Pedagogia del cornetto

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16 Settembre 2020

Stamane ho visto un gruppo di paciosi giovanissimi, ragazzi e ragazze, gustare con calma ed allegria dei cornetti seduti ad un bar cittadino. Alle volte un’immagine così consueta può scatenare improvvisi flussi di coscienza. Chissà perché. Forse la mente elabora a modo suo il lungo periodo di lockdown pregresso. Oppure attiva meccanismi di protezione contro lo strabordare della violenza che ci investe in queste ultime settimane (dall’uccisione di Willy Monteiro, allo stupro di due quindicenni sulla spiaggia ad opera di otto ragazzi, alla vicenda di Ciro, il transessuale di Caivano, e dell’uccisione della sua compagna). Insomma, mentre la follia e l’aggressività esplodono laddove tutti o quasi pensavano al prevalere della bontà e dei nobili sentimenti dopo il lockdown, io mi sono soffermata su quei ragazzi, sui loro sorrisi, sulla lentezza con la quale gustavano quella delizia e sull’amicizia che attraversava i componenti di quel gruppo. In sociologia si parla di etnometodi a proposito dell’attenzione che si focalizza su attività comuni e scontate della gente, esaminandole come se si stesse analizzando un evento straordinario. Lo scopo di questa pratica è di svelare le logiche sottese alla nostra società e alla nostra cultura. Un esempio: se mettiamo un libro o un elettrodomestico nelle mani di un selvaggio, vedremo che egli non sa attribuirvi un significato e comprenderne il funzionamento, che per noi invece è un fatto scontato. Se pensiamo ai mesi interminabili di didattica online che ha interessato milioni di studenti in Italia, ecco che quasi quasi siamo portati a rivalutare come un evento straordinario la sempre efficace e intramontabile lezione frontale, basata sull’approccio empatico e sulla parola, suscitatrice di emozioni e di reazioni, proprio per l’eccezionalità della situazione che tanti ragazzi si sono trovati ad affrontare. Ed ecco che anche quell’innocente cornetto ci riporta ai valori, ai simboli, ai significati profondi di una civiltà. Perché in questi ultimi giorni si è anche tanto parlato della cultura (io direi più sottocultura) della movida, in cui prosperano tanti fenomeni di violenza e devianza giovanile che esplodono in drammatici fatti di cronaca. E invece no: quella dolce pietanza è lì che cementa legami, che stimola il dialogo, che addolcisce la mattinata, che fa capolino come un dono nella mattinata di quel gruppo di ragazzi con tutta la vita davanti. Ci ho intravisto un valore addirittura pedagogico. Pensate a quanti legami, chiarimenti, buoni affari, amori, discorsi si costruiscono attorno a certi per noi scontati riti culinari: il caffè, la cenetta insieme, il dolcino e il cornettino. Per una volta erano spariti anche gli immancabili smartphone e quei ragazzi mangiavano, parlavano e sorridevano guardandosi negli occhi, e guardando i loro cornetti caldi. L’uomo, animale sociale, è portato a placare la sua irritabilità ed a ragionare meglio a stomaco pieno. Meglio se il cibo è condiviso. Il mio flusso di coscienza, allora, mi porta a pensare non a gioventù obesa per via di stravizi gastronomici. No. Ma a quanta attenzione ci diamo l’uno con l’altro. Quanto ci parliamo. Quanta cura ci mettiamo nell’ascolto reciproco. Quanto le famiglie riescano o meno in questo delicato e difficile compito con i figli. E intanto quei cornetti così deliziosi e così utili sono lì. A scomparire lentamente, mentre svolgono una essenziale funzione nutritiva e pedagogica.

 

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CAT: cibo & vino

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