Pallonate – 04

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28 giugno 2018

L’angelo della storia, correndo in avanti ma con lo sguardo rivolto all’indietro, ogni tanto prende una cantonata e, per il dolore, si mette a ululare come un belzebù.

Le bestemmie dell’angelo noi non le possiamo sentire, qualora le sentissimo non le intenderemmo, e se pure, le sentissimo e le intendessimo, allora cadremmo all’istante, fulminati.

Così funziona con gli angeli.

Ma quelle imprecazioni sono comunque tali da creare scompiglio nei cieli e produrre dissonanze fatali nella sinfonia delle sfere.

La eco di una di tali dissonanze, ieri, ha planato sul Volga e ha sfiorato lo stadio di Kazan producendo una piccola ma significativa increspatura spaziotemporale che ha modificato maleficamente l’ordine delle cose.

Per misurare l’entità di quello che è accaduto dobbiamo rifarci alla definizione, sintetica ma efficace e istruttiva, con cui Gary Lineker introduceva al calcio i bambini desiderosi di apprenderne i rudimenti:

“E’ un gioco semplice: ventidue uomini rincorrono un pallone per novanta minuti e alla fine la Germania vince”.

Ebbene…la Germania ha perso!

So che molti, oramai assuefatti ad ogni genere di pornografia, la prenderanno a ridere.

Io lo sconsiglio. Non sono cose da prendersi alla leggera.

E’ vero. Questa squadra non meritava altro.

Vederla trascinarsi per tutta la partita dal centrocampo al limite dell’area per poi, ottusamente, stancamente, ripetutamente, sparacchiare le medesime, risapute e inconcludenti pallonate è stato, a dir poco, penoso.

Ma già questo testimonia la diabolicità degli eventi.

Si pensi: i messicani, eredi di Montezuma, avevano già provveduto ad immolarsi sull’altare della storia (in ossequio a tradizioni sacrificali risalenti alla notte dei tempi) facendosi asfaltare dalla Svezia ed offrendo ai taralli teutonici l’occasione di passare il turno con un solo gol.

Ma quelle bietole calafatate, quei tralicci arrugginiti, quelle giraffe morenti oramai prive di articolazioni e cartilagini, non avrebbero segnato neppure se la terna arbitrale li avesse accompagnati suonando allegramente il fischietto e agitando gioiosamente le bandierine fin dentro alla porta avversaria, mentre il quarto uomo gli incartava il pallone in confezione regalo.

Solo la nazionale italiana sarebbe stata capace di una prestazione simile con una qualche Corea del nord o del sud.

E questo, lasciatemelo dire, è mostruoso.

I primi effetti di tale cacofonia cosmica non hanno tardato a mostrarsi.

Appena un paio d’ore dopo aver planato su Kazan la turbolenza interstellare proseguiva verso ovest e faceva sì che la hybris di un misirizzi col ciuffo chiamato Neymar trionfasse a Mosca dandogli sotto, di tacco e di punta, in forma di ballerina del Bolshoi e più lezioso della controfigura di Shirley Temple.

Solo il tutù (forse) ci sarà risparmiato.

La via ai quarti (coi messicani assuefatti al sacrificio) per codesto gagà da operetta è spianata. Solo Eupalla, dea capricciosa e volubile, ci può salvare.

TAG: Cultura, mondiali di calcio
CAT: calcio, costumi sociali

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