/CONFINI/ intervista a Giancarlo Onorato, musicista

:
20 Dicembre 2020

per /CONFINI/

 

 

Raccontaci di te: quali sono i campi che, per esperienza di vita o lavorativa ti sono più affini?

Sono quello che si dice un artista di confine, o per meglio dire, senza confine. Mi muovo da sempre tra diverse discipline, ma principalmente i miei sconfinamenti passano dalla composizione di canzoni alla letteratura, alla pittura. In generale nel mio caso sarebbe più opportuno dire che non considero alcun confine, e questo da sempre e in ogni ambito.

 

 

Parlaci del concetto di confine nella tua attività. Cosa significa ‘confine’ nel lavoro che fai?

È presto detto: semplicemente non vedo confini. Siamo stati inquinati nella nostra percezione delle arti, come nell’affermazione dell’individuo, della sua innata creatività, dalle orribili specializzazioni che sono intervenute a separare gli ambiti. Persino in medicina, un’arte antichissima e votata alla scoperta, alla conoscenza e alla cura del corpo, siamo riusciti a concepire le separazioni delle varie specializzazioni al punto che difficilmente un ortopedico saprebbe distinguere una crisi d’ansia da un’angina pectoris. Per quanto comodo e pratico possa apparirci il suddividere il mondo in tante caselle di cui occuparsi una per volta, non ci siamo accorti che così facendo abbiamo spezzettato male un insieme che ha senso compiuto solo se colto nel suo insieme. Se mi innamoro di te, difficilmente mi innamorerò del tuo occhio sinistro, o del ginocchio, o per quanto sia possibile davvero tutto, io credo sia più plausibile che ci si possa innamorare dell’insieme di elementi che fanno di una persona “quella” persona. Così è per me l’approccio all’espressione, e dal momento che ho avuto la felice disperazione di voler vivere delle mie idee in un Paese sbagliato, ecco che per me fare l’arte significa fare tutto ciò che mi viene in potenza di fare. Un confine potrebbe essere appunto la necessità di divenire specialisti. Ho riflettuto spesso, anche recentemente, circa il vero dilemma che in arte si ha se si vuole effettivamente divenire campioni in una qualche branca. Si tratta di mettersi lì con la più granitica delle volontà e studiare per molti anni sinché non diventi, poniamo, violinista. È giusto? Il problema consiste nel fatto che nove volte su dieci sarai soltanto un eccellente, o anche il più eccellente dei violinisti, ma non avrai avuto tempo per esplorare la musica dal tuo profondo punto di vista. Giacché la musica si presenta beffardamente in lampi, in frazioni di secondo, in condizioni fantasmagoriche tali per cui se sei impegnato a fare dell’altro come dell’esercizio tecnico, potresti non scorgerla e col tempo disimparare del tutto a scorgerla, la musica. Per questa ragione, mi sono detto presto che me ne sarei rimasto “ai confini” da qualunque scuola o da uno qualunque di quei posti dove tendono a farti diventare “disciplinato”, come se essere artisti non significasse l’esatto opposto. Noi crediamo di adorare gli assi di questa o quella disciplina, ma poi giureremmo su nostra madre che è Leonardo il principe di tutti i geni: un dispersivo, un meraviglioso inconcludente. Un perdente, in definitiva. Uno confinato proprio perché privo di confini. Perché accogliere e abbracciare l’arte, che è sempre arte di non sapere, e desiderio mai risolto di sapere, significa fallire, vagare, o meglio, errare, cioè sbagliare tutto, e perdersi. Amare. Questo io sono, un infallibile perdente. Un nomade tra le forme espressive. Questo è il mio senso di confine. E credo pure di provarne vanto.

 

Giancarlo Onorato (ph. Massimo Tuzio)

 

E nella vita privata quali sono i confini che senti maggiormente visibili?

