Lettera sulla Sicilia, i siciliani e la Nemesi Celeste

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19 Gennaio 2020

Cara fb

ancora una volta sono costretto a scusarmi per la prolissità. So che non sei troppo paziente quando si tratta d’avere a che fare con le lettere, soprattutto con quelle dell’alfabeto. Preferisci di gran lunga le immagini e tendi ormai, sempre di più, a praticare la fulminea fatuità di Twitter o quella specie di purgatorio dell’intelligenza discorsiva e di paradiso della dislessia che chiamano Instagram. Ti capisco ma, quanto a me, ho difficoltà ad adeguarmi. Purtroppo rimango alfabetico perfino quando frequento altri lidi ed è alla scrittura che, nel bene e nel male, affido quello che, ne convengo, rimane un naufragio.

Fanne quello che vuoi, leggila o affidala alla differenziata: è carta buona.

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Quando si parla male della Sicilia, che lo si dichiari o meno, ci si riferisce sempre e solo ai suoi abitatori. L’isola in quanto tale, da parte sua, non riscuote in fondo altro che consensi. Dal filosofo all’uomo della strada tutti convergono nel tombino del luogo comune su cui campeggia l’incisione “Terra bellissima e sventurata”. La sventura dunque, salvo che non si pensi a una divinità malefica che per passare il tempo concentri i fulmini tra l’Etna e le Madonie, in altro non s’ipostatizza che nei siciliani. Siamo noi che, per uno scherzo del destino infame, abbiamo avuto in dono qualcosa che non ci meritavamo e, com’era prevedibile, ne abbiamo fatto strame. La conclusione, inconfessabile e inconfessata (ma praticata in misura che risulterebbe sorprendente se sottratta al silenzio e alla penombra) è una sola: liberiamo la Sicilia dai siciliani e diventerà un paradiso in terra.

I siciliani, credimi, stanno sui coglioni anche al sottoscritto che in linea di principio non avrebbe niente in contrario ad essere trasferito altrove; l’avrebbe fatto da un pezzo di sua iniziativa se solo ne avesse avuto i mezzi. Tuttavia intelligenza vuole che anche per loro, in assenza di supporto statistico adeguato, si debba procedere col beneficio dell’inventario: ci sono siciliani stronzi e no, imbecilli e no, farabutti e no. Se è indubbiamente vero che i primi superano enormemente i secondi è probabile che lo facciano in percentuali forse non identiche ma almeno paragonabili a quelle che si riscontrano altrove. Quindi, visto che i siciliani farabutti o imbecilli pesano sul piatto della bilancia tanto quanto i veneti, i lombardi o i toscani farabutti o imbecilli, quello che resta tra le mani a determinare la particolarità sicula nei confronti di una, diciamo così, non-particolarità veneta, lombarda, o toscana è l’isola an sich. L’isola, intendo, grossomodo come soggetto paesaggistico. Laddove per paesaggio s’assuma la definizione che ne danno la geografia o l’ecologia: l’insieme dei caratteri storici, culturali, artistici, geomorfologici e climatici che rendono un luogo quello che è.

Vorrei però in particolare concentrarmi, per non farla davvero troppo lunga, su qualcosa che in ogni momento è sotto (o meglio, sopra) gli occhi di tutti e che quel paesaggio avvolge, intride, determina: il cielo. Il cielo, dunque, che sovrasta noi che abitiamo, colpevolmente o incolpevolmente, l’isola. Questo cielo feroce di un azzurro spudorato che contribuisce in maniera decisiva alla sua oleografia e che non concede mai tregua: in primavera, in estate, in autunno e in inverno. Come vedi, dunque tralascio quel caldo torrido e bestiale che per quasi metà dell’anno rende l’isola un forno crematorio e uccide ogni barlume d’intelligenza umana e mi limito invece a quel cielo che ci impone la sua prosopopea estiva anche in questo preciso momento: in the bleak midwinter.

Un cielo, ci assicurano quelli che vengono qui per il fine settimana, invidiabile.

