Vi racconto come il cioccolato si è diffuso nel mondo

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3 Aprile 2021

Furono i monaci spagnoli ad introdurre il cioccolato dolce in Spagna, nel 1590. Essi vi mescolavano miele e vaniglia. In Italia fu Torino a diventare la capitale italiana del cioccolato, grazie al capitano generale dell’esercito spagnolo, EMANUELE FILIBERTO I DI SAVOIA , il quale, secondo la tradizione, fu il primo a farlo conoscere in Italia. Infatti a metà del Cinquecento, egli avrebbe ricevuto del cacao dall’imperatore Carlo V come premio perla vittoria di San Quintino sui francesi. L’introduzione del cioccolato in Italia passò e fu rafforzata dalla serie di matrimoni tra i rampolli di casa Savoia e le infante di Spagna e le principesse francesi, le quali erano abituate a portare con sé un codazzo di cuochi, pasticceri e camerieri. Per lungo tempo la gustosa bevanda sarà appannaggio delle classi più abbienti, ed è soltanto nel 1678 che essa diventò di largo consumo, in quanto il pasticciere Antonio Arri (o Ari) ebbe dai Savoia il permesso reale di «vendere pubblicamente la cioccolata in bevanda per anni sei prossimi dalla data della presente». Con la rivoluzione industriale la cioccolata diventa accessibile a tutti, a qualsiasi ceto sociale appartengano. Le prime fabbriche nascono in Francia. Mentre la prima barretta della storia vede la luce nel 1849 a Birningham. Nel tempo, Torino diventa l’epicentro dell’industria cioccolatiera in Italia. Le fabbriche da cioccolata nella capitale sabauda proliferano nel corso dell’Ottocento grazie ad una adeguata rete cittadina di canali idraulici in grado di garantire l’energia necessaria per la meccanizzazione delle operazioni di preparazione del cioccolato. Nascono così la Caffarel (1832), la ditta Talmone (1850), la Moriondo e Gariglio (1872), la Venchi (1878). Alla scuola torinese del cioccolato si forma Francois-Luis Cailler che nel 1819 fonda a Vevey la prima fabbrica svizzera di cioccolato. Nel 1865 viene inventato il cioccolato “gianduja”, dove il cioccolato è mescolato con la pasta di nocciole. Al successo del gianduja si affianca quello del bicerìn (lett. bicchierino), tipica bevanda piemontese a base di cioccolato, caffè, crema di latte, e a scelta, un goccio di rhum. Pare che la ricetta di quest’ultima sia dovuta allo storico locale torinese Caffè Al Bicerin (del 1763) che da allora ne porta il nome, e che conserva gelosamente ricetta e dosi di ciascun ingrediente. Estimatore della squisita bevanda sono stati Camillo Benso di Cavour, Pablo Picasso, Alexandre Dumas padre, Ernest Hemingway (grande amante anche dei cuneesi al rhum), Umberto Eco, il quale nel suo libro “Il cimitero di Praga” cita l’omonimo caffè storico. Nel 1900 in Belgio viene prodotta la prima barretta con le attuali dimensioni e peso: 30-45 gr. Nel 1922 in Italia, una geniale imprenditrice umbra, Luisa Spagnoli, impasta con le sue mani il primo Bacio Perugina. Il successo è travolgente.

Breve estratto dal Num, 23/2017 della rivista Reportages Storia & Società. Potete leggere l’intero reportage sul cioccolato qui.

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CAT: cibo & vino

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