La gestione dei Beni culturali dopo la pandemia: il rapporto Io Sono Cultura

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23 Maggio 2020

Il decimo rapporto Io Sono Cultura realizzato dalla Fondazione Symbola insieme ad Unioncamere e Regione Marche in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo, evidenzia alcuni dati molto interessanti relativi ai siti culturali del nostro Paese e alle azioni che già si stanno mettendo in campo per reagire all’emergenza planetaria in atto.

Il Castello di Gesualdo (AV) – Foto di Mauro Di Rubbo

Tre sono gli aspetti più evidenti che emergono da questa accurata indagine: il primo è che l’Italia è ancora il Paese con il più alto numero di siti patrimonio mondiale UNESCO: 55 (l’ultimo dei quali le Colline del Prosecco); il secondo che, a fronte di dati molto positivi relativi all’ingresso ai musei del 2019, a partire dal febbraio di quest’anno a causa del lockdown legato al Coronavirus e quindi alla chiusura dei musei la perdita economica è stata pari a venti milioni al mese; il terzo aspetto riguarda le misure a sostegno del settore e la campagna #laculturanonsiferma, con l’utilizzo di spazi digitali aperti, attraverso i quali è possibile fruire liberamente della bellezza di tanti siti, con arricchimento per la mente e con una iniezione di positività che sono state quanto mai utili nel periodo dell’isolamento.

La ricerca è interessante per diversi aspetti. Preliminarmente sono forniti dei dati che riguardano proprio il sostegno che i vari Paesi europei stanno fornendo a questo settore. In Gran Bretagna l’Art Council all’inizio della crisi ha costituito un fondo di emergenza di 160 milioni di sterline (176 milioni di euro) a favore di musei, artisti e gallerie, destinato a salvare le organizzazioni artistiche dal fallimento. In Francia il Ministero dei Beni Culturali ha annunciato “aiuti d’emergenza” per 22 milioni di euro per la cultura. In Germania il governo è intervenuto con un pacchetto di 50 miliardi di euro, indirizzato ai lavoratori autonomi e alle piccole imprese che si occupano di arte e media. Symbola avverte che i dati sono in costante aggiornamento e che sono pubblicati da vari Istituti (1).

Il Castello di Barolo (CN) – Foto di Maria Pilotto

Un altro aspetto molto interessante riguarda la dimestichezza con il digitale e la ricchezza e vitalità di azioni virtuose messe in campo, anche se si sottolinea la disomogeneità di tali interventi. Nel 2019 il MiBACT ha lanciato il “Piano triennale per la digitalizzazione dei musei”, e c’è anche da dire che nonostante l’assenza di una politica di sistema le esperienze di successo portate avanti in questi anni sono state numerose. Il rapporto cita, ad esempio, l’esperienza del MANN di Napoli con il suo videogame Father and Son; l’allestimento della Sala delle Asse a Milano per il cinquecentenario di Leonardo; Casa Noha a Matera, che ha ospitato un viaggio multimediale nella storia dei Sassi; Palazzo Te a Mantova con la mostra Giulio Romano Experience, pensata interamente in digitale per circuitare in Europa; applicativi come GimmiGuide, strumento pensato per metter in contatto diretto domanda e offerta nei servizi di visita, la realizzazione di VASARI,  la prima infrastruttura tecnologica IoT realizzata per aggregare collezioni di musei ed enti nazionali, mettendo in relazione patrimoni ad oggi isolati. Tra le risposte più immediate all’emergenza vi è anche la campagna “Biglietto Sospeso”, promossa da Cultura Italiae e meetCULTURA.

Si segnala infine anche la capacità di riorganizzazione e aggiornamento di alcuni siti culturali, all’insegna della maggiore autonomia e managerialità: la Reggia di Caserta, Brera, i Musei Civici di Brescia. Ma anche la GNAM (ora Galleria Nazionale), o il Museo del Cenacolo, Parte del Polo Museale della Lombardia, che ha ridisegnato tutta l’identità del Museo. Non da ultimi la nascita della Direzione Musei statali della città di Roma e l’attivismo del FAI nella gestione efficace del patrimonio.

L’auspicio è che, superata questa fase critica, gli investimenti concentrati e la sburocratizzazione, unite all’offerta di maggiore qualità e valore, con un linguaggio e idee giovani. Il tutto non solo per una finalità legata al marketing, ma nell’ottica di ricercare il vero ruolo sociale di tali beni, “rispondere al diritto di fruire della cultura e generare nuova domanda”, come affermano i ricercatori che hanno lavorato al rapporto Symbola.

1)  Arts Council of England; Associazione Compendium per il Consiglio d’Europa; KEA European Affairs; European Creative Business Network; National Endowment for the Arts per gli Stati Uniti d’America; NEMO – Network of European Museum Organizations; UNESCO.

TAG: #arte
CAT: Beni culturali

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