1023 giorni di Renzi – economics

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14 Dicembre 2016

Dopo la fine dell’esperienza di governo di Matteo Renzi e a pochi mesi dal congresso del Partito Democratico viene spontaneo chiedersi come e se sia possibile fare un bilancio del lavoro svolto da questo esecutivo negli oltre 1000 giorni in cui è rimasto in carica, soprattutto per quanto riguarda una tematica, complessa quanto cruciale, come quella della politica economica, vero banco di prova per tutti i Governi e per tutti i politici.

Quali sono state le principali riforme economiche messe in campo da Renzi e dalla sua maggioranza? Hanno funzionato? Le performances economiche del paese sono peggiorate o migliorate? Il lavoro – la grande emergenza del paese – è ripartito? La famosa “pressione fiscale” è diminuita? Che modello di politica economica ha ispirato le azioni di governo dell’esecutivo?

Partiamo da qualche numero

Nell’affrontare questo tipo di domande e nel tentativo di darvi risposta occorre prima di tutto partire dai numeri e da quegli indicatori macroeconomici che riflettono le performances economiche e commerciali del paese.

Sotto questo punto di vista non si può non partire dal dato sulla produzione, che segna, nei 1000 giorni, ovvero dal dato del primo trimestre del 2014 al dato del terzo trimestre 2016, una crescita del +1,6% complessiva.
Si tratta di dati che consolidano una considerazione molto chiara: il paese è uscito dalla recessione causata dalla crisi finanziaria del 2008 e ha ricominciato a crescere, “mettendo il segno + davanti al Pil”, come non perde occasione di ricordarci lo stesso Renzi, pur realizzando una performance che di certo non si può definire soddisfacente. La crescita è ripartita, ma è stata circoscritta ad alcuni settori industriali e trainata soprattutto dall’aumento dell’Export (che da Febbraio 2014 a settembre 2016 è cresciuto del 7,6%, causando anche un miglioramento della bilancia commerciale ). Come se non bastasse, i dati ci dicono che nel 2015 l’Italia è cresciuta proporzionalmente meno degli altri grandi Paesi dell’Unione Europea, tendenza che tra l’altro sembra consolidarsi nel 2016, anno in cui il Governo spera di raggiungere la fatidica soglia del +1%, confermando una sentenza incontrovertibile: quando l’Europa cresce, l’Italia cresce meno di tutti, quando il vecchio continente arranca, l’Italia sprofonda.

Se dal lato della produzione arrivano timidi segnali di ripartenza, dal punto di vista del mercato del lavoro durante i 1000 giorni di Governo Renzi si sono visti risultati in chiaroscuro: se da una parte infatti sono complessivamente aumentati gli occupati e diminuiti il tasso di disoccupazione (-1,1% da Febbraio ’14 a settembre ’16) e di disoccupazione giovanile, gran parte di questi nuovi “posti di lavoro” sono rappresentanti dai cosiddetti voucher, i buoni lavoro dell’Inps, nati originariamente per combattere il lavoro nero, che che negli ultimi anni si sono moltiplicati esponenzialmente, passando, per esempio, dai  69.195.377 voucher venduti nel 2014 ai 114.925.180 nell’anno successivo.

Un altro fronte spinoso per Renzi è senza dubbio quello della povertà, come si può facilmente intuire leggendo il rapporto del 2015 diffuso dall’Istat sul tema, secondo il quale ad oggi in Italia il 28,7% della popolazione è a rischio povertà e esclusione sociale, in timido aumento rispetto all’anno precedente.

Il quadro che emerge è quello di un paese che, trainato da una debole ripresa continentale, ha negli ultimi due anni ricominciato a crescere, ma che deve fare i conti con una situazione sociale interna drammatica, segnata dal dilagare del rischio della povertà e dalla minaccia della disoccupazione.
Ma quali sono stati i principali provvedimenti – e quali effetti hanno avuto – del Governo Renzi?

1023 giorni di politica economica targata Renzi-Padoan

Non è facile riassumere più di tre anni di governo e di politiche fiscali in un solo paragrafo, soprattutto considerando la pluralità di ambiti nei quali il governo guidato da Renzi è intervenuto, a cominciare da quello tributario.
Sotto questo punto di vista i principali provvedimenti varati da Renzi sono sostanzialmente ascrivibili nella volontà di abbassare in maniera piuttosto generica ed indistinta la pressione fiscale – ovvero il rapporto tra le entrate fiscali e il PIL – che, secondo il Governo, dovrebbe passare dal 43,4% del 2014 al 42,2% del 2017.
Tentativo che è passato concretamente dall’abolizione e/o riforma di numerose imposte presenti nell’ordinamento fiscale del nostro paese, dal taglio Irpef di 80€ per i lavoratori dipendenti, al taglio dei contributi per le assunzioni a tempo indeterminato, piuttosto che al taglio della componente del costo del lavoro dall’Irap, tutte misure utili per tagliare il cuneo fiscale sul costo del lavoro, fino alla cancellazione della tassa patrimoniale sulla prima casa, il cui costo per lo stato si aggira attorno ai 4 miliardi.
Nel complesso, chiarita la volontà generale di abbassare le tasse, ciò che appare evidente è una mancanza di logica e di coerenza attorno a questo piano, che nella testa dell’ex-Premier avrebbe dovuto toccare anche l’Irpef nel 2018. Se da una parte infatti si è cercato, intelligentemente, di rendere più competitivo il paese riducendo la componente fiscale dal costo del lavoro, dall’altra si sarebbe dovuto coerentemente spostare la tassazione sui consumi e sui patrimoni, esattamente il contrario di quanto ha fatto il Governo Renzi con l’abolizione della tassa sulla prima casa, l’ultima e unica patrimoniale presente in Italia, tagliata per motivazioni più elettorali che economiche.

