il racconto. La mia amica rimase a bocca aperta e mi festeggiò.

Lei, però, non aveva idea che da questo racconto iniziale sarebbe venuto fuori un romanzo surreale. I personaggi minori del racconto mi sussurrarono nei miei sogni notturni una loro vita autonoma diventando così personaggi principali del racconto successivo, dove si presentarono altri caratteri minori che poi sarebbero diventati a loro volta dominanti nelle trame seguenti, facendo retrocedere i precedenti principali a comprimari. S’iniziava a tessere così il LABYRINTHOS. Una tela di Penelope che si faceva e disfaceva disegnando sempre cose diverse. Dall’osservazione della realtà quotidiana venivano fuori i personaggi che, nella loro veste narrativa, a loro insaputa, diventavano creature grottesche, esprimendo tutta l’assurdità che nella realtà poche persone captavano.

E già, perché basta guardarsi intorno e ci ritroviamo immersi nella surrealtà. Basta sentire le dichiarazioni dei politici, di molti scienziati, le loro posizioni rispetto alla guerra, all’epidemia, all’economia, alla cultura e ci si può rendere conto di quanto tutto sia in realtà grottesco. Tutto questo e molto altro sono finiti nel mio romanzo, LABYRINTHOS. Noi ci muoviamo dentro un labirinto, anzi un insieme di labirinti connessi tra loro, ingannevoli, come un labirinto dev’essere, ma spesso seducenti perché ben arredati, e, proprio a causa di quest’aspetto seduttivo, difficili da decifrare. Ciò che vi avviene è assolutamente plausibile e nessuno si rende conto di essere stato usato dagli altri a sua volta senza che la base della piramide si accorga dei molteplici inganni. In fondo anche Alice si muoveva in un mondo alla rovescia, senza capirne bene i meccanismi, e l’incubo le sembrava reale.

La storia di LABYRINTHOS ha una struttura insolita: è come se ci fossero quattro incipit apparentemente diversi che poi, alla fine del quarto episodio e poi nel quinto, trovano il punto di convergenza. Ed è proprio il cammino verso la convergenza al centro del LABYRINTHOS, dove si ritrovano tutti i personaggi, che rende questo romanzo una sciarada al termine della quale succede qualcosa.

Lo sconosciuto gruppo musicale dell’Est che, in possesso di una misteriosa tecnologia, propone la rivoluzionaria musica cerebrale a un governatore vanesio, un ministro-scienziato che coltiva piante officinali nel suo orto botanico per curare i vip, un neuropsichiatra senza scrupoli che fa esperimenti su bambini autistici, due attempati gemelli restauratori e commercianti d’arte, un sultano illuminato che cerca disperatamente un rimedio per l’incurabile malattia di suo figlio, un chimico che crea profumi ipnotici e vernici che rendono invisibili gli oggetti, un professore universitario di storia dell’arte e la sua segretaria e molti altri personaggi d’ogni tipo che non sembrano avere nulla in comune ma, alla fine, confluiscono in un fiume in piena, sono coloro che animano questa vicenda un po’ fuori del tempo. Ma anche gli oggetti e i luoghi giocano un ruolo ben preciso: una mappa, l’unica esistente, di un teatro coi suoi sotterranei inaccessibili, un monastero benedettino, un torneo di Risiko, conti bancari criptati in una Moldesia che assomiglia, chissà come mai, alla Svizzera, un quadro futurista che diventerà fondamentale per capire il LABYRINTHOS. L’ambientazione del romanzo pur se ucronica, ci è familiare, anche per degli eventi che sono accaduti, ma non consiste proprio in quei luoghi che conosciamo, sebbene siano quasi simili: l’Ausonia ha molto in comune coll’Italia, la République de Farseille ha sicuramente una nota bandiera tricolore, così come l’Impero esibisce un’aquila bicefala, una delle tante cose doppie che si ritroveranno nel romanzo.

Naturalmente non vi posso dire che cosa succede in ogni episodio perché non starebbe bene né per voi lettori che comprerete e leggerete il mio romanzo né per l’editore che protesterebbe né per motivi etici di rispetto delle regole del gioco. Un’aura di mistero ci vuole, perdinci! Posso solo ribadire che il LABYRINTHOS è una matrioska che contiene al suo interno altri labirinti comunicanti l’uno coll’altro che ingannano il visitatore. Tutti, nel romanzo, credono di aver trovato la soluzione ai loro problemi e di aver raggiunto la felicità, di aver messo nel sacco il cliente, di aver fatto un guadagno. E questa è la lusinga che fa cadere in errore tutti quanti. Perché dietro tutte le mosse dei personaggi, che agiscono nella gabbia variabile del LABYRINTHOS, c’è un disegno imprevedibile.

Ho voluto adottare una scrittura elegante, quasi vecchio stile, perché anche l’eleganza è un trabocchetto del LABYRINTHOS: come l’abito non fa il monaco, dietro l’eleganza si celano spesso gli inganni. Certe atrocità che vengono commesse nella realtà hanno una parvenza chic, uno charme che camuffa le vere intenzioni degli attori di questo noir senza investigatore, dove chi tiene il filo di Arianna è proprio il lettore. Basta guardare cosa si è scatenato in Ucraina e i labirinti che si nascondono dall’una e dall’altra parte, senza che si riesca a capire veramente che cosa sia successo e perché. Si vedono solo gli effetti nefasti. Se volesse, il lettore avrebbe tutti gli indizi per scoprire cosa c’è al centro del LABYRINTHOS: i segnali, le avvisaglie di ciò che potrebbe succedere, sono sparpagliati in tutto il romanzo, basta solo spostarsi un po’ per vedere le cose da altri punti di vista. Ma, anche lì, sarà sufficiente spostarsi un po’ oppure sarà una trappola anche quella? O, inevitabilmente, sarà anch’essa una visione parziale?

La vera protagonista del LABYRINTHOS è l’illusione. Tutto ciò che ci circonda non corrisponde a come lo percepiamo, la nostra interpretazione della realtà è clamorosamente fittizia. E poi noi non ci serviamo veramente di tutti i nostri sensi, usiamo solo quelli classici forse perché ci piace immaginare che il mondo reale sia lineare, che non ci turbi più di tanto, che scorra, e ciò ci fa dimenticare che cosa può esserci in agguato alla fine di ogni labirinto. La complessità ci spaventa e un’interpretazione semplice della realtà è meno faticosa. Vi ricorda qualcosa?

Per comprare il libro andare al link seguente, dove si può anche leggere l’incipit cliccando sulla scritta “anteprima”:

Labyrinthos

prezzo 15,90 € in preordine

 

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CAT: Arte, Letteratura

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