Questa domanda mi rimanda direttamente all’altro dei concetti a me cari in fatto di espressione e di conseguenza di confini: il concetto è che l’artista è un politico in senso puro. Assoluto. Senza mediazioni. L’artista sceglie, e quando sceglie per sé, se sa eleggere l’opera da visione soggettiva a significante oggettivo, sceglie per tutti, sceglie per me e per te. Scegliendo se stesso sceglie anche te. I politici di professione non posseggono un’unghia di un creativo autentico. Di conseguenza, se ci sono limiti nella mia vita privata, sono quelli che tendono ad impedire, o a limitare le mie espansioni creative. È come se fossimo elementi vibranti che necessitano di spazio per poter espandere e contrarre ciascuno il proprio mantice. Più ho rispetto dello spazio di azione del mantice che mi rende vivo, più ho coscienza della tua identica necessità. Ma molte delle regole che troviamo infisse a forza in società percorrono strade contrarie a quelle della libertà vera di contrazione ed espanzione. Dunque io soffro le cosidette regole in quanto limitazioni alla mia vita, giacché anche qui, tornando ai confini, non esiste davvero una separazione netta tra ciò che io sono e ciò che sei tu, bensì abbiamo da essere fluidi, solo così staremo bene. Le regole che cerchiamo di darci, vengono tanto spesso a rendere molto meno fluido lo scorrere delle espressioni vitali. Anche qui, si accampano ovviamente ragioni di praticità, di opportunità, della necessità di dare delle direzioni, delle guide generali, eccetera. Se tutto ciò è vero, lo è solo in parte, perché poi nella pratica troppe sono le limitazioni che se ne infischiano della sensibilità, dell’umanità più profonda. Vado al supermercato, una donna assaggia un frutto, e il cretino addetto al reparto frutta, senza che la cosa possa avere a che fare col proprio ruolo, la sgrida platealmente, come se quella avesse commesso un delitto atroce, qualcosa di cui vergognarsi di fronte a tutti. Ecco un esempio di quanto la regola che recita che “se tutti mangiassimo i frutti in vendita nell’apposito reparto di un supermercato, la frutta finirebbe in fretta senza che il negozio possa trarne profitto”. Sta bene. Ma la regola infligge un’imposizione cieca e sorda, perché non è destinata precisamente alla signora che assaggia quel preciso frutto quel giorno e a quella data ora, tuttavia chi crede nel compito di dover fare osservare tale regola, insensibilmente, fessamente scatta per punire l’infrazione, come se fosse necessario difendere il supermercato da mangiatori a sbafo di frutta. Ora prontamente si deve levare il coro di coloro che recitano: “ se tutti facessimo così…”. Il fatto è che da una parte non lo facciamo tutti, mentre dall’altra è vero pure che alle regole e ai confini bisogna saper applicare le attenuanti della sensibilità. E se la signora avesse avuto un mancamento, un calo di zuccheri, una necessità improvvisa di portare alla bocca un frutto, cosa mi dice la regola? Niente, se ne frega. Non contempla alcun bisogno che permetta di fuoriuscire dalla casistica del divieto tout court. Le regole e i confini non sono applicabili né osservabili in assoluto perché per loro natura, essendo teorie generiche e rigide, se ne fregano automaticamente del bisogno soggettivo.

Per questo io credo che siano ben altri gli ordini da rispettare. E sono ordini superiori. Per questo io soffro ogni sorta di limitazione, che non sia condotta con la sensibilità di cogliere il margine di soggettività. Infine, da buon claustrofobico, il “chiuso” per me è quanto di più disturbante vi possa essere.

Spererei di averti comunicato il mio bisogno di concepire l’insieme delle attività umane come un flusso ininterrotto, e che sì, i confini esistono, ma sono solo condizioni apparenti, oppure più spesso sono barriere politiche in senso deteriore. I miei detrattori diranno che senza confini e senza limiti si arriva al caos, io dico che i confini devono esistere solo come indicatori, non come impositori. La prima volta che andai all’estero per un serio lavoro, andammo in Svizzera per una incisione importante. A notte fonda ci trovammo sul confine tra Svizzera e Liechtenstein. Era un confine piccolo, di poco conto, ed era deserto, non c’era nessuno a sorvegliarlo. Allora non vi erano tante telecamere in funzione, e scesi dal furgone per fare pipì, non resistemmo alla tentazione di andare a farla oltre confine, in Liechtenstein, appunto. Non me ne vogliano gli amici di quel Paese, il nostro era un atto di amore, di accoglienza e di elezione a casa comune. In fondo orinare è una delle funzioni più intime che si possano espletare, e ci accomuna davvero tutti. Ecco un esempio di arte condivisa, e di confini condivisi e abbattuti nello stesso tempo.