Un altro provvedimento varato dall’esecutivo guidato dall’ex-Premier fiorentino e sostanzialmente ascrivibile alla medesima volontà di ridurre il costo per le imprese di produrre in Italia è il piano nazionale industria 4.0, un insieme di incentivi fiscali-e-non a disposizione di quelle imprese che intendono investire nella digitalizzazione dei processi produttivi e nella quarta rivoluzione industriale. Un piano volto non tanto ad abbassare il costo del lavoro, quanto più ad aumentarne la produttività nazionale, favorendo tanto la competitività quanto l’abbassamento dei costi per le imprese (se produco di più senza aumentare gli input, sto producendo in maniera più efficiente e posso dunque, a causa dell’abbattimento dei costi, anche abbassare i prezzi).

Se dunque dal punto di vista prettamente fiscale si può registrare il timido tentativo di favorire una riduzione della pressione fiscale stessa sulla produzione, occorre chiarire come parte di questo tentativo, orientato appunto alla riduzione del costo fiscale del lavoro, sia contenuta nel celeberrimo Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro che Matteo Renzi ha, prima proposto da segretario Pd, e poi varato da Presidente del Consiglio.
All’interno di questa ampia riforma hanno trovato spazio dunque non solo gli incentivi fiscali per le assunzioni a tempo indeterminato di cui sopra, il cui impatto è stato indubbiamente positivo, ma anche un pacchetto di riforme delle norme che regolano il mercato del lavoro piuttosto ampio e generalmente improntato all’importare nel paese il modello della flexsecurity, da cui l’abolizione dell’Articolo 18, l’introduzione del contratto a tutele crescenti e l’introduzione della NASPI, la nuova indennità di disoccupazione.
Nonostante qualche buon proposito e qualche buona novità, come la lotta alle dimissioni in bianco o appunto la riforma delle indennità di disoccupazione, per Matteo Renzi, quella del mercato del lavoro è stata una vittoria a metà. Soprattutto considerato ciò che, alternativamente al Jobs Act, sarebbe servito a un paese appena uscito da una crisi economica epocale come il nostro.
Allo stesso modo in cui è stato vitale e necessario rendere più conveniente per le imprese assumere a tempo indeterminato piuttosto che a tempo determinato, o abbassare il costo fiscale del lavoro, due grandi vittorie del Governo, sarebbe stato infatti fondamentale, per la tenuta sociale del paese ma anche per la sua economia, fare di tutto per non schiacciare il potere contrattuale dei lavoratori, rinunciando all’abolizione dell’articolo 18, in modo tale da rilanciare e sostenere i salari e dunque i consumi, i prezzi, la produzione, l’occupazione.

Non deve infatti stupire che il tema del mercato del lavoro e della definizione delle sue norme sia fortemente collegato con quello sociale della distribuzione del reddito e della ricchezza, nei confronti del quale troppo poco è stato fatto negli ultimi 1000 giorni, ma soprattutto poco o nulla si rischia di fare nei prossimi.
Non è e non potrà infatti essere sufficiente (nonostante rappresenti un’ottima novità!) l’introduzione del fondo nazionale contro la povertà recentemente approvato dalle Camere, il cui ammontare è stato definito per 1 miliardo e 150 milioni dal 2017. Troppo poco per affrontare una minaccia così grande.
Quello che davvero sarebbe stato utile, sia dal punto di vista economico per rilanciare i consumi, sia dal punto di vista sociale per rendere la nostra una società più giusta, è rendere universale questa manovra, finanziandola adeguatamente, ma soprattutto definendo gli strumenti concreti per l’erogazione del fondo. Cammino che, purtroppo, è stato interrotto dalla crisi di Governo e che, a causa della imminente monopolizzazione della scena politica da parte della legge elettorale, difficilmente ricomincerà.

Vi è dunque una forte e indubbia correlazione tra il tema della povertà, della disuguaglianza e quello della produzione, soprattutto in un economia “stagnante” come la nostra.

La distribuzione del reddito e della ricchezza non rappresenta infatti solamente un fattore di equità e di giustizia sociale, ma anche e soprattutto un fattore di rilancio dei consumi. Una forte redistribuzione della ricchezza nel paese avrebbe contribuito infatti a rilanciare i consumi interni e la produzione presumibilmente molto più di quanto hanno fatto i vari bonus ideati dal Governo Renzi, come il bonus studenti, insegnanti, lavoratori, pensionati, bebè…

In conclusione

Naturalmente, non di solo fisco, bonus e Jobs-Act ha vissuto la politica economica di Matteo Renzi, fondata sostanzialmente sulla drastica volontà di ridurre indistintamente la pressione fiscale per rilanciare gli investimenti, ma è di queste manovre, fiscali-tributarie da un lato e distributive dall’altro, che ha vissuto il suo Governo.

Governo che invece avrebbe dovuto dotarsi di maggiore coraggio nell’intraprendere politiche economiche davvero anticicliche, come ha fatto tra l’altro intendere di volere fare sia in Parlamento, dove ha promosso politiche di bilancio timidamente espansive, seppure nel complesso incoerenti e insufficienti per quanto riguarda il tema della disuguaglianza e dei consumi interni, sia in Europa, dove ha il grande merito di avere cambiato, di concerto con le forze politiche dell’EP, l’agenda economica della Commissione, prima spingendo per ottenere, e poi facendo bottino dei finanziamenti del Piano Juncker.

 

 

TAG: economia italiana, Governo Renzi, Ministro Padoan, politica economica
CAT: Bilancio pubblico

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