Io, Daniel Blake

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3 novembre 2018

Karl Marx amava dire che avrebbe voluto una società in cui si prestasse ascolto ai poeti. Perché Marx la pensasse in questo modo lo spiegò Elio Vittorini, in un passo assai bello, apparso in quella rivista semi leggendaria e oggi sconosciuta che si chiamava “Il Politecnico”, pubblicata tra il settembre del 1945 e il dicembre del 1947 (prima settimanalmente, poi a cadenze irregolari per via delle difficoltà economiche) in un’Italia ancora devastata dalla guerra ma in cui il possibile sembrava ancora possibile e non si era rivelato quella caricatura di se stesso che diventerà negli anni immediatamente successivi.

Ecco cosa scrive Vittorini, con la sua voce caratteristica, amabile e fresca, non sempre lieve o propensa all’ironia, ma inarrivabilmente onesta e priva di quella retorica saputa e professorale che è sempre stata (e lo è ancora) distintiva dell’intellettuale italiano:

“…quello che i poeti pensano di sapere dell’uomo può essere anche superficiale e sciocco, al pari di tante filosofie, ma quello che dell’uomo non sanno di sapere e pur esprimono è sempre profondo e serio: è l’uomo stesso, d’un momento o l’altro della storia, che parla per bocca loro”.

Ken Loach è un poeta a cui dovremmo prestare ascolto.

Uno dei pochissimi che hanno scelto il cinema o, per meglio dire, dal cinema sono stati scelti, per offrirci la loro poesia.

Ma se dico che è un poeta non intendo dire che, come capita (ai registi italiani troppo spesso) “recita il ruolo del poeta” e, insomma, “fa il poeta”.

No.

Lo è, semplicemente, senza “farlo” e nell’unico modo in cui, di fatto, lo si può essere: per fatalità.

La poesia cade dai suoi film come, a quelli che ora hanno la mia età, da bambini cadevano meraviglie dalle tasche, involontariamente: biglie colorate, tappi di bottiglia, un lazzu di strummula, figurine dei calciatori.

Loach è un minuscolo raggio di luna in quella patinata oscurità che è diventato il cinema “che conta” (e, per quanto ne so, anche quello che, con tutta la buona volontà, non conta niente come, appunto, il nostro).

In un malinconico luna park, che recita la sua tristissima allegria con effetti speciali, stelle che già nascono cadenti, attor giovani rincoglioniti e affetti, fin dall’infanzia, da demenza senile, silfidi appassite che rispolverano il femminismo perché, pur essendo cretine, hanno capito che rende, il suo ultimo film “Io, Daniel Blake”, risplende come una piccola perla: semplice, schietto, incantevolmente cordiale e, nello stesso tempo, durissimo, compatto.

Sferico.

Non pretende di sapere nulla che non sappiamo anche noi tutti, da sempre.

Non è un comizio e non è una di quelle pretenziose lezioni di estetica cinematografica in cui qualche minchione ritiene che consista un film.

E’ una piccola poesia sulla vita e sulla morte di un solo uomo e di un uomo solo.

E su come la sua vita e la sua morte riguardano in realtà ciascuno di noi: il nostro passato, il nostro presente e soprattutto il nostro futuro.

TAG: Cultura
CAT: Cinema

Un commento

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  1. salvatore-salzano 2 settimane fa
    L'ho visto su RAI3 qualche giorno addietro... un film stupendo, come lo sono i migliori di Ken, al pari di "Terra e Libertà" o "La canzone di Carla" o "Il vento che accarezza l'erba". Credo però che per poter esprimere quanto sia bello questo film, il confronto non debba essere fatto con il cinema presente perché sarebbe come tentare di confrontare "la Gioconda" con i pur pregevoli scarabocchi che fanno i bambini nelle scuole d'infanzia. Il vero confronto va fratto fra titani: questo film è pienamente degno di stare al fianco di "Umberto D", simile nella tematica e nella tensione poetica. E' un film degno di stare fra i grandi del miglior neorealismo italiano del dopoguerra. Siccome nelle scuole spesso si pensa di fare dei "cineforum", e c'è anche l'obbligo di fare qualche intervento in tema di alternanza scuola lavoro, non sarebbe una cattiva idea proporre una trilogia di film di Ken Loach che, appunto, non sono comizi ma fedeli ritratti di una realtà contemporanea, comune a tutto il mondo globalizzato. Quindi, eccovi la scaletta: 1) In questo mondo libero (tema: immigrazione, lavoro nero, caporalato) 2) Bread and roses (tema: sfruttamento del lavoro deregolarizzato, finte cooperative) 3) Io, Daniel Blake (tema: il lavoro come diritto e dignità, welfare, sussidi, burocrazia che uccide) Quindi cari colleghi, invece di mandare gli studenti a fare fotocopie in qualche ufficio, proponete questa trilogia: è perfettamente in linea con i requisiti che la normativa sull'alternanza prevede, soprattutto se accompagnata da un momento di dibattito con dei rappresentanti del mondo del lavoro.
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