Il Pd è piccolo e diviso su tutto, ma si ricompatta sulla guerra a Cappato

6 Aprile 2018

Fabiano Antoniani, in arte di Fabo, la sua decisione l’aveva presa. A quanto pare non aveva più dubbi, quella vita inchiodata a un corpo rigido come il marmo e molle come un mollusco non era la sua. Tanto aveva deciso che – pare – di farla finita anche passando per le vie brutali: cercando qualcuno disposto al gesto estremo, quello di premere il grilletto.
La storia va “per fortuna” diversamente, come tutti sappiamo, e passa per un supporto umano che è anche un vero atto politico, quello di Marco Cappato che accompagna Dj Fabo in Svizzera, in una clinica dove si pratica il suicidio assistito.
Il tribunale di Milano chiamato a giudicare sulla commissione del reato di aiuto è istigazione al suicidio, disciplinato dall’art 380 codice penale, sottopone il caso alla Corte Costituzionale, sollevando l’ipotesi che la norma incriminatrice, figlia del codice penale fascista del 1930, alla luce dell’evoluzione legislativa e giurisprudenziale, sia oggi almeno parzialmente illegittima. Se questo dovesse essere la decisione della Corte Costituzionale, da poco integrata proprio dal Governo con la nomina del professor Francesco Viganó, grande esperto di temi in materia bioetica, avremmo un doppio effetto: Cappato uscirebbe dal processo penale perché il fatto non costituisce reato, da un lato, e casi analoghi non potrebbe più essere oggetto di processo.

Tra il presente e questa soluzione, da un paio di giorni, si è messo un ostacolo politico e giuridico non da poco, ed è la posizione processuale ufficiale assunta dal governo. Già, quel che resta del governo Gentiloni, infatti, ha deciso di partecipare attivamente al giudizio, costituendosi a difesa della norma eccepita dal Tribunale. Non è – come si è detto frettolosamente – un “atto dovuto”, visto che appartiene alla discrezionale valutazione giuridico-politica (o il contrario?) di ogni esecutivo, in casi come questo. E non è vero che è un atto neutro, dal punto di vista dell’orientamento, visto che l’avvocatura dello stato indica esplicitamente la via di una condanna, pur con attenuanti, per Cappato, spingendosi de iure e de facto a indicarla come un’interpretazione costituzionalmente compatibile della norma in questione.
Chi è interessato, comunque, può leggere tutto qui, e arrivare fino all’altra e – diciamolo – quasi offensiva affermazione per cui chi proprio vuole suicidarsi è lasciato libero nel nostro ordinamento, a patto di fare “tutto da solo” (condizione ovviamente preclusa a Dj Fabo e a chi sia per malattia o trauma costretto a dipendere da uomini e macchine).

Ma qui, vedete bene, il tema non è ancora giuridico. Di questo si occuperà la Corte costituzionale. Personalmente mi auguro che interpreti l’art. 580 cp come incostituzionale nella parte in cui prevede che non rispetta la specificità della condizione di chi, pur avendo espresso in modo fermo e autonomo la volontà di morire, è impossibilitato ad agire in autonomia tale volontà. In ogni caso, comunque deciderà, la corte con ogni probabilità agirà meglio di come (non) ha agito una classe politica che, tutta attenta alla propria sopravvivenza, continua a essere un po’ distratta quando si tratta delle uniche cose che tutti ci riguardano, come la vita e la morte.

Perché, vedete bene, il tema dicevamo non è giuridico, ma tutto politico. L’atto di costituzione da parte dell’avvocatura dello stato è firmato dalla sottosegretaria Maria Elena Boschi, tessera numero 2 del potere renziano. Ma è del tutto ovvio che nel tirare le fila della vicenda ha avuto un ruolo fondamentale il presidente del Consiglio dimissionario Paolo Gentiloni. E che altrettanto centrale, per competenza politica e tecnica, è stato il ruolo di Andrea Orlando, ministro della giustizia. Del resto, se dubbi ci fossero sulla comunanza di intenti tra le varie componenti del partito, plasticamente rappresentata dai tre nomi di governo appena citati, dovrebbero essere fugati dal silenzio con cui la notizia è stata fatta passare, affidando qualche prudenza a qualche pietoso retroscena. Nessuno ha avuto voglia di strappare o litigare, sul punto, e questo resta agli atti.

È comprensibile del resto: dalle parti del pd hanno cose più importanti a cui pensare. C’è l’adesione al Pse da ridiscutere, c’è la questione di come difendere la propria intenzione di stare all’opposizione, c’è il pronto logoramento del segretario Martina o la sua difesa, e se difesa deve essere basta che sia tattica o va pensata come strategica? È evidente, son tutte questioni molto più importanti, e fate bene a ricordarvi di quelle e a “dimenticarvi” di Dj Fabo e di Cappato. Noi invece ci ricorderemo di tutto, la prossima volta che ci chiederete un voto utile. Aggettivo che, non a caso, spesso si accompagna con un altro, ed è “idiota”.

