The new journalism? Eccolo: Rep e Corriere senza inviato alla partita del secolo

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10 marzo 2017

È solo per una modesta beffa del destino se il nuovo numero di Internazionale titola: «La fine dei fatti» e ci perdonerete se con quel pizzico di istinto carogna che anima le nostre giornate ve lo proponiamo nella splendida cornice dei nostri amati Repubblica e Corriere. Ma certo, mai titolo fu più azzeccato (ancorché involontario). Inutile girarci intorno: i nostri giornali più importanti, economicamente e culturalmente più attrezzati, non avevano un inviato sulla partita del secolo, Barcellona-Paris St. Germain. Naturalmente le cronache sono regolarmente uscite e lo spazio dedicato sufficiente a non arrossire di vergogna, ma sta di fatto che la partita è stata seguita in redazione davanti al tv. Il concitato sviluppo della medesima deve aver imposto un redattore fisso via via che i minuti scorrevano e il Barca matava, tanto che a quel punto Carlos Passerini e Cosimo Cito si sono trasformati da cucinieri di redazione negli inviati di punta dell’intera corazzata editoriale. Bravi loro, intanto, ad aver portato a casa cronache calde e appassionate.

Il web dunque si è fatto carta. Ha fatto saltare il tavolo e quei cerimoniali antichi dei vecchi giornali, imponendo la sua durissima legge. Stravaccati in poltrona, si è raccontato di un evento epocale. Conseguenze per il lettore? Le vedremo più avanti. Conseguenze per le vendite? Probabilmente nessuna. Chi voleva comprare Rep e Corriere lo ha fatto egualmente e del resto non si può contrattare (anche se non sarebbe male) un primo controllo con l’edicolante per vedere se accattare o lasciare. Chi vi scrive ha comprato come sempre i suoi affezionatissimi compagni di strada, restandone stordito a cose fatte (e viste). A cose fatte e viste, ci siamo permessi unicamente un paio di tweet in direzione di Corriere e Repubblica, lamentando di un terribile “vuoto” giornalistico. «Non ci hanno creduto», così si scriveva. Ci ha risposto Beppe Smorto, vice direttore di Rep e giornalista sportivo di lunghissimo corso, buttandola simpaticamente in caciara: «Più che altro, ci avessi creduto, me la giocavo».

E allora ci possiamo giocare subito anche la carta del buon giornalismo. Si dirà, con una certa logica: ma chi poteva immaginare. Nessuno alzerà la mano com’è giusto che sia. È sufficiente per avere il cuore pacificato? Temiamo di no. Anzi, noi speriamo in un post-struggimento che abbia tormentato l’intera redazione sportiva su su fino ai direttori Fontana e Calabresi, i quali potranno dire un giorno ai nipotini: a quella partita di cui leggi su Wikipedia e di cui stai chiedendo a nonno tuo, noi non c’eravamo. Per scelta, eh. L’abbiamo mancata. Ma come nonno, mancata? Sì, caro nipote, mancata.

Temiamo fortemente che nessuno sia grandemente incazzato. Né i direttori né le redazioni interessate. Temiamo che nessuno la stia vivendo come un impoverimento, ma solo come un incredibile, inaspettato, impazzito, evento del destino. E come tale inimmaginabile. Difendersi con l’inimmaginabile, in fondo ci sta. Ai nipoti, soprattutto a distanza di tanti anni, sarà del tutto inutile raccontare di Mondardini e Cairo, gli orchi cattivi di Repubblica e Corriere. I bambini non capirebbero. Ma tra noi contemporanei due parole ce le possiamo anche dire. Sulla logica di una certa scelta giornalistica quanto ha inciso la compressione dei costi, la paura d’essere ripresi dalle amministrazioni: ma come, avete mandato un inviato su quella stronzata di Barcellona-Psg che è finita 1-1? Ragionare sui fatti del mondo con la pressione dei costi non è semplice. Inquina alla radice ogni avventura, abbatte in percentuale gli entusiasmi, anche eventualmente i più pazzoidi o visionari come sarebbe stato l’istinto-killer di seguire comunque dal vivo una partita del genere. Perché ovviamente “solo” il Barcellona avrebbe potuto disvelarci che il re è nudo. E lo ha fatto, in modo anche impietoso. Se poi vogliamo restare alla realtà delle cose, a cose fatte, appunto, si deve concludere che i giornali hanno commesso una cappellata epocale. Non erano presenti al fatto del secolo. Del secolo, non del mese. Il tutto per una spesa di euro 500 circa (sappiamo che su ricerca alberghi e voli low-cost Cairo è un autentico fuoriclasse).

Si parla molto di “New Journalism”. È un modo elegante per dire che molto si farà da casa, davanti a un computer. E chi vuole partire partirà a sue spese (e magari morirà a sue spese). Le operazioni editoriali che nascono in questa congiuntura sono destinate a uno sforzo intellettuale maggiore, non avendo la possibilità di “vedere” sul campo perché non ci sono fondi. Quindi si studia molto, si ragiona tantissimo, si approfondisce uno sproposito che è anche bello e istruttivo, ma quasi più nessuno vedrà con i propri occhi. Da una parte è un arricchimento, perchè costringe a una precisione e a uno studio davvero attento dei fenomeni, dall’altro è come il rintocco di una campana che non produce il suono, sordo, raggelante, freddo. Un non-giornale insomma. Un tratto enciclopedico senza emozione che alla fine ti scassa anche i cabbasisi.

Restano i lettori, appunto. Che nei discorsi programmatici di tutti i direttori “sono i nostri veri editori”. È una bubbola che non tiene più. Ma l’operazione di ridurli a passivi sottoscrittori di un euro e cinquanta giornaliero è riuscita. Chi versa il suo obolo non è quasi più un lettore felice. E forse non è più neanche un lettore.

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CAT: calcio, Media

Un commento

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  1. akron 2 anni fa
    Molto, molto d'accordo con l'acuto Michele Fusco. Oltretutto le manifestazioni sportive sono ormai gli unici eventi (programmati, quindi semplici da gestire) che ha senso seguire in diretta, sul posto, perchè la tv rende tutto più selettivo e parziale - più falso. Come nel caso di quanto accaduto a margine di Borussia - Monaco dell'altro giorno.
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