Eppure questo cielo, nella sua ottusità cilestrina è spietato e contribuisce in modo decisivo a far sì che il siciliano non possa farsi alcuna idea sensata dell’alternarsi delle stagioni. Se non ce lo avessero raccontato gli altri e non avessimo imparato a scuola che le stagioni sono quattro non ne sapremmo nulla. Per noi tutto si riduce a quel cielo in uniforme azzurra come un carabiniere e che, con la vocazione sadica del gendarme, sembra prenderci per il culo ogni santo giorno. Quei sublimi cieli plumbei, quelle meravigliose giornate gonfie di bruma, quelle distese di nebbia, quei prati e quegli alberi coperti di neve o anche solo quella meravigliosa sinfonia di colori autunnali che si possono godere altrove, qui sono solo oggetto di fiaba e di barzelletta.

Chi, come te, vive in climi e sotto cieli meno uniformi può difficilmente comprendere l’oscura voragine di irritazione in cui può farti scivolare la becera banalità di un cielo azzurro reiterata fino al parossismo, in qualsiasi periodo dell’anno, ad agosto come a novembre o a febbraio, l’abisso di malinconia in cui ti precipita l’impossibilità di un riparo, di quella intimità riflessiva che un po’ di nebbia, un cielo nuvoloso sarebbero invece in grado di donarti. E così quelle ombre perennemente nette, tagliate con la lama, dure, spigolose, che fanno male agli occhi e rendono l’intelligenza sospettosa, guardinga, la spingono a tenersi sempre al riparo, ad evitare di mostrarsi.

Sotto questo cielo la violenza non può, si capisce, non essere di casa. Assuefatti, fin dalla nascita, all’assenza di sfumature, si diventa portati ad esagerare ogni contrasto. Qui il nero è più nero ed il bianco più bianco, il grigio non esiste. E mentre l’inesorabile mancanza dell’elemento acquatico (parlo dell’acqua che non a caso chiamiamo “dolce” e non di quella salsa e corrosiva che ci circonda da ogni lato, in cui possiamo solo naufragare e in cui, infatti, naufraghiamo) ci rende costantemente assetati, l’assertiva barbarie del cielo e del paesaggio, la sua ottusa incapacità di donarsi in tonalità autunnali o invernali se non per scherno, surrettiziamente o per caso, la deficienza di ogni mediazione tra un colore e l’altro, tra un oggetto e l’altro, tra un individuo e l’altro ci rende più soli. Immensamente soli. Nessuno può essere isolato come lo si può in quest’isola, isolato dagli altri e perfino da se stesso.

Guardati dal credere a tutti i salamelecchi sulla Sicilia e i siciliani. I siciliani non esistono, sono solo un riflesso di questo cielo barbaro e svergognato che come un sudario che ostenta un’allegria del tutto fuori luogo ricopre lugubremente il loro cadavere.

De(i)solatamente tuo

ur

TAG: Cultura, Sicilia, Siciliani
CAT: Beni culturali, clima

2 Commenti

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  1. xxnews 8 mesi fa

    io non sono siciliano … ma ci sono stato per bel periodo lungo ….. la adoro …. ( sono lombardo ) più volte in vacanza c’è andato mio figlio e quando i suoi figli sono diventati grandi ce li ha portati ; certo … durante le vacanze estive , ma a loro quella terra piace …. così come è piaciuta a me …. per certi versi si può affermare che una “terra” è anche fatta da chi la abita e la vive —— ma anche i lombardia ci sono i criminali e i politicanti farabutti … ……. meglio non parlare di ROMA o FIRENZE , ma anche loro sono belle…
    persino VENEZIA …. ma …saranno soprattutto gli attuali ??veneziani?? a FARLA MORIRE

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  2. lina-arena 8 mesi fa

    Purtroppo, è ” LA STAMPA BELLEZZA” che non racconta le cose come stanno. Evade o elude le vere questioni che riguardano i rapporti umani, specie in tema di lavoro. Potrei raccontare il sistema truffaldino adoperato da una grossa azienda che opera nel catanese , grazie al quale sottrae quattro giornate al mese di lavoro con un comportamento da vera e propria truffa.Se si fa ricorso al giudice anche penale, tutto rimane nel limbo.L’azienda dispone e muove tutte le pedine necessarie per non fare apparire la frode. Cambia anche la forma societaria per dimostrare di essere in difficoltà ed il sindacalista contattato , invece di difendere il lavoratore, porta la sua macchina nel capannone della ditta in questione, per farsela aggiustare.In questa isola ci muoviamo come dentro una gabbia di ferro. La stampa è connivente.

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