Fuga dal Campo 14: il racconto di una vita in un gulag nordcoreano

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15 Novembre 2014

L’intera storia, racchiusa nelle circa 300 pagine di “Fuga dal campo 14”, è qualcosa che ha dell’incredibile. Una testimonianza di vita – se così la si può ancora definire, dopo aver assimilato il volume – infiltratasi negli occhi del protagonista e riprodotta tramite i suoi racconti, che appare come un focolaio di violenza non ancora estinto. A trasmettere al mondo tutto ciò, la penna esperta di Blaine Harden, scrittore e giornalista statunitense, con alle spalle una quindicennale esperienza come corrispondente del Washington Post nonché collaboratore del New York Times. Con grande abilità, il libro alterna testimonianze a dati statistici, dichiarazioni ufficiali governative, interviste ad organizzazioni umanitarie, riuscendo a restituire un contorno ben definito di quello che è la situazione interna alla Corea del Nord. Shin Dong-hyuk, il ragazzo di cui si raccontano le vicissitudini, è l’unico uomo nato e cresciuto in campo di prigionia della Corea del Nord ad esser riuscito a fuggire. Nonostante venga dichiarato dall’Agenzia stampa di Stato nordcoreana che «in questo paese non c’è alcun problema legato ai diritti umani» e che «tutti conducono una vita dignitosa e felice», le esperienze di Shin, tradotte in un orrendo spettacolo di cicatrici e ustioni sul suo corpo, affermano il contrario. Come ogni altri prigioniero, Shin conosceva bene le dieci regole del Campo 14, memorizzate nella scuola e recitate quando richieste dalle guardie: divieto di fuggire,  di formare gruppi più di due prigionieri, di rubare, obbligo – per chiunque avvisti un fuggitivo o una figura sospetta – di denunciarlo immediatamente, di obbedire incondizionatamente agli ordini delle guardie. Il campo 14 è definito “campo a regime duro”: l’unico a godere della peggior reputazione di lavori forzati particolarmente brutali, di stretta vigilanza delle guardie e d’inflessibilità mostrata nei confronti dei crimini commessi dai prigionieri; nonostante tutto, per Shin, quella era casa sua. Una casa in cui non era certamente cresciuto in un clima d’amore (tanto per i parenti – che denuncerà alla prima occasione – quanto per i suoi coetanei), dove la lotta per la sopravvivenza e gli abusi da parte delle guardie erano all’ordine del giorno. Il campo in cui passò ventidue anni della sua vita (anche noto come Gechon), si trovava sulle riva nord del fiume Taedong, dal lato opposto del Campo di internamento di Bukchang (o Campo 18). Il Campo 14 si trova a Nord-Est della capitale, Pyongyang, più vicino al confine cinese che a quello sudcoreano. Nonostante le continue smentite da parte del governo nordcoreano riguardo la loro esistenza, grazie all’utilizzo di Google Maps è possibile verificarne l’esistenza, oltre che l’estensione dei suddetti campi. Lo stesso Shin, una volta avuta la possibilità di utilizzare un computer, e usufruendo di queste stesse mappe, è riuscito, zoomando un po’, a riconoscere  l’edificio dove è nato, quello dove è stato rinchiuso in isolamento Parlando del suo primo ricordo, Shin racconta di quando, a quattro anni, assistette ad un’esecuzione. «Quel giorno ero con mia madre. Ci siamo infilati tra la folla, io mi sono fatto largo tra le gambe degli altri detenuti. Per raggiungere la prima fila. Di fronte alle guardie con le armi puntate, c’era un uomo legato a un palo. Per evitare che urlasse, maledicendo magari il governo nordcoreano, gli avevano riempito la bocca di sassi. Poi ricordo un paio di colpi, la morte dell’uomo e il silenzio». Le punizioni – ed esecuzioni – pubbliche avevano il compito di rinfrescare ai detenuti la memoria su cosa sarebbe accaduto in caso qualcuno avesse infranto le regole del campo. I guardiani del campo, che vivevano al suo interno insieme ai prigionieri, ma dislocati in appositi settori, eseguivano punizioni d’ogni tipo con la scusa dell'”espiazione”. Tanto Shin quanto moltissimi altri suoi compagni internati nel campo di prigionia annoveravano come unico reato quello di condividere lo stesso sangue con un parente andato contro il regime di Kim Il-sung o Kim Jong-il. Un onta impossibile da cancellare, ma possibile da affievolire rispettando le regole, obbedendo ai guardiani, lavorando duro, morendo in silenzio. Le morti per malnutrizione abbondavano in ogni settore del campo, la ferrea dieta a cui erano sottoposti nel pasto giornaliero (a base di minestra di cavolo e pasticcio di mais)  non idonea per la mole di lavoro richiesta. Shin stesso ricorda che «ogni tanto chiedevamo il permesso di prendere un topo. Se la guardia ci dava l’ok, lo catturavamo e lo mangiavamo». Il problema del cibo per Shin e gli altri internati era costante e terrorizzante. Non riuscire a rimediare una razione sostanziosa implicava essere debilitati l’indomani, non portando a termine il lavoro assegnato, subendo punizioni corporali (che avrebbero protratto quel circolo fino alla morte del detenuto). Shin ricorda bene quando dovette usare le sue razioni quotidiane per poter permettere la cicatrizzazione delle ustioni sulla schiena. Così come il motivo che lo spinse a scappare: le storie raccontate dal suo amico Park Yong Chul – internato nel campo poco prima della sua fuga – che lo fece sognare con le sue accurate descrizioni dei cibi fuori dal campo, dalla Corea del Nord, nel mondo, invogliandolo a fuggire. L’intera descrizione della sua vita, di ciò a cui dovette assistere per anni, senza domandarsi se fosse giusto o sbagliato, lascia sbalorditi. Sfogliando le pagine del libro ci si ritrova a provare rammarico per i molti “…non lo rivide mai più” rivoli a coloro che mostrarono nei suoi confronti un minimo d’affetto (da Park allo Zio, passando per il padre ed il suo amico Hong Sung Jo). Divorando le parole ci si ritrova a chiedersi, in maniera ripetitiva, se tutto ciò sia vero, conoscendo dai noi l’amara risposta. Un libro importante che restituisce un’immagine totale della Corea del nord dal suo interno. Le uniche testimonianze pervenute finora erano principalmente di nordcoreani mai internati o di guardie disertrici. Poter leggere la testimonianza di questo ragazzo, nato e cresciuto con l’idea che il mondo fosse quel campo, ogni guardia un ipotetico giustiziere ai comandi del “supremo leader” – sconosciuto se non nei lineamenti visibili nelle gigantografie – significa porre l’ultimo tassello del puzzle che compone questo paese, la cui immagine è triste quanto quei campi di prigionia, quanto la luce spenta negli occhi di chi la dentro ha vissuto, e che non vedrà mai il mondo esterno.

TAG: Corea del Nord, Diritti umanitari, Kim Jong-un
CAT: Asia

Un commento

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  1. ethan 2 anni fa
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