Viso negato

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19 Agosto 2021

La vita comunque finisce.

Non ho bisogno di essere sottomessa.

Se la mia vita è sottomissione,

Non ho bisogno di questa vita.

Nella schiavitù

Possono piovere gocce d’oro.

Al cielo dico allora

Non ho bisogno di questa pioggia.

LATIFA

Aprire un giornale e vedere le foto dei talebani ammassati sulle loro camionette armati fino ai denti. E chiedersi come questi individui sanguinari, che sembrano degli scappati di casa, armati solo di violenza e fanatismo, possano tenere in scacco un’intera nazione. Da quelle foto trasuda tutta la banalità del male di esistenze prive di umanità, prive di cultura, prive di qualsiasi tipo di comprensione che non sia per la violenza fine a se stessa.

Si è aperta la voragine di un dramma umanitario che ci riguarderà tutti per gli anni a venire e che già è costato venti anni di guerra e di sofferenza alla popolazione afghana.

In questi giorni di notizie convulse e terribili dall’Afghanistan, dove Kabul è caduta in mano ai talebani ed è diventata di nuovo un emirato islamico, ho ripreso tra le mani un libro che avevo acquistato nel lontano 2001, per capire meglio cosa, in quell’epoca, stesse succedendo da quelle parti. Il libro si intitola “Viso negato” ed è edito da Sonzogno. L’autrice è Latifa, forse nome inventato di sana pianta per nascondere la vera identità dell’autrice, di cui in tutti questi anni non sono mai circolate fotografie, e che in quello stesso anno riuscì a fuggire a Parigi grazie all’aiuto decisivo del periodico Elle.

Di Latifa, ultima di cinque figli di una famiglia borghese afghana, disponiamo solo di un’intervista su una tv francese che è reperibile su Youtube.

Latifa nasce nel 1980 a Kabul. È una ragazza di soli 16 anni, piena di vita e di interessi, quando la sua vita viene sconvolta dall’avvento del regime talebano che, con un colpo di Stato, prende il potere in Afghanistan. I talebani al potere non sanno emanare norme, ma solo divieti, per lo più demenziali e retrogradi. Vietato ridere, ascoltare musica, tenere animali domestici, calzare scarpe rumorose, uscire di casa, affacciarsi alla finestra, frequentare le feste… Insomma, vietato vivere.

La prefazione al libro, di cui qui di seguito vi propongo qualche stralcio, è di Emma Bonino, che allora era commissaria europea all’aiuto umanitario e che aveva cercato «inutilmente di suscitare l’indignazione del mondo lanciando la campagna “un fiore per Kabul”».

In questa prefazione, scritta dopo avere ascoltato la testimonianza di moltissime donne come Latifa, Emma Bonino afferma che, nei pochi anni in cui ha amministrato l’aiuto umanitario per l’Unione Europea, ha imparato una cosa molto semplice: «quando un conflitto considerato “locale”, quindi marginale, è accompagnato da violazioni massicce dei diritti umani e autentici crimini contro l’umanità; quando nelle pieghe di questo conflitto maturano traffici illeciti e complicità con gruppi terroristici, prima o poi è la sicurezza di intere regioni a essere in pericolo. E la comunità internazionale è costretta a correre ai ripari».

Ecco qualche stralcio dal libro di Latifa:

 

I programmi di Radio Sharia sono sempre gli stessi: dalle 8 alle 9 lettura del Corano e orazioni; dalle 9 alle 10.30 canti, testi propagandistici, annuncio di nuovi decreti, di cui alcuni salmodiati in arabo, per farci credere che provengano realmente dal Corano. (Viso negato, pag. 60).

 

All’inizio dell’inverno del 1997 sentiamo una donna gridare per la strada: “Mio figlio è innocente, è innocente!”.

Dalla finestra riconosco la madre Aimal, un ragazzo del palazzo vicino. Tre talebani si scagliano su di lui colpendolo con il calcio dei kalašnikov. Colpiscono con metodo, in particolare alle costole. Soraya ed io indietreggiamo in fretta per non essere notate, ma le grida del ragazzo ci straziano il cuore.

Poi silenzio: i talebani se ne sono andati, laggiù non rimane che la madre di Aimal, che singhiozza sul corpo inanimato di suo figlio (pag. 67).

