Siamo quel che mangiamo o mangiamo quel che siamo?

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24 Maggio 2016

La teologia fu, un tempo, il perno della riflessione umana. Non c’era possibilità, per l’intelligenza, di non incernierarsi su di essa. Poi, con il diffondersi della mentalità scientifica moderna si sviluppò la specializzazione del pensiero che, della celebre intimazione di Alberico Gentili, fece il suo stendardo : “Silete theologi in munere alieno!”. Oggi nessun teologo si azzarderebbe a muovere un passo fuori dalla sua fortezza senza il conforto del principio di indeterminazione e della fisica quantistica. Ma la teologia è stata sostituita dalla die-t(e)ologia, pensiero planetario dalla pervasività invulnerabile grazie ad un pragmatismo a tutta prova. Che Dio esista oppure no, che sia onnipotente oppure no bisogna mettersi a dieta: Dio sarà anche morto ma noi, per sicurezza, è meglio che mangiamo verdura. E neanche quello basta. Bisogna lavarla con particolari accorgimenti, talvolta bollirla, talaltra consumarla cruda, oppure (qualcuno dice) friggerla con olio d’oliva…dipende da una miriade di fattori, quasi tutti imperscrutabili alla mente umana. Insomma ogni volta che mangi ti addentri in un campo minato. Su dieci post che si leggono sui social, quattro riguardano quello che devi mangiare, tre ti spiegano come lo devi mangiare e due prevedono il tuo stato di salute dopo averlo mangiato. L’ultimo è quasi sempre una foto del nonno che diventò centenario fumando tre pacchetti di trinciato al giorno. Ci si spiega con profusione di analisi mediche e dettagli biochimici che se mangiamo la tal cosa creperemo, con il conforto della statistica, tra atroci sofferenze per rispiegarci il giorno dopo, con uguale profusione di scienza che, dati alla mano, invece creperemo solo se non la mangiamo. Per qualche tempo ci si limiterà a ciò che transita dall’orifizio superiore ma si può prevedere che presto saremo dettagliatamente informati (ingredienti e stato di conservazione) su ciò che fuoriesce da quello inferiore. La filantropia con cui salutisti, vegetariani ed attrezzisti da palestra ci rendono la vita impossibile è meravigliosa. Con il sorriso dei giusti spiegano al popolo che mangiando la trippa non possono non cadere i denti e i coglioni e con la serenità dei saggi predicano alle genti che chi mangia tonno in scatola si vota ad una morte spaventosa. Ma, a parte i social forum, il fatto è che cercare qualcuno che non sia un alimentarista, qualcuno con cui dividere a pranzo un panino con provola e salame, è oramai uno spreco inutile di tempo. Mangiare mortadella scivola inesorabilmente, rassegnamoci, dal versante del comportamento borderline a quello del crimine perseguibile per legge. Guardiamo, come si dice, il lato positivo: è confortevole che ci sia chi si preoccupa della nostra educazione alimentare e viglia sul nostro benessere senza concedersi (ma soprattutto concederci) tregua. Di più non possiamo pretendere. Basta solo non cedere alla forte tentazione di diventare cannibali.

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CAT: cibo & vino, consumi

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