TAG: Dj Fabo, Marco Cappato
CAT: Bioetica, Partiti e politici

2 Commenti

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  1. dionysos41 2 anni fa

    Condivido dalla a alla z, e posterò la condivisione anche su Facebook. Se penso che negli anni di liceo, quasi 60 anni fa, già mi si diceva che l’Italia non aveva realizzato la rivoluzione liberale che si era realizzata negli altri paesi, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, mi rendo conto che siamo ancora al chiodo, e che la discusione di un diritto divide il paese prprio perché il paese non ha “metabolizzato”, per usare un’espressione oggi di moda, il concetto di diritto. Che sia il divorzio, o l’interruzione della gravidanza, o l’unione civile tra persone dello stesso sesso, e in questo caso odierno, la decisione di finire la vita quando decido io, si torna sempre al chiodo, ed è che non si riconosce la fattispecie del diritto. Si tirano giù i massimi sistemi ideologici e religiosi – mai, però, quelli scientifici, e questo è non solo significativo, ma tipico della cultura corrente degli italiani o, spero, di una parte degli italiani! -.la sacralità del matrimonio, della vita, la legge naturale (ma di quale natura, prima o dopo Darwin?), la morale, anzi l’Etica (ma quale, di chi, di quale religione?), pur di non affrontare il problema centrale, il nodo della questione: che si sta discutendo di un diritto! Possono pure non riconoscerlo, negarlo, calpestarlo, offenderlo – il diritto resterà diritto, e quando finalmente lo avranno compreso tutti gli italiani sarà finalmente, anche se in ritardo rispetto al resto dell’Europa, riconosciuto da tutti. L’Italia oggi è un paese laico solo sulla carta costituzionale, di fatto non lo è ancora. Si sente il bisogno di una legge che lo sancisca definitivamente, com’è avvenuto in Francia dal 1905! Poiché sembriamo così sensibili a rispettare la più cavillosa lettera di una legge, sarà forse il momento che una legge la quale sancisca la laicità dello Stato impedisca a chiunque di reintrodurre codici di pensiero e di comportamento estranei a qualunque Stato laico. Dirò di più: non sono sicuro che tutti i cattolici condividano quest’impostazione integralistica, invasiva della morale cattolica nelle strutture dello Stato. Già nel secolo XIV Dante Alighieri, nella “Monarchia”, invocava l’assoluta separazione di Stato e Chiesa. Quell’invocazione di sette secoli fa in Italia resta ancora inevasa, inesaudita.

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  2. pier53 2 anni fa

    Dissento, totalmente. Inutile confusione tra piano istituzionale e piano politico; e poi basta col prendersela ad ogni costo con la politica, sempre speciosa, e col PD in particolare.
    Allora, il governo, non il PD, ha recentemente nominato, non a caso e alla vigilia dell’ingresso in Corte di temi particolarissimi, un galantuomo, uno studioso sensibile ai temi etici.
    Lo scrive anche il commentatore che precede, secondo il quale sarebbe pur tuttavia schizofrenico, ma come dire semplicemente politico e quindi inaffidabile, secondo il metro di giudizio pentastellato tanto di moda, che la Boschi, orrore, decida di resistere al ricorso per sostenere la costituzionalità della norma impugnata di incostituzionalità.
    Sennonché quello, per un governo serio, doverosamente istituzionale, è un atto dovuto.
    Come potrebbe non difendere ciò che c’è, una volta che non è neppure in corso la modifica di quella norma?
    Non sarebbe imbelle e non-istituzionale un governo rappresentante un Paese intero che non si riconoscesse nelle sue leggi e che non avesse almeno in corso il tentativo di modificarle?
    L’atto è dovuto, serio, coerente col ruolo.
    Lo è ancor di più se si pensa allo spessore della recente nomina del Giudice costituzionale.
    Concludo ricordando che esistono le cosiddette sentenze suicide, quelle cioè che l’estensore in disaccordo col collegio, o il collegio niente affatto in linea con l’orientamento prevalente, pronuncia nella chiara, solare, evidente contraddittorietà fondante un agevole appello foriero di un riesame totale e, magari, con esito (sperabilmente) opposto.
    Chissà, forse è questa la speranza del Governo e di molti italiani, ma lo Stato e le leggi vigenti sono, formalmente, un’altra cosa.
    Ogni tanto dovremmo ricordarcelo.
    Cordialità

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