 

 

In questi giorni di ‘confino’ come è cambiata la tua percezione dei confini?

In peggio, decisamente. Vi è una precisa differenza tra il rispetto di norme di buona sanità e l’assurdo. Come se non bastasse quindi l’enorme disagio subentrato su più livelli, allo smarrimento di trovarsi improvvisamente non solo in un momento storico nuovo, bensì in un’epoca di colpo mutata, si è aggiunta presto la sensazione che la logica e il senso di ragionevolezza se ne siano andati tutti in una volta da troppe teste. I confini per me sono dunque diventati quelli tra chi intende le cose nella oggettività, e coloro che invece travisano o colpevolmente fanno travisare la visione delle cose. Abbiamo un problema, giusto? Non è un problema del tutto nuovo, ma la novità devastante è il modo in cui lo si vuole vedere affrontare, mentre vi sarebbero modi ben più organizzati e sereni per tenere sotto controllo la diffusione di un patogeno. Dunque a mio modo di vedere, la faccenda è di natura squisitamente politica.

 

Giancarlo Onorato, Deliquio di un fauno, olio e pennarello vernice su tavola di famiglia, 65 x 100, 1995

 

Come pensi che cambieranno le nostre vite dopo questa esperienza? Quali saranno i nostri nuovi confini?

Il mondo è divenuto una sola cosa, uguale praticamente per tutti e a tutte le latitudini, ed è come se fosse arrivato ad essere una sorta di dispositivo in grado di condizionare chiunque. Ciascuno di noi è tuttavia “mondo” più di quanto non lo fosse decenni fa. Tutti ne siamo condizionati, ma è vero altresì che tutti siamo in grado di condizionarlo. Come? La maggior parte di noi condiziona il mondo attraverso un atteggiamento passivo, sottomesso a ogni minima imposizione. Crediamo ad esempio alla favola della tecnologia, e questa ha pervaso le nostre esistenze al punto che non siamo più in grado di farne a meno. Ecco un primo confine. Ma il confine successivo è più spaventoso del primo, e va evitato, scongiurato, debellato prima che sia troppo tardi: è il confine rappresentato dal controllo, dall’ingerenza in ogni anfratto della persona. Il limite o confine contro il quale combattere è paradossalmente lo sconfinamento di sistemi sempre più sottili nelle nostre intimità umane. Arriviamo rapidamente, più rapidamente di quanto credessimo, ad un bivio, oltre il quale si dovrà scegliere tra la limitata ma vibrante umanità, e una corretta, misurata, igienizzata, sterilizzata, sanificata prigionia.

C’è solo un’esigua minoranza di individui in grado di opporsi a ciò, e sappiamo tutti assai bene che l’artista autentico, non prezzolato, è un fiero condottiero che si batterà a favore dell’umano. Solo che questo non è un film, ma la vita, e per la prima volta è la vita di noi tutti a essere in gioco.

 

Giancarlo Onorato, Dio distribuisce l’amore, tecnica mista su ante d’armadio, 110 x 180, 1995

 

Giancarlo Onorato

Musicista, scrittore e pittore, suoi i dischi: Il velluto interiore, Io sono l’angelo, Falene, Sangue bianco (Premio Giacosa 2012 Le Parole della Musica), Onorato&Godano exLive, Quantum, Quantum Extra, Come fiori in mare, Sulle labbra di un altro, e i libri: Filosofia dell’Aria, L’Officina dei Gemiti, L’ubbidiente giovinezza, Il più dolce delitto, Ex-semi di musica vivifica, La formazione dello scrittore. Ha il Blog Fondale su Spettakolo.it. In primavera 2021 un libro per i tipi di Alter Ego Edizioni.

TAG: #arte, confini, Giancarlo Onorato, Musica
CAT: Arte, Musica

Nessun commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

CARICAMENTO...