I Panama Papers e la necessità di un’imposta mondiale sul capitale

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19 aprile 2016

Cosa hanno in comune i Panama Papers e Thomas Piketty? Semplice: entrambi suggeriscono la necessità di un’imposta mondiale progressiva sul capitale.


 

E’ notizia di questi giorni che la risposta degli organismi internazionali allo scandalo dei «Panama Papers», l’inchiesta giornalistica che il 3 aprile scorso ha portato alla luce milioni di documenti contenenti una rete di “conti segreti” e società offshore nascoste nei paradisi fiscali spesso per eludere o evadere il fisco, sarà una «piattaforma comune» di regole e raccomandazioni di cui faranno parte l’Onu, la Banca mondiale, l’Ocse e il FMI di Lagarde, che ha dato l’annuncio.
Si tratterà di un’iniziativa che, se verrà posta in essere, ricalcherà in qualche modo le richieste di Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, i quali, tramite i rispettivi ministri delle finanze, avevano esortato il G20 a intraprendere una serie di misure sanzionatorie e di scambio di informazioni sulle società di comodo.
Si tratta di risposte che, se efficacemente applicate (cosa non affatto scontata), potrebbero rappresentare un’effettiva risposta al problema che questa inchiesta ha sollevato e portato all’attenzione dei cittadini di tutto il mondo, vale a dire l’enorme diffusione di pratiche di dubbia legalità e indubbia immoralità di elusione ed evasione del fisco.
Dal momento in cui infatti le società offshore vengono create per non rendere pubblica l’entità dei patrimoni, per sottrarli al fisco ,per coprire eventuali operazioni illecite, o semplicemente per tenerli lontani dagli occhi indiscreti, l’introduzione in questo delicato meccanismo di elementi di trasparenza o sanzionatori andrebbe a minare i presupposti stessi di questa pratica, rendendo nei fatti contemporaneamente impossibile, per i detentori dei capitali, la segretezza agli occhi dei governi ai quali  dovrebbero versare i tributi , e per gli Stati che ospitano le sedi di queste società “fittizie” la convenienza a continuare a farlo, messa seriamente in pericolo dalle sanzioni internazionali.

Quello che la cronaca e la vicenda dei Panama Papers però ci suggerisce, oltre alla necessità di un altissimo grado di trasparenza finanziaria internazionale, è una vera e propria riforma fiscale internazionale: una riforma che dovrebbe essere condotta nel senso dell’introduzione di un’imposta globale e progressiva sul capitale, come suggerisce Thomas Piketty nel suo Il capitale nel XXI secolo.
L’enorme mole di informazioni contenuta negli oltre 11 milioni di documenti segreti infatti non fa altro che fotografare un’economia mondiale in cui i capitali, non conoscendo barriere, (al contrario dei lavoratori), si spostano da un paese all’altro, seguendo l’unica bussola della massimizzazione dei profitti dei prodotti finanziari e della minimizzazione del peso del fisco, non finanziando dunque lo Stato Sociale dei paesi dei propri detentori, e contribuendo inesorabilmente all’affermazione di una realtà di grande disuguaglianza sociale ed economica tra i detentori di grossissimi capitali, spesso detenuti appunto all’estero, e il cosiddetto “99 percento”.
In un contesto come questo, secondo Piketty, l’introduzione un’imposta globale patrimoniale è “necessaria perché la democrazia possa riprendere il controllo del capitalismo finanziario globalizzato”. Ciò che di questa assunzione viene confermato dai Panama Papers è la necessità di applicazione su scala globale: perché la patrimoniale sia efficace deve essere globale, e perché sia davvero globale, dunque, tutto il mondo deve parteciparvi in maniera trasparente.
Un progetto di questo tipo dovrà quindi essere accompagnato dall’introduzione di programmi di comunicazione automatica delle informazioni bancarie che vengano sottoscritti anche da quei paesi che ad oggi ospitano paradisi fiscali e che, per esempio, vengono citati nei Panama Papers, ai quali e alle cui banche, in caso di mancata collaborazione, dovrebbero essere inflitte sanzioni assai severe.
E’facilmente intuibile infatti come la trasparenza finanziaria rappresenti un fondamentale pre-requisito per qualunque riflessione sull’imposta sui capitali, come chiarisce lo stesso economista francese.

Una volta chiariti quali siano i presupposti perché un’imposta di questo tipo possa essere riscossa, resta dunque da chiedersi quali siano i vantaggi che da questa possa trarre l’economia mondiale e occidentale.
E’ utile, a questo proposito, fornire un distinguo tra i vantaggi di carattere strettamente economico e quelli indotti dalla maggiore trasparenza che questo progetto porterebbe con sè nel panorama finanziario mondiale. Per quanto riguarda i vantaggi di carattere economico, la tesi di Piketty è basata su un modello secondo  il quale l’imposta globale patrimoniale, pur trattandosi al giorno d’oggi di un’utopia, seppure estremamente utile, in quanto in grado di rappresentare un punto di riferimento con il quale confrontare le politiche portate avanti per arrivarne al raggiungimento attraverso tappe graduali, non sia finalizzata tanto a finanziare lo stato sociale, quanto più a regolamentare l’intero funzionamento del capitalismo. Nel dettaglio, la regolamentazione del capitalismo, esigenza più che mai concreta, avverrebbe agito riducendo le disuguaglianze economiche che tanto male stanno facendo alle nostre economie, regolamentando il sistema finanziario, garantendo contemporaneamente la possibilità di meglio coglierne le contraddizioni interne e gestirne eventuali situazioni di crisi, costruendo un regime fiscale in grado di tassare gli attivi di tutte quelle persone il cui reddito fiscale appare manifestamente insufficiente se comparato al patrimonio, integrando dunque l’imposta progressiva sul reddito, e di “obbligare chi impiega male” il proprio capitale a disfarsene pagando le imposte e cedendo i propri attivi a proprietaripiù “dinamici”. Per quanto riguarda invece i vantaggi derivanti dal maggiore trasparenza indotta da un’imposta globale di questo tipo, l’imposta vagheggiata dall’economista francese, producendo necessariamente maggiori conoscenze e informazioni su patrimoni e ricchezze, produrrebbe contemporaneamente maggiore consapevolezza nella popolazione circa gli indecenti livelli di disuguaglianza che caratterizzano le nostre società, maggiore precisione nell’estendere anche ai paradisi fiscali gli accordi internazionali sulle comunicazioni bancarie, traguardi non di poco conto.


Per approfondire, il commento di Piketty sulla vicenda Panama Papers, qui .

TAG: panama papers, piketty
CAT: Capitali, macroeconomia

2 Commenti

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  1. massimiliano-zanoni 4 anni fa
    Avevo capito che i paradisi fiscali servissero ad evitare le tasse sui capitali quindi a che servirebbe applicare altre tasse? Non sarebbe meglio ridurre la possibilita che quegli enormi divari di ricchezza si generassero, magari seguendo Keynes invece che Piketty?
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    1. matteo-broso 3 anni fa
      Nel momento in cui un'imposta di questo tipo si accompagna a una seria operazione di trasparenza nel mondo finanziario globale, come scrive lo stesso Piketty, non vi è più possibilità che i paradisi fiscali esistano. L'introduzione di un'imposta di questo tipo permetterebbe, anzi, contribuirebbe a permettere, sia di evitare che si creino quegli enormi divari di ricchezza che lei cita, sia che i capitali fuggano in paradisi fiscali. Due piccioni con una fava. No?
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