 

La società appare ogni giorno più degradata, marcisce intorno a noi senza che possiamo muovere un dito. Papà ci racconta che ci sono sempre più mendicanti in città, per lo più vedove o donne alle quali è proibito lavorare. La madre della mia amica Anita, una compagna di classe, si guadagna da vivere facendo la lavandaia per dei privati. Prima insegnava nel mio liceo. (Pag. 82)

 

È evidente che il nostro Paese devastato, messo a ferro e fuoco, straziato da anni di guerra civile, funge da riserva sicura al Pakistan per i suoi traffici. È anche per questa ragione che il Pakistan non ha esitato a riconoscere il governo dei talebani (ai quali fornisce combattenti, con la benevola approvazione degli Stati Uniti) (Pag. 93).

 

La moschea e quei bambini che ripetono gli ordini del mullah dondolando avanti e indietro, terrorizzati o ipnotizzati dal loro istitutore (pag. 128).

 

Questa battaglia si protrasse per oltre sette mesi, durante i quali gran parte di Kabul venne incendiata o distrutta. Fu incendiata l’Università, una delle più grandi della regione. Fu saccheggiata e incendiata la biblioteca dell’università, la seconda di tutta l’Asia. Fu saccheggiato e distrutto il museo. E noi vivevamo, nonostante tutto; io andavo al liceo e mia sorella Chakila si sposò un giorno in cui su Kabul piovvero trecento missili (pag. 148)

 

I talebani controllano tutto il Paese. (…) Il Pakistan vuole la nostra morte e non è lontano dall’ottenerla. (…) La BBC parla di massacri di civili afgani in gran parte delle città occupate dai talebani.

La Voce dell’America si preoccupa dei buddha di Bamyan, un capolavoro del passato talmente celebre in Afghanistan da apparire simbolicamente sui biglietti aerei della compagnia Air Ariana. (…) Questi buddha sono l’orgoglio della regione di Hazarajat da diversi secoli. Dopo aver distrutto le opere d’arte del museo di Kabul e gli affreschi di Behzad, celebre pittore persiano del XV secolo, a Herat, la città d’arte fondata da Alessandro Magno nel IV secolo avanti Cristo, capitale del mongolo Tamerlano, ecco che i talebani se la prendono con i buddha! Persino inglesi e russi avevano rispettato il patrimonio culturale, così ricco, dell’Afghanistan. Un tempo i turisti accorrevano in massa a Bamyan o a Herat… (pag. 183).

 

La peggiore notizia trasmessa dalla BBC in questo mese di febbraio del 2001, è l’annuncio a Parigi del ministro della Sanità, il mullah Mohamed Abbas, che si occuperà, in Francia, di questioni umanitarie. Radio Sharia esulta all’idea di questo viaggio ufficiale! Secondo il presentatore, si tratta di una forma di riconoscimento dello Stato talebano.

Un talebano a Parigi, nel Paese dei diritti dell’uomo! Un “ministro della Sanità” che vieta gli ospedali alle donne; che osò, nel 1997, far imprigionare la commissaria europea all’aiuto umanitario! Emma Bonino, che era venuta in visita per un finanziamento d’urgenza a Kabul, fu molestata, picchiata davanti al cameraman che l’accompagnava, e interrogata ore e ore prima di essere rilasciata. Con quale diritto questo talebano va a discutere all’estero di questioni umanitarie? Tutti sanno che i campi profughi versano in uno stato di abbandono, che la siccità, le condizioni climatiche e gli attacchi ininterrotti dei talebani, in particolare al nord, privano di tutto quegli sventurati.

Come me, Farida e Soraya sono furiose e disgustate. I francesi avrebbero fatto meglio a invitare una delle nostre donne medico o una delle infermiere che ormai non possono più lavorare, mentre costituivano, prima del governo talebano, la spina dorsale degli ospedali, del ministero della Sanità, degli asili, e lo strumento indispensabile per diffondere nelle campagne nozioni di igiene materna o prestare le cure ginecologiche d’urgenza. Questa visita è uno scandalo! (Pagg. 184-185)

Sinistre coincidenze?

TAG:
CAT: Asia, diritti umani

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